Si trova scritto che a Narbona per tempo lunghissimo dai Cristiani si celebrasse la festa di Flora proprio a mo' dei pagani con giochi, e femmine ignude: nel 1551 un Concilio provinciale condannò riti siffatti, i quali comecchè indarno già da nove secoli erano stati difesi: e tanto in cotesta provincia si poterono poco le vecchie usanze pagane abolire, che nel 1645 un monaco amico di Gassendi stampò certo libretto col titolo: «Lamento sopra i costumi anticristiani del popolo di Provenza.» Il nome di luoghi hanno mutato in Santi; il monte Soracte diventò Santo Oreste; gli antichi ebbero lo Ancile scudo sacro piovuto dal cielo, e noi non so nè manco io le tante cose sacre diluviate dal cielo sopra la terra; credevano i pagani le isole avessero viaggiato come Delo, e i tempii, e gl'idoli, e noi crediamo San Dunstano traversasse la Manica sopra certo isolotto; vola per l'aere la casa del Loreto al pari di una rondine; la nostra Madonna di Montenero uggita di starsi in Eubea incastrata dentro una rupe un bel giorno lascia lì sacco e radicchio e viene a domiciliarsi a Livorno, e il Capitano Corpi che navigò per coteste plaghe riscontrava il buco lasciato dalla Vergine randagia nelle pareti del monte; così afferma il Padre Oberhausen nella sua monografia del tempio di Montenero. A Roma parlarono i bovi nella seconda guerra punica, appo noi favellare asini e bovi diventò cosa comune, sicchè non ci entra più miracolo. Il Parlamento Italiano informi. Apparizioni di là, ed apparizioni di qua. Venere, Minerva, Marte ogni tantino in terra, ed anco Nettuno di cui ufficio è governare il mare, che governava ad un bel circa come i ministri presenti governano la Italia; tra noi Gesù Cristo sempre in viaggio per comparire alla presenza dei suoi devoti, e per lo più in forma di bambino come a San Cristoforo, a Santo Antonio, ed a Santo Agostino; anzi taluno afferma, che Gesù Bambino si presentasse a questo Santo quando meditava il trattato della Santissima Trinità quì per lo appunto a Santo Jacopo dove il signor Palmieri ha fabbricato i suoi bagni; e questo avverto perchè ci pensino quei signori, e quelle signore che vanno costà per bene altro, che meditare sul mistero della Santissima Trinità: altri all'opposto sostiene che siffatto miracolo avvenisse lungo la spiaggia di Corneto; intorno alla quale disputa confesso dopo molte ricerche trovarmi incapace più di prima a decidere.—Miracoli inauditi da una parte e dall'altra, tamen di assurdità meno strepitosa presso i pagani; chè il baratto del cuore di un Dio con quello di una femmina scema non arrivarono i preti pagani a immaginare. Ai miracoli, che sono oltraggio non dirò alla ragione umana, la quale è avvezza a bevere balene, bensì alla nozione della Divinità, non vo' aggiungerne altri in aumento di quelli che già registrai nell'Asino; solo mi giova trascrivere certa notizia letta a questi dì sopra taluni giornali per istudio, che altri la conservi: dentro parecchie chiese e cappelle occorrono 63 dita di San Girolamo; e non ce ne voleva di meno per questo benedetto Santo che ha scritto tanto;—tredici braccia di Santo Stefano, che bisogna dire fosse un solenne poltrone se con tredici braccia sì lasciò lapidare; 1600 ossa di San Pancrazio, e non ce ne voleva meno per fare onore al proprio nome, che significa pugnatore co' piedi e con le mani; comunque santo Ignazio di Antiochia divorassero i leoni ciò non toglie, che ci avanzino di lui tre corpi di tutto punto interi, oltre sette gambe e diciassette braccia; e poichè mi sta su la punta della penna lascio cascare sopra la carta come in Ispagna abbiano fabbricato un San Viar, santo miracolosissimo, massime per le donne gravide, a questo modo: sopra un marmo miliario trovarono inciso: S. Viar e il santo fu bello e fatto; dopo qualche secolo certo archeologo miscredente dimostrò coteste lettere frammento di iscrizione corrosa; le quali intere sonavano Prefectus Viarum; così un soprastante di strade romano si trovò di botto tombolato al fianco di S. Luigi Gonzaga; e per la quale cosa anco i Signori Susani, Bastogi, Ricasoli, Cini, Corsi, e compagni impresari, e amministratori di strade, dopo di essere stati in questo mondo Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro ponno sperare di trovarsi colleghi dei medesimi nella gloria eterna del paradiso. In certa cronaca cattolicissima si legge narrato come avanti la venuta di Gesù Cristo la reina Bellisea il giorno della Pentecoste si recò a messa nel Duomo di Fiesole!!!
Io non saprei accertare se il cardinale Bembo, o Giulio II, o Leone X dicessero:—questa favola di Cristo ci fu un podere in Chianti[1]—quello, che so veramente si è che il Poliziano si lamentava forte col magnifico Lorenzo perchè quella benedetta donna di sua moglie Clarice non si vergognasse di dare a leggere il salterio al suo figliuolo Giovanni, che poi fu papa; e il cardinale Bembo ammoniva il Sadoleto si astenesse da leggere l'epistole di San Pietro se pure non voleva imbarbarirsi lo stile: «lascia, gli scriveva, da canto coteste baie indegne di uomo grande.» Dettando lettere latine, il dabbene cardinale a mo' dei pagani chiamava il Collegio dei cardinali collegium augurum; per lui celebrare la messa dei morti significava: litare diis manibus; morendo San Francesco: in numero deorum receptus est; un moribondo, che si affretta acconciarsi dell'anima co' sacramenti: «deos superos manesque placavit.» Del simulacro d'Imperia meretrice collocato nel Panteon già favellammo.
[1] Quam profuit nobis ista fabella Christi.
La Chiesa da prima fu pagana per arte volendo che in certa guisa i gentili si trovassero ad avere mutato religione quasi senza accorgersene; poi nei gusti, nelle usanze, e perfino nel linguaggio del paganesimo si mantennero per vaghezza d'imitazione, e per conformità di costume.
Certo il Vescovo di Roma mutando modo di elezione aveva acquistato non poco, però che togliendola al popolo, il quale si trova sempre presente, l'aveva messa in mano ad uno imperatore lontano, spesso troppo impacciato in casa, per istare a canna badata fuori; ma venuti i barbari, massime i Goti, in Italia si erano tolti per loro questa suprema facoltà, onde senza averla perduta o renunziata gl'imperatori greci intendevano essi a posta loro esercitarla in proprio benefizio. I Papi non volendo dare del capo nel muro incocciandosi a progredire per la via retta attesero a pigliarla di scancio, e papa Bonifacio II dopo avere vomitato fiamma e fuoco contro le elezioni simoniache dei Papi si attentò eleggersi il successore, ma non approdò; anco Felice IV tanto per mettere il primo piolo alla scala chiese ad Amalasunta la facoltà di giudicare in prima istanza le cause miste fra chierici e laici, e la ottenne: di qui il mal seme dei tribunali chiesastici onta, e dolore della stirpe umana.
Ora incomincia a colorirsi la tremenda industria posta dai Papi di percotere l'uno contro l'altro i potentati del mondo e romperli, o incrinarli a vantaggio proprio; finchè durarono i Goti i Papi non andarono lieti di avere carpita la elezione dei sacerdoti al popolo, dacchè se ne vollero mescolare Odoacre, e Teodorico; allora i Papi, quasi per rifarsi nell'apparenza di quanto scapitavano nella sostanza, ovvero perchè con le apparenze intendessero disporre gli animi a favore dello ambito primato, aggiunsero alla mitra la tiara, assunsero vesti solenni per foggia, e per ricchezza; però che sia novella quanto narra Papa Innocenzo III nel sermone intorno San Salvestro, del rifiuto di costui alla corona profertagli in dono da Costantino per rispetto alla tonsura; di fatti o perchè la corona sconcerebbe la tonsura, e la mitra no? Onofrio Panvinio, che se ne intendeva afferma, che la tiara non adoperarono i Papi prima del sesto secolo: quanto al triregno è trovato più moderno assai; lo immaginò Paolo II veneziano nel 1474 per simbolo dell'autorità spirituale nel cielo, nello inferno, e sopra la terra; come vedete e' ci entra ogni cosa.
Dai, dai favorendo l'abiezione dei popoli conquistati e la barbara ignoranza dei conquistatori i Papi già toccavano il dominio temporale, arnese necessario per primeggiare, quando ecco in contrario un duro intoppo nei Langobardi, mentre quasi erano giunti a scivolare di sotto agl'imperatori greci non senza però, che chi primo stese le mani non le ritraesse scottato; così vero questo che Martino I essendosi attentato a farsi consacrare senza il consenso dello imperatore, e di più avendo di propria autorità convocato un Concilio in Laterano lo imperatore Costante lo mandò in esilio a Chersona dove gli venne meno la vita: costui fu ribelle, e lo ciurmarono santo: nè di ciò troppo ci preme; solo ci giova avvertire, che non sempre la Chiesa romana tenne fermo il precetto di obbedire alle potestà civili comecchè discole, e di ciò abbonderanno, fra non molto, conferme. Vitaliano Papa caldeggia le parti di Costantino Pogonato contro Mecezio; e poichè la morte gli toglieva il modo di esigere il prezzo del favore largito a Costantino, i successori suoi Agatone, e Benedetto II tanto lo importunarono, che quegli ne ottenne la dispensa di pagare i tre soldi di oro per la conferma della sua elezione, questi facoltà di pigliare possesso del suo officio senza l'assenso imperiale; più avventuroso di tutti Costantino papa il quale non rifuggì da mettersi al repentaglio di andare fino a Costantinopoli a salutare il ferocissimo Giustiniano II, dove con arte, ignorasi se buona o rea, si adoperò ad ottenere da costui la conferma dei privilegi della Chiesa romana, mentre costumando come il buon marinaro, che ormeggia il suo naviglio a più cavi, Giovanni VII la medesima conferma aveva già riportata da Ariberto II re dei Langobardi.
Parve finalmente a Leone II Papa avere la Chiesa romana acquistato tanto di potenza da palesarsi intera, e dire: voglio e posso regnare sola.—Regnava a Costantinopoli Leone Isaurico rude montanaro a cui saltò nel cervello la bizza di movere guerra alle immagini: a quanto sembra, eccetto questa fantasia, altra causa del suo odio non la possiamo rinvenire; ma così siamo avvezzi a conoscere complesse le cause delle azioni umane, chè nè ad una sola, nè alla più semplice crediamo, anzi quanto più apparente, screduta; tuttavia il senso di religione agita profondo le menti umane quanto più barbare, e l'Isaurico allevato per le montagne, usando co' monsulmani, e co' giudei potè ottimamente concepire odio immortale contro le immagini, le quali che altro sono mai tranne infelici segni d'idolatria così dallo antico come dal nuovo testamento detestati e reietti? Manuzio Felice cristiano del terzo secolo, il quale viveva in Roma ai tempi di Caracalla, dettò un dialogo in difesa della religione cristiana dove introduce a favellare due amici suoi, Ottavio Gennaio convertito alla fede di Cristo, e Cecilio Natale rimasto pagano; tra le altre accuse, che questi appone ai cristiani vi ha che essi si celano, aborrono mostrarsi, non possiedono altari, non tempi, non immagini. Ai quali appunti Cecilio risponde: che tempii? Che altari? Che sacrifici? Che immagini? L'uomo è immagine sincera di Dio; suo tempio il mondo; la vita pura ed i costumi santi il vero sacrifizio;—e tale era la sentenza di Origene poco dopo di lui, e innanzi a lui la professò Clemente di Alessandria[1]. Se vuoi autorità di Papa contro le immagini, te la somministra Innocenzio III: «i tempii e gli altari, egli dice, spettano al culto della latria;—a Dio solo voglionsi consacrati non ai santi per paura, che invece di servire a Dio i fedeli non caschino nella idolatria.» Se all'opposto ti garba meglio la opinione di un santo ecco che san Gregorio di Neocesana ti afferma: «la religione pagana sola inventrice e madre delle immagini.» E venendo giù fin presso al Concilio di Trento ti occorre Giorgio Cassandro dottissimo teologo, il quale nel consulto intorno le controversie dei cattolici, e dei protestanti dettato a petizione degl'imperatori Ferdinando e Massimiliano confessa pagano l'uso delle immagini… ed oggimai fatto esorbitante e scandaloso acconsentendo agli errori del volgo e piuttosto esagerando, che temperando gli eccessi della pagana follia.
[1] Origen. in Cel. l. 8 p. 389. Clemen. 7 Strom. v. Moeurs. Chr. n. 28.
E strano poi egli è che i Concili stessi dannando il culto delle immagini dessero ragione a Leone; di fatti il Concilio di Costantinopoli convocato dal figliuolo suo Costantino Copronimo composto di bene trecentotrentotto vescovi dichiarò espresso il culto delle immagini rinnovatore del paganesimo; alla purezza della fede fuormisura molesto: che se taluno obiettasse scismatico Concilio quello, e al tutto dannato, allegherò il Concilio di Francforte convocato da Carlomagno per abolire il culto delle immagini, dove insomma si accolse la dottrina di Gregorio il grande, il quale scrivendo a Sereno vescovo di Marsiglia dichiarava le immagini si avessero come libri per gli idioti, non già oggetti di venerazione religiosa. Presenti erano i legati del Papa; gli atti di questo Concilio furono spediti ad Adriano, il quale per non venire in iscrezio col potente imperatore lasciò correre tre pani per coppia; morto Adriano I, e Carlomagno, Adriano II fomenta il culto delle immagini approfittandosi della superstizione vulgare a danno di Ludovico figlio di Carlomagno.