Spirito, che sia parmi impossibile significare, ma neppure negherai l'uomo risultato di materia e di spirito.—La materia diretta dallo istinto e legata a quello serva sempre degli appetiti fisici, e come serva costretta; lo interesse proprio le tiene corta la cavezza: però negativa, ripiegata in sè stessa, agevole preda a cui impera; molto su lei può l'agonia di possedere, molto altresì la facoltà di acquistare, più che tutto il terrore; ma a mano a mano che l'uomo leva in alto il capo perde la vista del campo circoscritto della terra e spazia per le regioni sconfinate del cielo: la parte divina agitandosegli dentro si sente frazione di Dio; aspira ad una Patria, che non è la terrena; impaziente egli non posa mano, agita le braccia per tentare se può servirsene a modo di ale; la scienza gli scotta co' suoi carboni ardenti le labbra; ma dentro lui fu accesa la vista intellettuale, che cresce, e comprende quanto la materiale si appanna, e si restringe; della crisalide avanza la spoglia spregiata quando la farfalla batte l'ale.—Ora la Chiesa cattolica doveva mettersi sul confine dello infinito se pure desiderava durare, e posto che qualche spirito temerario avesse voluto allora spingersi oltre, dopo dolente errore in mezzo a regioni per soverchia luce fatte tenebrose saria tornato a pigliare conforto, e a cercare pace nel suo seno; imperciocchè noi usi a non vedere fattura senza fattore troppo più ci affatichiamo a negare, che a confessare Dio; ma come, dove esista, e le ragioni della sua esistenza alla debolezza dello intelletto nostro non è dato comprendere. Ma poichè la Chiesa cattolica ha posto il suo termine nel materiale, e nel finito forza è, che da ogni lato l'onda dei tempi la soverchi; poco importa, ch'ella perfidii a proseguire anco lo spirituale, chè ormai lo interesse terreno le ha tolto il credito, ed ella non può bastare all'anima: la rete mistica dello apostolo si è convertita in una brava e vera rete da pescare pesci, e arrostirli; nel naufragio del cattolicesimo la fede di Cristo, io per me giudico, che si salverà: forse egli è appunto per questo, ch'egli le insegnava di restare a galla.—

Lasciando i presagi, e tornando alle considerazioni dei tempi succedentisi, ecco come lo stravincere nocque al Papa; per cui stava di mezzo, opprimendo troppo lo impero, e' fu piuttosto necessità che scelta appoggiarsi sul pontificato; ma quando conseguita potenza lo provarono due cotanti più grave dello impero gli si voltarono contra: di fatti al berroviere in terra egli aggiunse san Michele, tipo vero di giandarme in paradiso; di quà fuoco di stipa, di là fuoco d'inferno; da un lato agguantava il pane del corpo, dall'altro rapiva la salute dell'anima: ma soprattutto quanto a quattrini senza pari il prete per farti la barba, e il contrappelo. Di quì una maniera di altalena tra imperatore e Papa secondochè i feudatari puntavano per una parte o per l'altra; ci era il popolo ma in cotesti tempi veruno se ne giovava; di fatti troppo procedeva salvatico, e feroce; egli non proseguiva un fine politico o sociale, ma sì come belva, rotta la catena, sbranava; e tali apparvero in Inghilterra, ed in Francia i rimescolamenti delle plebi. In Italia all'opposto il popolo ordinatosi a municipio diventò accorto, sopra i feudatari sagace e potente, anzi sperperò intorno a sè i feudatari, e li costrinse a riparare in città; in questo modo i municipi si trovarono condotti ad avversare naturalmente l'impero come quello, che dava vita ai feudatari, ed il Papato trovando nei municipi una forza da valersene alla occasione ora secondochè gli tornava li benedisse, o gli scomunicò; gli oppose allo impero, o li tradì, e perse credito non acquistò forza: la quale fu ridotta al verde dalla empia virtù degli scismi cui non valse più a torre di mezzo la fede; la Chiesa imbelle e screditata ebbe a limosinare il soccorso dell'autorità laica affinchè cessasse gli scismi ond'era lacerata.—Durarono, e durano tuttavia alla Chiesa le reverenze esterne; sempre verso lei si appunta il volgo delle femmine, e delle moltitudini, che alla parte plastica delle religioni si affezionano; qualcuno persevera a baciare il piede al Papa; il Papa continua a benedire: la barca va, ma per impulso dell'ultima vogata, sicchè ogni istante il moto si fa più languido; nè la volontà dell'uomo per quanto potente egli sia basta ad impedire il fato; così se la voce di un monaco vale a rimescolare la Europa contro l'Asia, tre secoli dopo, Pio II muore di dolore non potendo stringere in lega i Principi Cristiani, contro i Turchi irrompenti ai danni della umanità. Leone X renunzia a favore di Francesco I la facoltà di eleggere vescovi e beneficiati superiori per conservare la quale Gregorio aveva mandato tutto il mondo a catafascio. La opposizione non si manifestò meno pertinace nella Germania; e colà anco più ardua a domarsi perchè mossa da un nugolo di Principi;—si andò di concordato in concordato; le nuove decime ributtaronsi: nel 1500 furono permesse le prediche per le indulgenze, le vendite di queste, e le questue a patto, che per due terzi andassero allo imperatore, e per un terzo al Papa; di vero, se come Roma affermava, le dovevano servire alla guerra contro il Turco, lo imperatore, che lo aveva in casa, sapeva meglio di ogni altro, e sopra ogni altro lo premeva l'interesse di bene adoperare il danaro; così il prete rimase preso alla tagliola rizzata con le proprie mani.—In Inghilterra anco peggio; senza concordato il re propose i vescovi: invece di continuare la contribuzione del danaro di San Pietro, Enrico VII portò via la metà delle annate a Roma. Nel mezzogiorno il contrasto non meno gagliardo che nel settentrione; colà oltre la nomina ai vescovati, il re d'accordo coi frati, instituì la inquisizione, arnese politico larvato di religione, il quale sovente si oppose a Roma, e ne perseguitò i devoti, e tanto arrivò di prepotenza che giunse a minacciare Sisto V quando volle pubblicata la versione italiana della Bibbia. Il Prescott nella vita di Ferdinando e d'Isabella assai lungamente favella di simili screzii; nè il Ranke ne tace nella sua storia del Papato. Così del pari in Portogallo la Corona s'impadroniva dei beni degli ordini militari, e religiosi: si ritenne il terzo delle crociate, e pose le mani sopra le decime ecclesiastiche. Insomma da per tutto cede la Chiesa, pari all'onda iemale la quale, per essersi spinta impetuosa troppo e proterva, rotta in isprazzi adesso le tocca a stornare. Ormai la stagione del crescere si conchiuse per sempre, tanto più quella di allagare unica padrona; adesso entriamo nel periodo di conservazione: forse era tempo per lei di risorgere con la fede; ella non volle, o non ci credè; più tardi la vedremo tentare anco questa via, ma con tali argomenti da consumare la poca lena avanzata da tante prove: intanto ecco quali gli umori della Chiesa adesso palesati nel Concilio di Basilea da uno dei padri più autorevoli, che quivi sederono: «forse un dì sarebbe stato spediente separare affatto la potenza temporale dalla spirituale; ma pel tempo, che corre virtù senza potere è ridevole, onde il Papa romano scevro del patrimonio della Chiesa diventerà davvero: servo dei Servi di Dio.»

Indi in poi la Chiesa fruga nei suoi annali per trovare lo scampolo a rattoppare il manto; con frode, o con violenza ripiglia Imola, Faenza, Forlì, Urbino, Rimini, Pesaro, Ferrara ed altre più terre[1], e ciò con tanta maggiore acerbità quanto, che la paura di rimanere in camicia si manifesta due cotanti più apprensiva della cupidità di acquistare.—Le cerchia dell'interesse mano a mano si stringono per modo che nel dubbio di avere un giorno a cedere il dominio temporale ogni Papa pensa ai casi della propria famiglia e strappato un gherone del manto papale lo butta sopra le spalle ai nepoti; mosso da questo concetto Sisto IV concede ai Riario Imola, e Forlì, Giulio ai della Rovere Urbino, Paolo ai Farnese Castro Camerino e Nepi prima, poi Parma e Piacenza, e così di seguito; se non che considerando i Papi sorvegnenti come simili principati generassero troppa invidia onde sovente i nepoti con la sostanza perdessero la vita ritagliano più a minuto; invece di principati donano poderi, o benefizi, o pecunia.

[1] Comecchè di questi fatti vadano piene le storie merita essere ricordato il seguente o poco noto, od al tutto ignorato; «La madre del protonotaro Colonna corse come maniaca a San Gelso in Banchi dove giaceva il cadavere del suo figliuolo; quivi ella acciuffò pei capelli il suo teschio spiccato dal busto, e squassandolo su gli occhi al popolo gridò: «ecco» il capo del figliuolo mio, mirate fede di Papa! «Aveva promesso, che lo avrebbe riposto in libertà se noi gli consegnavamo Marino, ecco, il Papa ha Marino, e il Papa mi rende il figliuolo…. Mirate! non è fedele osservatore di sue promesse il Papa?»

Essendo questo epitome non già dei gesti universi della Chiesa, bensì dei fatti sopra i quali ella fonda il diritto di dominare su i popoli e noi il diritto del popolo a torle la signoria, dobbiamo rifare i passi, e considerare, come sul declinare del secolo decimosecondo il Papato combattuto in casa (reggendosi Roma a repubblica) ed oppresso fuori dagl'imperatori germanici, Adriano IV si gratifica il popolo: e fu consiglio astuto imperciocchè stando col popolo egli difendesse con l'altrui la propria libertà, mentre col Tedesco avrebbe saldato catene allo altrui polso ed al proprio; forse se Federigo Barbarossa consentiva ad accettare lo impero come un benefizio romano ogni screzio cessava fra loro; ma dura cervice a piegarsi era lo svevo, e al Papa toccò durare nel molesto amore del popolo, dacchè alla Dieta di Roncaglia i giureconsulti di Bologna dichiarassero niente meno lo imperatore padrone dell'universo: la quale dichiarazione parve immane al Papa, perchè non era stata fatta per lui. Di qui la lega lombarda, e le mirabili vittorie del popolo, e la troppo più mirabile fede. Molti mettono in dubbio la verità del fatto, che Alessandro del piè calcasse il collo al Barbarossa mentre recitava le parole del salmo: «sopra l'aspide, e il basilisco passeggerai, il leone, e il dragone calpesterai.» A cui il Barbarossa rispose: «non a te ma a san Pietro.» Nè io mi affaticherò a chiarirlo, che comunque la cosa stia, grande fa la prevalenza acquistata a cotesti giorni dal Papato sopra lo impero per virtù del popolo: però Alessandro non indugiò nè manco un momento a voltare il nuovo rigoglio contro il popolo, e presto accordato col tiranno ricusò tornarsi a Roma se prima il senato non gli giurasse fedeltà, restituirgli la pristina signoria, lui e i cardinali difendere dai nemici. Naturale cosa è, che quegli il quale ora su questo ora su quell'altro si appoggia per tradire tutti, eserciti travaglioso imperio, e sbattuto da perpetua fortuna ad ogni tratto accenni sommergere; di vero più, che mai si drizzano ora minacciosi contro il Papato le ire del popolo, il rancore dello impero, ed uno spirito nuovo sorge ad arruffargli i disegni: ai primi pericoli i Papi pensano provvedere con le crociate: molte le cause di questo rovesciarsi dell'occidente sopra l'oriente; e prima di tutto vuolsi attribuire ad una misteriosa corrente che vuole così: verso le contrade del sole due volte s'incamminarono i Greci condotti da Agamennone, e da Alessandro macedonio, poi i Romani, poi i Crociati: oltre questa spinta naturale colà li chiamava la copia dei beni della terra, che genera ricchezza; la facile vittoria, che in coteste terre il nemico più metuendo sia il cielo inclemente: molto altresì, e sarebbe vano negarlo, la devozione, e per me giudico, che con queste, e sopra queste cause stringessero il consiglio, e l'opera dei Papi di affrancarsi dagli ostacoli così popoleschi come baronali per ricuperare la scemata primazia; nè l'effetto i Papi provarono dispari dai concepiti disegni, imperciocchè di tanto crebbero in potenza quanto ne persero gli avventurosi crociati, e quindi a breve Lucio III perfidia per le immunità ecclesiastiche dagli obblighi feudali; Urbano III intendo restituiscansi i duchi di Sassonia, e di Baviera ribelli allo impero; nega il crisma ad Enrico IV, e torna su la pretensione del retaggio della contessa Matilde. Più temerario di lui Celestino III, che vieta ad Enrico la eredità siciliana della moglie Costanza; condanna Filippo Augusto a ripigliarsi Ingelberga dalla quale si era dipartito col pretesto d'incestuose nozze; ordina ad Alfonso re di Leone si separi dalla cugina figlia del re di Portogallo da lui condotta in moglie. Finalmente comparisce Innocenzo III ramo vero dello impronto Ildebrando; in mal punto eletto tutore di Federigo II si approfitta della minore età del pupillo; al mandato imperiale dei Prefetti surroga il proprio; patteggia co' Toscani perchè non riconoscano re od imperatore senza il consenso della Chiesa: intima Ottone a rendergli il retaggio della contessa Matilde, e poichè lo trova restio, gli sguinzaglia addosso Federigo II. Dopo scomunicata la Francia tutta, e Filippo Augusto, il quale invece di obbedirgli e ripigliarsi Ingelberga sposa Agnese di Merania, lo scomunicato blandisce, e lo avventa contro Giovanni senza terra, perchè gli tolga il regno; quando poi cotesto codardo gli s'inginocchia davanti profferendoglisi vassallo, lo arresta a mezzo: guai a lui se si attenta torcere pure un capello al re d'Inghilterra feudatario di Santa madre Chiesa!

Oltre la opposizione temporale aveva di già da lieve principio preso le mosse uno spirito di rivolta, il quale non solo accennava a riforme di costume, bensì si proponeva alterare le dottrine, e perfino i dogmi della Chiesa: fino dai principii pauroso; ora che mai diventerà crescendo? Più famoso degli altri novatori Arnaldo da Brescia; lo avevano precorso Pietro di Brais in Narbona che fu bruciato vivo a Santo Egidio in Linguadoca sul cominciare del secolo duodecimo; il monaco Enrico che perseguitato ferocemente dal vescovo di Mons, dallo abate di Cluny, e da quello di Chiaravalle san Bernardo menò vita insidiata sempre e randagia; e Tichelmo della estrema Zelanda cui per comando del Papa furono spenti a ghiado; ingegno, per autorità, per audacia di gran lunga superiore a questi Arnaldo; e seco andava il popolo: la sua cattedra piantata nel cuore del cattolicismo, Roma: egli predicava contro le lussurie della corte papalina, e le dovizie, e i beni terreni; veniva ricordando la povertà del Nazzareno, ed affermava la rilassatezza cagione dei danni presenti, e della ruina futura. In cotesto tempo non meno acerbo procedeva san Bernardo contro il costume romano, e ne fanno fede gli scritti; però troppo diversi i fati di Bernardo e di Abelardo, e la ragione è manifesta, che Bernardo rimorchia la Chiesa come persona venuta in iscrezio con l'amante, mentre, Abelardo la vuole tosata, e scalza; donde nacque, che Bernardo venerato in vita fu in morte scritto sopra l'albo dei santi, ed Abelardo commesso alle fiamme. Il Sacerdote pensò disperderne la memoria col gittarne via le ceneri, e s'ingannò; coteste ceneri sparsero nello avvenire tale seme di cui la messe intera germoglia sempre, e non finisce mai. A combattere questo spirito nuovo i Papi crearono gli ordini religiosi dei Francescani, e dei Domenicani, barbacani, secondo il sogno di Papa Onorio, della Chiesa ruinante; adoperaronci esortazioni, ma più ferro e fuoco, soprattutto fuoco, e non valsero, e non valgono; il fuoco accende il pensiero, che non si consuma; per la quale cosa continua lo spirito di Libertà ora in Germania, ora in Francia, ora in Italia, ed ora in Inghilterra. Affermano come in Italia fosse suscitato il desiderio di riforma dallo studio dell'antichità; e ciò troviamo falso sia quanto ai tempi, sia quanto alle cause, corre fama che pensatori piuttosto temerari che liberi fossero Federigo e Manfredi; lo stesso Guido Cavalcanti è rimproverato da Betto Brunellesco di aggirarsi fra gli avelli meditando, che Dio non è; rispetto poi alle cause, la imitazione dello antico certo contribuì alla rilassatezza; che abbassato un po' il cielo verso la terra, ed un po' vestito di spoglia decente il vizio si compose tale una mistura che maomettana non era e cessava di essere cristiana; ma la Chiesa Romana soprattutto fu combattuta dallo spirito. Il Savonorola, il Burlamacchi, il Paleario, i Soccini, il Carnesecchi, il Bruno, ed altri, che non nomino, senz'altro non mosse libito di senso. Piuttosto giudico, che come s'industriano sempre le tirannidi prostrare gli spiriti, così la Chiesa s'ingegnasse annegare lo intelletto nelle voluttà, che la imitazione degli antichi fece eleganti e desiderabili anco ai più schivi; e tuttavia andò fallito il disegno, imperciocchè dallo studio del piacere si generasse il tedio della disciplina, la inverecondia del costume, e con essi l'odio dell'autorità. Providenza di Dio immediata, o predisposizione di ordine stabilito da lungo tempo vuole che ogni tirannide nello scavarsi il fondamento ci getti il seme della cosa, che la sovvertirà; e in questo modo Leone papa mentre co' sollazzi s'industria assopire le menti indebolisce l'autorità, e Cosimo nipote di lui mentre tenta impoverire lo ingegno toscano nelle quisquilie della grammatica, crea custode della Libertà la lingua. Altresì giudico che le sette diverse nocessero sì all'autorità della Chiesa, ma nel medesimo punto di poco avvantaggiassero lo svolgimento dello spirito; e la ragione è chiara, però che lo liberassero da un viluppo per intrigarlo in un'altro, il quale posto ancora, che fosse men reo del primo, tuttavia è vincolo, o cerchio, mentre lo spirito batte sempre le ale, ed irrequieto si appunta nello infinito. Anco nel secolo passato al progredire dello spirito pregiudicarono la scuola degli Enciclopedisti, e il Voltaire, però che, a mio parere, lo affaticassero a fini di odio, e di contesa, mentr'ei non si pasce di negazioni, nè sono i suoi trionfi ruine; con ogni umano istituto, con la dottrina di tutte le religioni, con la sapienza dei secoli lo spirito ripiuma l'ale per durare all'eterno volo.

Intanto i Papi oltre le Crociate, la Inquisizione, e i Frati per apporre argine che valesse a trattenere le acque irrompenti stabilirono la meno dispendiosa, e la più sicura di quante polizie sieno al mondo, la confessione. Trovato questo non nuovo, e non inutile anco in antico, però che il colpevole nei misteri dei Numi, massime di Cerere eluisina, confessasse i falli, e a patto di certe penitenze rimanesse assoluto; ed a me parve cosa che anco la civiltà di oggi potrebbe avvantaggiarsene e non poco, là dove a udire, e a consigliare si preponesse il vecchio discreto, esperto delle umane passioni, ed uso a guarirle: bene intesi però, che simile ufficio si avrebbe ad esercitare sopra le menti giovanili quando una gomitata basta a farle rientrare nella pesta: all'opposto poi quando l'uomo ha messo il tetto lo ammonimento a che giova? Torna lo stesso che predicare ai porri.—La Chiesa Romana instituendo la confessione ebbe in mira di intromettersi nel penetrale delle domestiche pareti, d'insinuarsi tra padre e figlio, tra marito e moglie, e fatto padrone delle coscienze e dei segreti, vendicarsi, o arricchirsi secondo le occasioni.

Altro partito a crescere di potenza fu la mutata elezione del Papa, e degli altri principali offici, la quale di popolesca fu di mano in mano tirata al tirannico. Nei primi secoli del cristianesimo eleggeva i Papi la Chiesa, o vogliamo dire la universalità dei fedeli, vescovi, sacerdoti, chierici di ogni ragione, e plebe. Così ce la descrive San Cipriano nella epistola 52, discorrendo della elezione di Papa Cornelio: «fu eletto vescovo Cornelio da parecchi nostri colleghi, che allora albergavano in Roma col giudizio di Dio, e di Gesù Cristo, col testimonio dei chierici, coll'assenso dei vecchi sacerdoti, e col suffragio della plebe intervenuta.» Ai tempi di Costantino magno questi modi di elezione occorrono inalterati; e la elezione si eseguiva nelle Basiliche di Roma; per lo più nella Lateranense; nel 1059 il Concilio statui che vescovi, arcivescovi, basso clero, e popolo concorressero alla elezione del Papa, per evitare contese. Le medesime regole si praticavano nelle elezioni dei vescovi fatte dal capitolo, dal clero, e dal popolo della Diocesi, ed altresì in quelle dei vicari e dei parrocchi nominati dal clero, e dal popolo della parrocchia. Progredendo nel tempo in virtù della bolla di Alessandro III[1] rimasero esclusi tutti, eccetto alcuni pochi assistenti al soglio pontificio, che ebbero nome Cardinali da cardine, quasi fossero cardini o barbacani della Chiesa. Dopo ciò i Papi arrogaronsi il diritto di eleggere vescovi, e parrochi, donde sorsero le guerre di che abbiamo detto, e i concordati, i quali chiariscono quanto menzognera sia la dottrina del non possumus, dacchè i Papi in tutto e per tutto possono quando li pongono nello strettoio: pari alla Pitonessa, allorchè incontrano un'Alessandro magno, che gli attanagli a mezza vita esclamano: «figliuolo mio, tu sei invincibile!». Per me credo, che ogni principato tiri la sua origine dalla violenza, o dal voto universale; ma per parecchi il primo principio si perde nella notte del tempo, non così pel pontificato, dove avanzano testimoni solenni del diritto del popolo usurpato da Roma; e se principati vetustissimi di cui s'ignora lo inizio pure consentono a ritemprarsi nel suffragio universale, perchè e come ci si rifiuterebbe il pontificato di cui la usurpazione è palese? Il Papa che sè vanta rappresentante e vicario di quel Dio, che disse: «rendete a Cesare quello ch'è di Cesare,» come si augura potere con giustizia negare al popolo quello, ch'è del popolo?

[1] Parecchie sono le Bolle intorno alla elezione dei Papi. Gregorio X nel 1274 con la Bolla: Ubi periculum, ordinò il Conclave, e la facoltà di eleggere il Papa a quei soli Cardinali presenti nel luogo dove il regnante era morto. Giulio II con la Bolla: Cum tam divina nel 1504 bandì cose di fuoco contra le elezioni simoniache; la confermò Leone X, e non impedì, che Clemente VII indi a breve fosse eletto con laida, e palese simonia. Poi ci hanno le Bolle: In eligendis di Pio IV; Eterni Patris filius di Gregorio XV, ed altre non poche.

Narro di Federigo nipote del respinto Barbarossa, e di Gregorio IX: costui che compose il libro delle Decretali, congerie informe di rescritti emanati per casi speciali, e da lui promossi alla dignità di leggi, atti però a stabilire la monarchia romana, massime nelle materie beneficiarie, costui, dico, fu tenace a stringere, cupido di recuperare. Ora temendo non potere allungare le mani rapaci finchè gliele badasse Federigo, lo agguindola così, che gli è forza rendersi crociato; ma mentre sospettoso di qualche tranello Federigo tentenna di recarsi a Gerusalemme, il Papa infellonito per la paura di trovarsi deluso lo scomunica: finalmente parte: allora Gregorio palesa le insidie aizzandogli contro il socero Giovanni di Brienna, commettendo ai Domenicani ed ai Francescani ribellargli i popoli, e fino nell'oriente lo circonda di lacci mortali; ma Federigo vince, ed entrando in Gerusalemme, poichè i preti nicchiano a incoronarlo, ei s'incorona da sè; poi fatta pace col Sultano sollecita il ritorno. Di ciò spaurito Gregorio, e arrovellato, dichiara lo imperatore empio, gli rinnuova gli anatemi con la giunta di sciogliere i sudditi di lui dal giuramento, e concedere il regno a cui prima lo pigli; nè commosso, nè infievolito da armi cosiffatte Federigo viene, e vince; il senato e il popolo romani gli spediscono oratori per congratularsi della sua buona fortuna; allora il Papa torna amico allo imperatore, e poichè stanno in lega per non oziare nel male gli propone svellere cosa ad entrambi funesta, lo spirito di libertà; e quegli acconsente. In virtù di simile accordo nel 1233 per la prima volta fu arso un paterino a Milano; e il Prete romano con un piè sul collo alla natura comandava ai figliuoli di Ezzelino di consegnare il proprio padre alla Inquisizione. Dopo breve spazio secondo la infida lega degl'improbi, tornano alle offese costoro, e Federigo in pena di avere sovvenuto il Papa nella snaturata richiesta contro gli Ezzelini, mira con orrore insidiargli la vita il figliuolo Enrico sobillato dal mal prete: parve provvidenza e forse fu; peccato che questa provvidenza non tenga dietro ad ogni misfatto, o si riveli meglio agli occhi mortali! Gregorio mette mano da capo alle scomuniche, muove contro Federigo Genova e Venezia; e dubitoso, che le possano far breccia va fino in Francia secondo il consueto, a trovare puntelli alla immane improntitudine sua.