Dopo parecchi Papi giunge al pontificato Leone XI nel quale riarde il concetto della primazia sopra tutti i petenti della terra; costui fu tedesco, e mandato dallo imperatore Arrigo a reggere Roma; per arruffare ei piglia il partito dei vescovi francesi convocati a Reims contro il re Enrico; poco dopo si conduce a combattere contro i Normanni; le profferte di questi respinge, ed ingaggiata battaglia prova nemica la fortuna del giorno; di tumido fatto codardo piange, e trema: ai Normanni par bello, forse anco utile, possedere consacrata dal vicario di Cristo la terra rapita a taglio di spada.
Qui facciamo sosta ai racconti ed ai fatti esposti ingegniamoci cavare alcuna considerazione profittevole al nostro assunto; e innanzi tratto raccomando al lettore tenersi sempre a mente come per me si ricerchino gli annali ecclesiastici pel fine di chiarire quale abbia davvero il Papa diritto sopra le terre che accora con la mala signoria, e se cotesto suo non possumus concedere che i popoli rimangano consolati da meno reo governo sia tanto bugiardo quanto stupido. Non si nega, che principi barbari ricorressero a Roma meno per decidere piati, che per santificare delitti; e questo i Papi fecero sempre purchè il colpevole fosse il più forte, e nel pagamento della consacrazione del misfatto non istesse su lo spiluzzico. La primazia usurparono i Papi con fraude, e con menzogna non già con luce d'intelletto, Roma antica vinse col ferro proprio, Roma papale col ferro altrui, e l'aspersorio di proprio: che scienza ebbe Roma? Certo superiore a molti barbari, ma non a tutti; e poi ella usò la scienza per rabbaruffare la gente in un pruneto di errore. Nulla in lei viene dal cielo, e nulla dalla potestà terrena, quando mai questa ultima valesse a vendere, o a donare popoli come greggi, la quale cosa risolutamente si nega. Circa a fede, il Papa, in questo successore genuino di San Pietro, ne dubitò, rinnegò Cristo, e non confidando più nella virtù della dottrina (noi lo mostrammo) si appoggiò alle daghe di Costantino, nè a lui solo ma bensì ad altri come Teodosio il grande, e Valentiniano III, entrambi i quali misero il catechismo nelle mani ai littori, e reputarono la carcere più efficace a convertire del pulpito[1]. Non contenti di tanto i Papi (anco questo abbiamo detto) fecero condannare a morte chiunque non credesse come loro. Dice bene il de Maistre, che il Papato nei secoli di mezzo tramandò luce; però tacque ch'ella fu luce di fascine. Da Costantino è menzogna che il papa avesse doni; nè si prova gli avesse da Pipino, e da Carlomagno; almeno documenti scritti, e conosciuti autentici s'ignorano: ad ogni modo non gli conferirono assoluto dominio; di fatti Carlomagno ed i suoi successori vediamo esercitare nelle provincie pretese donate al Papa sovrana autorità, come crearci giudici, ed annullare confische decretate dal Papa. La Chiesa di Roma prima lusinga i greci imperatori, poi li tradisce, e sè avvantaggia; sta un pezzo co' Longobardi, e quando li teme, dentro li scalza con la ribellione, di fuori spinge loro addosso i carlovingi; balenando questi, si volta ai tedeschi Corrado, ed Enrico. E se i Papi poterono mostrarsi riottosi contro i degeneri re dei Franchi fino a deporre i vescovi eletti da questi, ed altri eleggerne a modo loro, e se di fronte agl'inviliti carlovingi farsi dichiarare dal Concilio di Reims sovrani assoluti della Chiesa universale deve attribuirsi a questo, che l'imperatore Enrico tenendosi sotto come vassallo il Papa riputava tornasse in pro suo il credito che egli si andava, come suo vassallo, acquistando; e veramente per un tempo fu così. Nelle costituzioni imperiali[2] occorre un'atto in virtù del quale il diritto di Carlomagno a eleggersi un successore, e a nominare i Papi di Roma si trasferisce insieme agli altri, in Ottone, e negl'imperatori tedeschi; tale documento per giudizio universale si reputa apocrifo; e sembra, che gl'imperatori abbiano voluto contrastare ai Papi il privilegio di fabbricare carte false; ma se apocrifo hassi a tenere cotesto atto, certo è poi (e fu accennato poco anzi da me) che Enrico nella sinodo di Sutri depose tre Papi e promosse al pontificato il vescovo di Bamberga; certo del pari è, che lo imperatore pregato o no designava il Papa, e certo altresì che quattro Papi tedeschi uno dopo l'altro per suo comandamento furono esaltati alla sede apostolica, senza pregiudizio della parte, che come di ragione, deve averci preso lo spirito santo. Clemente II di Bamberga, Meone IX dei conti di Daipurg, Damaso II e Vittore II bavarese. Grande l'autorità degl'imperatori però che essi eleggessero a tutti gli uffici ecclesiastici: ed era costume dei capitoli, cessato il superiore, rimandare l'anello e il pastorale al principe, che li consegnava in simbolo della autorità ecclesiastica al nuovo scelto; sovente lo imperatore come colui che poteva, o credeva potersi fidare in uomini a lui devoti, gli armava di autorità temporale che unita alla spirituale forniva maraviglioso fondamento alla propria potenza. I Papi ci si accomodavano e, come suol dirsi, bevevano grosso, perchè co' Tedeschi andava un nugolo di monaci e di frati che nei paesi conquistati rizzavano su fondaco di religione dando in baratto di poco bene terreno fattorie e poderi a bizzeffe nei regni sterminati del paradiso: vescovi e abati acquistavano titolo, e dritti di conte ed anco di duca; non più si dichiarava i beni ecclesiastici formare parte delle contee, ma sì all'opposto le contee parte dei vescovati; nella Italia settentrionale le città quasi tutte governate dai visconti dei Vescovi.—Ora questo stato di cose non poteva durare, chè non si vide mai mantenersi vassallo chi, volendo, può diventare signore, e la spada messa in sua mano perchè ti difenda presto o tardi egli adopererà per soverchiarti; così mostra la esperienza a tutt'oggi; se fie per mutare domani staremo a vedere.
[1] Cod. Teod. XVI. 1. 2 «Vogliamo che tutti i popoli retti dalla nostra clemenza osservino la religione, che il divino apostolo San Pietro insegnò ai Romani.»
[2] Goldat. 1. p. 221.
Sotto Leone riarse (e non poteva fare a meno avendo al fianco consigliere il monaco Idelbrando da lui promosso al cardinalato) lo scisma di oriente; molte le cause, tra cui comparisce massima quella di comunicare col pane lievitato, ma in fondo tutte erano velo alla cupidità del Papa e del Patriarca di soperchiare l'uno l'altro; però secondo possiamo conoscere sembra, che il Patriarca Michele Cerulario si contentasse essere lasciato messere e donno in casa sua; ma Papa Leone non glielo consentiva; nè a torto però che i suoi predecessori avessero fatto tanto tramestio per conseguire il primato, che ormai gli pareva non gli potesse essere più contradetto; si reputava dentro una botte di ferro, e su l'orizzonte papalino incominciava a spuntare il non possumus famoso. Certo la tristezza congiunta alla ignoranza avevano spinto il Papa a costituirsi arbitro supremo di tutto il mondo; ma noi pensiamo: se il Vicario di Cristo avesse atteso meglio ai precetti di Cristo non si sarebbe lasciato traviare nei passi della iniquità; non avrebbe sparso il crisma sul sangue; avrebbe accolto sotto il manto l'orfano e il pupillo, e non dato mano a spogliarli e forse a trucidarli; molto meno avrebbe dallo inchino interessato del ladro desunto argomento per costituirsi giudice del genere umano; e sì che i santi Agostino, e Bernardo, e Ivone camotense gravemente avevano ammonito la Curia per queste sue improntitudini; anzi tu nota che a favellare più forte li riteneva la fede, che le Decretali fossero genuine sostenute come apparivano dall'autorità, quantunque falsamente invocata, di nove Papi, Anacleto, i due Sisti I e II, Fabiano, Cornelio, Vittore, Zeffirino, Marcello e Giulio; che mai avrebbero detto se le avessero sapute false? La libertà di appellare sempre, e ogni punto della causa al Papa troncava i nervi alla disciplina; gente perduta, preti di malo affare si procuravano a quel modo la impunità; il Papa agguindolato, e indotto in errore; chiarito poi, o si ostinava nella sentenza ed era iniquo, o la emendava, e allora per lo spesso correggersi perdeva il credito; chi doveva pagare le debite pene costantissimo nelle difese; chi sostenere le accuse cagliava e dalle molestie infinite annoiato lasciava correre con danno inestimabile non pure della religione, ma della comunanza civile altresì. Intanto il Concistoro dei Cardinali mutato in tribunale tutto dì intento a giudicare cause; il Papa preside, la curia piena di avvocati, di procuratori, e di litiganti rissosi, interessati, e mascagni: non casa quella del Vicario di Cristo, bensì della Discordia. I Legati di Leone non si potendo accordare col Patriarca Cerulario penetrati nella chiesa di Santa Sofia nella ora terza del 16 luglio 1054, mentre celebravasi la messa, depositarono l'atto di scomunica sopra l'altare maggiore; il Cerulario a volta sua scomunicò il Papa ed i Legati, e così di male in peggio le faccende di oriente: da una parte e dall'altra odio di prete, che non perdona mai. Levati di mezzo Papi, e papassi forse avverrà che un giorno i popoli si riuniscano: in Dio.
In verità io credo, che Gregorio VII, santo dalla parte della Chiesa, ed eroe da parte di parecchi scrittori, altro non fosse che un frate impronto, ed ignorantemente temerario: ingegno scolastico, e pedantesco, avremmo a lodarlo di costanza dove la esperienza non c'insegnasse come sorella della costanza sia la cocciutaggine dote delle femmine, e dei fanciulli; costui pigliando i partiti, che per tempo sì lungo sconvolsero la cristianità se ne previde gli effetti perverso fu ad un punto, e stolto; se non li presagì fu solo stolto. Per altra parte poi male si apporrebbe chi reputasse inusitati o nuovi i concetti di Gregorio, imperciocchè noi li vediamo attecchire e germinare nella Chiesa prima di lui; egli più degli altri stese le mani perchè i tempi lo secondavano meglio, e di natura fu avventato. Questo il complesso della sua dottrina ricavato dal Concilio lateranense del 1074, dalle epistole, e dalla raccolta, che ha nome: i dettati del Papa: chi gli successe la tenne per regola, la ragione non giunse mai a deviarne i preti; qualche volta la forza, ma per breve tempo, che più insistenti delle formiche essi tornarono quasi subito nel consueto cammino.
La Chiesa, sentenzia Gregorio, ha dritto dominare su tutto perchè giudicando ella delle materie spirituali, che sono le più perfette, tanto più deve giudicare le temporali, le quali proviamo imperfette. Lo stato regio non si parte per niente da Dio, all'opposto lo creò con le sue proprie mani l'orgoglio: il cristiano devoto alla religione cattolica deve reputarsi più re del re irreligioso, però che il re scevro di religione che cosa è mai se non tiranno? Così essendo sta al Papa distribuire corone, giudicare principi, e questi, quanti sono, hanno a confessarsi vassalli di santa Chiesa cattolica, e dopo giuratole fedeltà pagarle il tributo.
Non diverso a Gregorio aveva dichiarato Niccolò I due e più secoli innanzi, e scrivendo al vescovo Advenzio il quale lo consultava intorno alla obbedienza da prestarsi ai principi, lo ammoniva così: «sicuro! lo Apostolo lo ha detto e non si nega: obbedisci al tuo re come superiore, ma tra re e re ci corre; tu l'obbedirai se eletto dirittamente, e se governa a modo, e a verso, perchè l'Apostolo ha detto altresì: obbedite al re per cagione del Signore non già contra Dio; e sappi al re tristo contrastare a merito[1].» Il quale concetto rincalza il Concilio di Toledo col Canone: «il vocabolo re tira origine dal retto governare, però se opera con giustizia possiede diritto a reggere, se no, lo perde.» Allora l'altro testo di san Paolo, che anco ieri allegava Pio IX perchè i Polacchi allungassero il collo alle mannaie russe: «voglionsi obbedire i principi comecchè discoli;» o non si conosceva, o si dissimulava. La barca di san Pietro dal Testamento vecchio e nuovo piglia le vele per navigare con ogni vento.—
[1] Tom: VIII. Comil. p. 487.
I dettati del Papa sonano così: «Non vi ha al mondo che un solo nome, quello di Papa[1]: egli solo può valersi degli ornamenti imperiali; a lui devono tutti i principi baciare i piedi; egli unicamente possiede facoltà di nominare e deporre i vescovi, presiedere, e sciogliere i Concili: veruno può giudicarlo: la semplice elezione lo fa santo: egli non erra, non errò, e non errerà mai: a lui spetta deporre i principi, e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ec.»