Costantino in tanto che lo ammannivano per santo ebbe dai preti titolo di vescovo dei vescovi, e non era poco: però dall'altro lato quasi per tenere in bilico la sua perfezione gli stava sul petto un peccato, non tale certo a senso dei preti da fargli chiudere da San Pietro le porte del paradiso in faccia, ma che un po' di fastidio glielo doveva recare,—egli era un semplice parricidio: però che costui portasse le mani micidiali nel sangue del figliuolo Crispo. Ora la fede di saldare questo suo debito, con altri parecchi mercè un poco di acqua sul capo può averlo disposto al cristianesimo, differendo a riceverlo secondo il costume di allora in punto di morte.—Di costumanza siffatta porgono esempio Teodosio il grande e Valentiniano II; nè il medesimo Santo Ambrogio ebbe battesimo prima della sua promozione al vescovato di Milano, però che a quel modo si esentassero dalle pubbliche penitenze che a quei tempi la Chiesa usava co' cristiani penitenti, ed anco credessero così praticando assicurarsi meglio la salute eterna.—Certo il suo pericolo ci era, mettendosi i catecumeni a repentaglio di uscire dal mondo senza quel salutevole bucato, ma sarebbe stato come annegare nel forno, dacchè la morte non viene così subito, che un po' di tempo per salutarla non conceda, ed acqua, ch'è materia del sacramento da per tutto se ne trova (così come dell'acqua accadesse pel vino!) e le poche parole necessarie per la forma di quello ogni menno sa dirle[1].
[1] Eccetto un canonico il quale, per quanto mi narrarono a Montepulciano, corto in divinità ed in lettere anco più, chiamato da un tavolino di tre sette ad amministrare in fretta e in furia il battesimo ad un neonato, se ne schermiva allegando non sapere che cosa dire; trovato allora un rituale e presentatoglielo perchè leggesse, costui posto con le spalle al muro lesse la formula secondo apparisce abbreviata così; «ego te baptzo: in none: pris: fi.» e siccome il nome dello Spirito Santo significano con due SS. egli pigliandole per una cifra arabica concluse: «numero cinquantacinque.» Poi asciugatosi il sudore per la sofferta fatica voltosi agli astanti disse: «Fortuna, che ho imparato un po' di aritmetica in gioventù altrimenti questa povera anima andava perduta.»
Molto doveva talentare eziandio al tiranno la obbedienza ceca e passiva, che i primi cristiani ostentavano per le autorità temporali fino a predicare come parte della loro dottrina la pazienza di principi comunque perversi etiam discolis; e riverirli come costituiti proprio con le sue mani da Dio: ho detto ostentavano, chè deboli essendo ed invisi non ardivano romperla ancora co' Governi; conciossiachè non pure codarda ma contro la natura appaia simile dottrina solo che tu consideri essere stata professata dall'Apostolo Paolo regnando Nerone, uso a far dare la caccia ai cristiani quasi belve in bosco, e ad ardere alle sue mense i cristiani vivi per doppieri; ed anco se dottrina siffatta fosse stata leale non si sarebbe convertita nelle mani di San Tommaso in facoltà di ammazzare il tiranno per violenza o per frode postosi a capo dello stato per tormentare il popolo.
Delle virtù cristiane intese avvantaggiarsi altresì Costantino per la ragione medesima per la quale i ladri si procurano servitori onestissimi: i buoni costumi, la industria, e la parsimonia insieme alle altre virtù partoriscono le ricchezze onde il tiranno può alimentare meglio i suoi vizi: forse nei principii può essere stata causa a rifiutarli la codardia praticata dai primi cristiani come precetto evangelico, ma durò poco, però che tornando alle guerre, ed al sangue sembri, che l'uomo rientri nella sua natura; e nei concili adunati sotto Costantino, i vescovi cortigiani bandirono l'obbligo del giuramento militare, e la scomunica contro i soldati, i quali, durante la pace, gettavano via l'arme.
La conversione di Costantino nell'ordine delle cose umane questo gli fruttò, che potè valersi del cristianesimo come arnese di guerra per soperchiare i suoi nemici, ed istrumento in pace per disporre il paese a perpetua servitù. Io non credo che quando Costantino donò a Papa Silvestro il manto, il caval bianco, e la signoria una voce dal cielo fu udita, che disse: «oggi è messo il veleno nella Chiesa di Dio[1]» come non ho voluto aggiustare fede all'apparizione del Labaro, però mi resta chiarito vero quanto afferma Santo Atanasio che Costantino sovvertì la costituzione del Signore trasmessa agli Apostoli[2]. Di fatti mentre fino a costui il vescovo usciva eletto nel modo che resulta manifesto da queste altre parole di Santo Leone Papa: «si preferisca per vescovo quello che il popolo, e il clero ha concordemente richiesto. Guardisi a non ordinare alcuno che dal popolo non sia voluto, e domandato acciocchè il popolo preso a contro pelo non odii, o disprezzi il suo pastore e si separi dalla religione non avendo potuto ottenere quello che desiderava. Chi ha da presiedere a tutti sia eletto da tutti[3]. Nè i vescovi soli eleggevansi dalla universalità della Chiesa, ma tutti i ministri, tra cui vuolsi porre mente ai Diaconi, dei quali era ufficio amministrare le cose temporali della Chiesa al fine che i vescovi attendessero indefessi a predicare, e ad insegnare.—Ora, imperante Costantino, i vescovi non si eleggono più dal popolo; all'opposto, testimonio Santo Atanasio, egli li «spedisce ai popoli che non li vogliono, da luoghi stranieri e lontani ben cinquanta giornate, e li fa scortare da soldati, e tali vescovi invece di accettare la giustizia che i popoli farebbero di loro portano ai giudici minacce contro il popolo [4].» La terra tirò il sacerdote alla terra, sicchè mentre nei primordii della Chiesa non che non si sentisse parlare di antipapi, appena si trovava uno che volesse fare da papa; a mezzo il secolo quarto Pretestato prefetto di Roma pagano, sobillato a rendersi cristiano rispondeva: «magari! fatemi vescovo di Roma, ed io mi farò cristiano.»
[1] La leggenda da alcuni si reputa bugiarda perchè narrata da G. Leti nello Itiner. della Corte di Roma t. 1; ma io per me non la tengo meno falsa per leggerla nella Disciplina degli Spirituali scritta da quel santo uomo, che fu frate Domenico Cavalca da Vico pisano.
[2] Epis. ad solitarios.
[3] Epis. ad Anast. Thessalonic, c. 5.
[4] Epis. ad solitarios.
Dopo alterata l'elezione dei vescovi pel fine di convertire il cristianesimo in arnese di governo, ecco che Costantino introduce tra i vescovi le stesse differenze di grado stabilite nella gerarchia pagana dello impero: la importanza della giurisdizione episcopale andò alla stregua della importanza della diogesi dove il vescovo sedeva. Questo decreto il Concilio di Nicea promulgò e il Concilio di Calcedonia poi confermò con le parole: «Se qualche nuova città è stabilita per comando dello imperatore l'ordine della diocesi seguirà la forma del governo politico.» Costantino intimava i Concili, li presiedeva, forniva ai vescovi il viatico, e il mantenimento, arduo starsi appartato, più arduo contrastare, e in mezzo ai rei colpevole il giusto, nè forse tra cotesti vescovi vi era chi volentieri non servisse da un lato per dominare dall'altro.