Viveva a cotesti tempi sul trono di Francia san Luigi, e dicono per senso di giustizia impedisse l'andata al suo fratello Roberto, e forte riprendesse il Pontefice; ma santi o no io per me credo e vedo, che re di Francia, e Francesi non abbiano mai reputato ingiustizia pigliare quello degli altri: di vero o perchè san Luigi concesse a Carlo altro fratello quello, che a Roberto negò? Forse perchè Carlo non ebbe bisogno di aiuti da lui, ed anco perchè altro era nimicarsi Manfredi re di Sicilia, ed altro Federigo imperatore. Il Papa sbuffando disegna con perverso consiglio bandire la Crociata contro Federigo; ed a questo scopo convoca i prelati del mondo cattolico a Roma: quei di Francia essendosi ridotti a Nizza il Papa manda le galere genovesi a levarli; lo imperatore contrappone a loro i Pisani, guelfi e ghibellini incontransi alla Meloria e per questa volta vincono i Pisani per rimanervi più tardi intieramente distrutti. Gregorio dopo abusato le cose divine, spinto i popoli italiani a guerra fratricida, da capo offerto dare la Patria in balìa dello straniero muore; ma non con lui muore il Papato.

Già dissi il Papato immondo boa che traversa i secoli; di fatti a Gregorio essendo, dopo il subito scomparire di Celestino IV, succeduto Innocenzio IV, questi di amico che era a Federigo gli si volta nemico, e, come più astuto, più implacabile di tutti; costui rinfocola la Crociata già bandita da Gregorio; Francescani e Domenicani sguinzaglia contro Federigo; gli tramano insidie, sottosopra gli cacciano lo impero infatigati, innumerevoli come le formiche: convocato il Concilio a Lione vi narra dei Tartari invasori della Moscovia, della Pollonia, e della Ungheria, dei Mongolli minaccianti la Europa, dei Carasmiani oppressori di terra santa, lo impero latino ridotto alle mura di Costantinopoli, e con fronte di bronzo tutti questi mali riversa sopra Federigo; Piero delle Vigne, e Taddeo da Sessa difendendolo invano, dal Concilio si depone e si scomunica lo imperatore, il quale sia per gli anni, e l'ira, e i pensieri torbidi di vendetta travagliato cessa. Non mai vita di figlio fu salutata così caramente come la morte di Federigo da Innocenzo, che già stende le mani rapaci sopra il reame di Sicilia: chi lo parava? Manfredi debole, e senza seguito; ma fra la mano e il frutto venne a mettersi Corrado figliuolo di Federigo: se il Prete riardesse di rabbia sel pensi chi sa quanta l'avidità sacerdotale, o l'ira che suscita l'ostacolo impreveduto, e la impotenza di rifarsi da capo: poichè pertanto il Papa venuto al verde per sè non poteva prendere si arrovella a cacciarne Corrado vicino trapotente, ed offeso, e tu lo vedi andare in volta, ed offerire la corona che gli scappava di mano al fratello, al figlio di Enrico III d'Inghilterra, e a Carlo fratello del re di Francia; allo improvviso Corrado muore; allora Manfredi raccomanda al Papa il nipote Corradino; padre gli sia, e protettore; Innocenzo muove come saetta volante a Napoli a fare da padre come costumano i preti: domina più che signore tiranno e insacca più che padrone predone; Manfredi custodito quasi prigioniero si salva ed allestisce armi ed armati per combattere il Papa, il quale adesso sentendosi in fine di vita i congiunti lacrimanti intorno al letto rampogna così: «perchè piangete voi altri? Forse quanto più poteva non vi ho empito di beni?» E furono parole di prete senza cuore ed avaro. Viene Alessandro IV a cui talentando meglio la spada del pastorale durando la contesa con Manfredi perde la Puglia, e la Terra di Lavoro; in Palermo, su gli occhi al suo Legato, inalberano la bandiera sveva.—Per questo Papa si conobbe quanta la potenza del pontificato su le faccende della religione, e sul popolo quando ordinava cose, che camminavano coll'umore del secolo, e quanta poca quando procedeva al ritroso; la Francia fu da costui felicitata della Inquisizione; cotesto ardere la gente di fede diversa parve nuovo in Francia, e come nuovo piacque ed attecchì. Avendo questo Papa bandito in Lombardia la crociata contro Ezzellino da Romano trucissimo tiranno di Padova, caduto in mano ai popoli per virtuosa battaglia periva di fame: per lo contrario tanto Alessandro quanto il successore Innocenzo mentre si attentano passare il segno in Roma, i Romani a tutela della pubblica salute eleggono Dittatore Brancaleone di Andalò bolognese, cui non rifinano insidiare, e poi giungono a bandire legatisi co' nobili; ma indi a breve il popolo ripreso il sopravvento lo richiama, e per questa volta osteggiando senza rispetti il Papa, lo assedia in Anagni, e lo costringe a sottomettersi al popolo. Urbano IV ebbe il vanto infelice di schiantare dalla Italia la stirpe sveva, anch'essa discesa dagli oppressori, e venutaci di Lamagna, ma ormai naturata fra noi: poichè costui spavaldo sfidò Manfredi, e rimasto vinto si volse alla Francia semenzaio sacerdotale di tiranni per la Italia: la tragedia di Manfredi, e quella più pietosa di Corradino vanno famose pel mondo; il quale tuttavia rammenta come il Papa mettesse tradimenti, e scomuniche in combutta con gli stocchi, e le mannaie di Carlo di Angiò.—Ora escono dal buio alcuni Papi, che passano a guisa di fantasime traverso il secolo per immergersi da capo nel buio; alfine viene Niccolo III degli Orsini, il quale dove avesse posseduto la potenza pari alla superbia tornavano in fiore i tempi dei Gregori; ributtate le nozze richieste del suo nipote da Carlo, con le parole atroci: «e perchè porti calzare rosso la tua signoria non è retaggio,» congiurando nuoce altrui, se non vantaggia.—Da lui si ordirono, o assai si promossero i Vespri Siciliani sia che si operassero per la virtù di Giovanni da Procida, o per maggiore virtù di popolo come credo anche io, chè dove il popolo non secondi il singolo o non può o mal può, e il popolo quando ha voglia di mettere al sole le barbe della trista signoria il suo capo trova sempre; non sempre, anzi rado, il singolo trova il popolo.

Affermano questo Papa essere stato il primo, che mosso da soverchio e non diritto affetto oltre il dovere arricchisse i nipoti a danno della Chiesa: e ciò mi riesce malagevole a credere, dacchè Innocenzo non procedesse punto diverso da lui, e il desiderio di avvantaggiare i suoi nasce con l'uomo, il quale cresce naturalmente quando la tua famiglia salita in altezza per fortuna, o per virtù tue, tu comprendi, che, al tuo sparire, diventerebbe per inopia contennenda; onde chi può non benefica i suoi piuttostochè superiore agli uomini parmi assai vicino alle bestie: tutto sta in questo come nelle altre cose procedere con discrezione; quindi per me penso, che Niccolò si mostrasse in questa faccenda non primo a tutti, ma più stemperato di tutti.

Quando dopo la morte di Clemente IV la sede pontificia rimase per bene tre anni vacante Gregorio X ordinò la elezione del Papa in conclave con l'obbligo di scemare il cibo ai Cardinali fino a ridurlo al pane ed all'acqua, e ciò perchè cotesto stroppio non si rinnovasse: e' sembra, che a quei tempi il Pontefice non fosse infallibile nei suoi partiti; difatti, morto Onorio IV per dieci mesi non fu eletto Papa, e prima di promovere al pontificato Celestino V la sede vacò due anni. Costui rinunziava dopo cinque mesi, e nove dì: scrittori guelfi raccontano come Benedetto Gaetani, che gli successe mediante cerbottana comandasse a cotesto semplice renunziasse al Papato dandogli ad intendere poi gli avesse proprio favellato Dio, e narrano altresì, che si gratificasse il re di Napoli dicendogli: «il tuo Papa Celestino ti ha voluto e potuto servire, ma non ha saputo; io vorrò, potrò, e saprò;» per la quale cosa il re commetteva a dodici Cardinali suoi divoti dessergli il voto. Il signore Luigi Tosti monaco di Montecassino nella vita di Bonifazio VIII nega tutto alla ricisa, e va bene, egli esercita il suo mestiere: noi ci stringeremo a credere, che il Villani contemporaneo di Bonifazio VIII potesse essere meglio informato del monaco Tosti, molto più che il Villani faceva professione di guelfo. Il monaco Tosti nega eziandio la strage di Celestino operata col conficcargli un chiodo nel cranio per comando di Bonifazio VIII; nè io potrei contraddirlo in questo; solo noto, che la testimonianza del Villani mette innanzi quando egli scrive, che faceva custodire il povero vecchio Celestino in onesta prigionia a Fumone, e lo ributta quando racconta della parlata a Celestino per via della cerbottana, e degli accordi simoniaci con Carlo d'Angiò: questa maniera di dettare storie, se male non mi oppongo, corrisponde ad arare coll'asino e col bue: e ciò messo da parte parmi degno di considerazione come nella Bolla con la quale Clemente V canonizzò santo Celestino si affermi con ischiettezza laudabile: «imperito di reggere la Chiesa come colui che dalla puerizia erasi consacrato interamente al culto delle cose divine.» dunque la si tenga per giudicata sopra l'autorità di un Papa, chi troppo osserva Dio non è capace a governare la Chiesa! Opinano gli scrittori Bonifazio VIII avere segnato l'apice del dominio temporale, donde, non potendo più sorgere, gli fu mestieri calare; questo a me non sembra, e non è; piuttosto parmi vera quest'altra sentenza, Bonifazio rappresenta l'ultimo sforzo papesco di riagguantare la immane primazia, come del pari l'epoca sua dimostra il duro, e insuperabile talento dei principi di resistere. L'almanaccare irrequieto di Bonifazio a taluni pare intelletto divino, e a me anfanamento di curiale appaltone. Giacomo di Arragona, chiamato in Ispagna per la morte del fratello Alfonso, abbandona la Sicilia; i Siciliani gli surrogano il fratello minore Federigo come quelli che circuiti essendo di nemici potentissimi abbisognavano di prode e solerte principe che vigilasse alla tutela loro, mentre Bonifazio li desiderava deboli, epperò sottoposti a signoria lontana. Dio è in alto, e il re è lontano, solevano dire i Vicerè di Sicilia quando i sudditi angariati minacciavano richiamarsene al re di Spagna; in questo intento il Papa sobilla Jacopo a ripigliarsi la Sicilia; difficile è credere, ch'egli aborrisse da guerra fratricida: piuttosto temendo di esito incerto cacciare per forza Federigo di Sicilia s'industria abbindolarlo spingendolo alla recuperazione dello impero di Costantinopoli testè perduto da Baldovino; gli promette il sussidio di cento mila once; per giunta gli dona Corsica, e Sardegna; veramente ci dominavano i Pisani; ma ciò non fece ostacolo allora nè poi ai Papi, solo il dono era condizionato allo andarselo a pigliare, e poichè Federigo ricusa, lo assalta secondo il consueto, e respinto secondo il consueto ei chiama di Francia Carlo Valesio: difettando di pecunia immagina il Giubbileo guazzabuglio del costume ebraico mediante il quale gl'Israeliti in capo a cinquanta anni, per sette settimane scioperando un anno intero lasciavano in maggese le terre, i servi affrancavano, i beni impegnati restituivano, i debiti rimettevano, e dell'anno secolare dei Romani; il Papa sbraciava indulgenze a carra, saldo di peccati vecchi e nuovi, ed anco ospizio ai pellegrini, di che fanno le meraviglie gli scrittori chiesastici; ma in cotesta come in ogni altra bisogna, il prete dava un'uovo per avere un bove[1]; le mani non bastando, i chierici dabbene ci adoperavano il rastrello col quale rastellabant pecuniam infinitam, dice la Cronaca e Giovanni Villani, che vi si trovò, conferma con queste parole: «e della offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi.» Carlo Valesio, esercitate prima le armi di Giuda[2] in Firenze, dove abbattè i Bianchi esaltando i Neri, passa in Sicilia: combattuto dall'aere, e dagli uomini cala agli accordi; con esso i reali di Napoli per colpa di fortuna, e più per manco di virtù volti al basso. Da questa parte non ci era da sperare più nulla, e poi in Francia vivea Filippo il Bello uso a volere del soldo i due quattrini per sè, e Bonifazio VIII nè anco si sarebbe chiamato contento di tanto. Di vero con la costituzione Clericis laicos rimette in ballo le gregoriane pretensioni; i Colonnesi scomunica, e condanna alla dannazione nell'altro mondo, allo esterminio in questo con la Bolla Lapis abscissus; sopra le terre di Romagna restringe il freno; pei mali consigli di Guido da Montefeltro sovverte Palestrina forte, e bello arnese dei Colonna; due cose nuove comparvero con Bonifazio nella Chiesa, la prima furono i Cardinali vestiti di cappe rosse, e la seconda l'assoluzione anticipata al peccato che sta per commettersi. Federigo prima scomunicato ora torna in grazia di Dio. La costituzione Clericis allunga le mani; l'arcivescovo di Narbona pretende avere per vassallo il visconte, che ricusa omaggio sè confessando uomo del re: Bonifazio naturalmente per l'arcivescovo, pel visconte il re: poi ci fu la disputa per la contea di Melgueville; il Papa tira l'acqua al suo mulino, il re faceva lo stesso. Il monaco Tosti scrive la pretensione del re essere impertinenza; e non crediate mica, che tale opinione mettesse fuori il frate in cotesti tempi a Roma; egli ai dì nostri compone libri in Italia, e la nostra mente resta sbalordita pensando come il Ricasoli barone avesse tolto le costui dottrine a norma per regolare le faccende della Chiesa con lo Stato. Bonifazio invia in Francia legato il vescovo di Pamiers a sostenere le sue ragioni; Filippo lo agguanta, e lo condanna reo di maestà, e manda a notificarlo al Papa perchè gli rifaccia il resto. Chi dei due iniquo? Bonifazio capace di servirsi della opera di un fellone, Filippo attissimo ad apporre false accuse, entrambi per voglia d'imperio smaniosi. Se s'inalberasse a' cotesta notizia il Papa non importa dire. Mandò: «sopra il divino diritto, e l'umano dei chierici niente potere i laici; rendesse libertà, e beni, ed onori al legato: avvertisse essere incappato nelle scomuniche stabilite dai Canoni contro i percotitori dei chierici; si mostrasse più timoroso di Dio, il quale tanto lo aveva beneficato fin lì.» Subito dopo di rincalzo pubblica la bolla Salvator mundi spedita al re con la lettera che comincia: Nuper ex rationalibus causis, mediante la quale sospende ogni privilegio (così ei diceva, ed erano diritti usurpati dalla improntitudine pretesca) concesso dalla Chiesa al re finchè la causa del vescovo di Pamiers non fosse stata giudicata dai chierici francesi raccolti in sua presenza.—E come se tanto non bastasse indi a breve pubblica l'altra bolla Ausculta filii. In cotesto documento, modello dello idropico vaniloquio della Curia romana, messo a rifascio Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa unica perchè unica sposa di Gesù, il quale ebbe sempre in orrore la bigamia, ed unico il suo capo messo da Dio a giudice dei vivi e dei morti: insomma la Chiesa non patire moltitudine di capi; lui papa Bonifazio comecchè indegnissimo pure preposto da Dio per ragione dello ufficio apostolico ai re, e ai regni in generale, ed in particolare sopra lui Filippo, e sopra il suo regno per distruggere, e ricostruire, stiantare, e piantare, disperdere, e raccogliere, e via di questo gusto: dunque non presumesse di sgattaiolargli di sotto; si lasciasse tosare, e spellare di buona grazia; averlo già ammonito parecchie volte invano; piangergli l'anima (le paterne viscere non pare che usassero ancora) nel mirarlo precipitare ogni giorno più a rotta di collo nelle colpe, che ormai sembravano tramutate in costume; e poi venendo alle strette dichiarava in lui Papa stare la suprema potestà su i benefici dentro e fuori la Curia romana, ed egli re non avercene alcuna; invece attentarsi con empio consiglio usurpare ogni cosa, e poi giudicando sostenere le parti di giudice e parte, laici e chierici mettere ad un mazzo; niente voler sapere di tribunali chiesastici; i giudicati loro reputare anco meno che niente, anzi revocarli, impedire che altri gli osservasse; i beni laicali, o clericali tenere per feudi dependenti dalla Corona; nelle Chiese, e nei monasteri entrato in aspetto di guardiano per sottometterli ad incomportabile servitù; divorarsi le rendite delle sedi vacanti; vietare che alcuna particella se ne mandasse fuori di Francia; della falsata moneta tacere, della oppressione dei sudditi, e di altre nefandità. Ora poichè per ripigliarlo era divenuto roco, forse avrebbe dovuto addirittura porre mano ai gastighi, ma non volerlo fare se prima non avesse tentato uno sforzo supremo per ridurlo a partito: per le quali cose egli intimava una Sinodo a Roma dove egli re o di persona, o mediante suoi oratori, comparisse, ci mandasse quanti abati, vescovi, ed arcivescovi gli piacesse, a patto che a lui Papa fossero grati ed accetti; intanto cacciasse via dalla reggia i falsi profeti, i seminatori di scandali; breve, tutti i facinorosi che lo stornavano dal darsi co' piedi, e con le mani accaprettato in balìa della madre Chiesa, e di lui padre Papa, che lo arieno acconciato pel dì delle feste. Il monaco Tosti, scorta fidata del Ricasoli barone, trova questa bolla temperatissima, una maniera di bianco mangiare, tutta in regola; poichè trattando di collazione di benefizi, d'immunità di chiese e di monasteri, di rendite da mandarsi a Roma e via discorrendo sta sempre nello spirituale; forse si possono dire faccende temporali il mal governo dei sudditi, e l'alterata moneta; all'opposto il monaco Tosti dichiara insolenza temeraria e peggio quello che rispose l'oratore francese La-flotte al Papa: «la tua è spada di parole, quella del mio Signore è di ferro»; per ultimo sostiene falsa certa lettera scritta da Bonifazio a Filippo, la quale in somma ripete con parole più modeste quello che si contiene nella bolla Ausculta. La bolla Ausculta rimescolò tutti in Francia così laici come chierici; il conte di Arras strappatala dalle mani del legato la buttò sul fuoco. Il monaco Tosti rammenta le arsioni delle bolle papali essere state due, questa di Filippo, e l'altra di Lutero, in Francia la prima, la seconda in Allemagna; giova rammentare che in Italia non fu bruciata perchè Barnabò Visconti costrinse il legato a mangiarsela. Filippo bandì il legato, e vietò, che preti, e quattrini di Francia andassero a Roma: il Papa quanto a' preti avria per avventura lasciato correre; quella poi dei quattrini gli passò il cuore. Banditi i legati convocavasi un'assemblea nella chiesa di nostra Donna di Parigi; laici, e chierici respinsero le immani improntitudini papali; se autentica o no la lettera che si dice scritta in cotesta congiuntura da Filippo a Bonifazio ignoro, e dubito, tamen assai bene riporta la qualità degli umori del tempo: abbila quì lettore volta dallo idioma latino nel volgare nostro.

[1] Però non sembra che il Papa donasse la vettuaglia bensì provvedesse a non farne mancare, che non fu piccola cura, dovendosi alimentare pel corso di un anno intero 200,000 e più persone oltre la popolazione di Roma.

[2] Senz'arme n'esce, e solo con la lancia, con la quale giostrò Giuda….

«Filippo per la grazia di Dio re dei Francesi a Bonifazio che la fa da sommo Pontefice invia salute poca, anzi punta. Sappia la tua massima demenza come noi nelle cose temporali non sottostiamo ad alcuno; a noi per diritto regio appartengono la collazione delle chiese e delle prebende vacanti, e la percezione dei frutti di quelle; la collazione che noi ne facemmo e faremo saranno valide nel presente, e nel futuro, e per noi andranno virilmente difesi i possessori di quelle contro ogni persona; e a chi altro non crede noi mandiamo patente di grullo, e di matto. Dato a Parigi.

Così allora la pensavano in Francia re, baroni, e prelati rispetto al Papa; adesso dopo oltre cinque secoli e mezzo cotesti Francesi fanno di cappello al Papa, reputano piccolo omaggio baciargli i piedi, dicono non poterne fare a meno, e poichè non ponno astenersene essi lo tengono sul collo a noi come un giogo di ferro;—e poi la Francia, proprio lei, presume nella processione della civiltà umana portare innanzi il gonfalone!—

Di contro all'assemblea di Parigi Bonifazio oppose la sinodo di Roma donde uscì la Costituzione unam sanctam in virtù della quale, aboliti i vituperii, e troppo tardi e male velate certe pretensioni ci trovi quanto basta perchè il Prete se non per la via maestra, almeno per tragetti ti entri in casa a scombuiarti ogni cosa. Il monaco Tosti facendo l'indiano meraviglia come così discreta costituzione non si avesse ad accettare, ed ha torto, massime poi con lo esempio della Inghilterra cui allora presiedeva quel sozzo uomo, che chiamano Giovanni senza terra, mentre tace, che Odoardo I la respinse appena n'ebbe facoltà, ed è cotesto modo procacciante e insidioso di scrivere storia. Ragione ha poi quando scrive: se volete vivere da cattolici bisogna piegare il collo, e adattarsi, altrimenti buttate giù il cattolicismo: o mangiar questa minestra o saltare questa finestra: presumere di volere restare cattolici, e dare di cozzo al Papa ad un punto si offende la fede, e la ragione; nel secolo XVI Lutero, e gli altri buttarono giù buffa mostrando mente eretica ma discorso di ragione, sicchè chi legge se l'abbia per giudicato; dov'egli pure desideri vivere vita libera e cristiana gli è mestiere gettare il cattolicismo alle ortiche; e in questo mi trovo d'accordo col monaco Tosti. Costui però mal tasto ha toccato, e potria rendere tal suono pel quale la Curia forse non gli darà la mancia. Matta cosa quella di volere temperare l'assolutismo della monarchia della Chiesa con l'aristocrazia dei Concili, e peggio coll'autorità dei re, dice il monaco Tosti; e mille volte più matta volerla accordare co' liberi pensamenti della Democrazia, dico io. Noi altri, egli monaco, ed io laico, ci potremo vantare di avere fatto un gran bene ai tempi nostri, voglio dire, cacciato al diavolo qualunque equivoco, avere definito la quistione a modo, e a verso: o asso, o sei. Se cattolici che almanaccate di Chiesa libera in Istato libero?—Mi suona come la prima ottava del volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio fatto dall'Anguillara. Osservate i sacramenti tutti con le interpretazioni del Papa, del vescovo, del curato, del cappellano, del sagrestano, e dell'ostiario; a Roma per le dispense pagate le annate, le decime, e l'obolo di San Pietro; abbiate i Gesuiti per babbi, i Paolotti per mamme, per fratelli i Domenicani, i Capuccini per sorelle; soprattutto riverite i tribunali ecclesiastici; lasciate i beni ai monaci, anzi cresceteli del vostro a cotesti serafici operai nella vigna del Signore; credete che Gesù si sia staccato di Croce per istringersi al seno Santa Caterina domenicana, e credete altresì, che il prelodato (a Torino dicono antefatto) Gesù barattasse il suo cuore con quello di Santa Brigida francescana; se no cessate essere cattolici per diventare cristiani. Per me, credo, che questa sarebbe la più diritta via per andarcene a Roma. Il Papa ci scomunicherebbe e se ne andrebbe: chè se Enrico IV potè dire, e male: «Parigi vale una messa» al popolo dovrebbe essere lecito esclamare a sua posta: «Roma vale una scomunica.»

Fra Bonifazio e Filippo, come succede fra due superbi e cupidi s'invelenirono le ire; di qua e di là crescono le offese; il Papa scomunica il re; questi appella al Concilio futuro; poi manda gente in Italia a recare supreme offese al Pontefice, la quale espugna Anagni, imprigiona Bonifazio, e lo percuote. Dicono gli desse la guanciata Sciarra Colonna, e corre fama conduttore delle genti fosse Musciatto Francesi; ciò dimostra come in ogni tempo i meno disposti a riverire come venerabile cosa il Papa sieno stati gl'Italiani: le guanciate non lodo, anzi biasimo; e poichè Filippo aveva appellato al Concilio, alle decisioni di questo aveva a stare; ma io già l'ho detto, tra Filippo e Bonifazio la correva come fra il rotto, e lo stracciato, e degnissimo di obbrobrio era certamente questo Papa il quale, mentre scomunica Filippo di Francia reo solo di volere essere forse troppo padrone in casa sua, accoglie da capo nella comunione dei fedeli Alberto di casa Asburgo fellone e omicida del suo re Adolfo, solo perchè piega il capo scellerato dinanzi alla potestà pontificia.