[4] Con. t. p. 786.

[5] Epis. 55.

[6] Epis 101 ad Evag.

Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma, esecrando in quello di Costantinopoli il titolo di monarca, ne usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia, invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima, volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.—

Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa Simmaco, quando nel Concilio detto delle Palme gli bastò il cuore di fare chiarire impeccabile chiunque tenesse la sede romana; difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno definirsi gli Apolli di Belvedere dei sette peccati mortali. Calisto Papa fu ladro, per quanto si legge nei Filosofumena attribuiti a Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio, e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana, Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.

Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.

Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo di punto in bianco si piglia il titolo di Universale. Questi fu Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire; vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo di Universale: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio della umiltà…. Veruno dei miei predecessori patì mai portare, o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un patriarca si appelli universale venga a mancare negli altri il nome di patriarca. Per me credo che accordarti siffatto scellerato titolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.—Se la tua santità chiama papa me o non capisce, che viene a confessare lei non essere tale, poichè io divento per suo consentimento ecumenico?—Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo a precipizio la Chiesa[1]». Però mentre Gregorio astia al Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitola servo dei servi di Dio, e così si sottoscrive nella lettera, che gli spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente, e nelle sue epistole si dichiara aggravato dalla cura, e dalla sollecitudine di tutte le chiese, la quale cosa, ch'è mai se non la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?

[1] Epist. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V. di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a modello colui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti. Egli disse: mi solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più alte, sarò simile all'Altissimo…. industriandoti tu a prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è lo stesso che tu dicessi:—salirò al cielo, porrò il mio trono sopra gli astri?… Che potrai rispondere a Gesù Cristo giudice quando con questo titolo di universale procuri assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non solo padre ma padre universale del mondo. Respingi respingi da te tanto perfida suggestione.»—E ciò perchè questo titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.

Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono d'imperatore, e di quale imperatore!

Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse: «ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce, pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di Roma alla dignità di ecumenico.