«6. quello che fa il Papa, Dio fa.»

Le glosse ampliando affermano il Papa facultato a dispensare contro il Vangelo, gli Apostoli, e il diritto naturale; il Rubeo addirittura ogni più scapestrata enormezza compendia in questo aforismo: «il Papa può tutte le cose fuori del diritto, sopra il diritto, e contra il diritto.»—Ma non ci ha mestiero glosse quando un Papa, Innocenzio III ti spiattella: «credere facilmente, che Dio permetta al Papa di potere fare cose contra la fede[1].» E dev'essere proprio così, poichè il Papa ne ha fatte tante senza che Dio se ne risenta! Per ultimo Urbano II a certo vescovo che lo consultava intorno alla penitenza da darsi all'uccisore di uno scomunicato rispondeva: «noi in coscienza non estimiamo omicidi quelli che ammazzano per zelo della madre chiesa cattolica[2].» Leggendo questa dottrina anco noi abbiamo tenuto per fermo, che il signore della Rovere Ministro della guerra deve avere appreso ai giorni nostri umanità alla scuola di Papa Urbano.

[1] Serm. su la Consagr. p. 229.

[2] Can. 47 cons. 23 8. 5.

Ogni uomo può immaginare agevolmente a che menassero di siffatta ragione premesse; tuttavia ne riporterò qualcheduna. Salomone re di Ungheria cacciato dal regno si raccomanda al suo cognato re Enrico di Alemagna profferendosegli vassallo se lo rintegra nel regno; di ciò inalberando Gregorio manda a Salomone: il tuo regno è mio, chè gli antichi re lo donavano a san Pietro. Di più lo imperatore Enrico il nero, dopo avere acquistato cotesto regno, offerse alla tomba del principe degli Apostoli, una lancia, ed una corona, quindi è chiaro ch'ei glielo volle donare: i regni devono mantenersi liberi da ogni signoria straniera per assoggettarsi unicamente alla Santa Sede. Un barone vocato Vezelino recando molestie al re di Dalmazia, il Papa lo ammonisce, che cessi, però che cotesto re ci sia posto per autorità della Santa Sede, e offendere lui sarebbe come offendere lei: da parte di san Pietro deponga le armi, e se ha ragioni vada a Roma e le faccia valere. A Demetrio tzar, o kan, o chi altro si fosse dei Russi scrive questa lettera, la quale per essere vera non ci appare meno inverosimile e strana: «tuo figlio venendo a visitare il sepolcro degli Apostoli ha dichiarato volere ricevere il regno dalle nostre mani come dono di san Pietro, e noi glielo abbiamo conceduto.» Circa allo impero, tostochè per diventare imperatori avevano con parole e co' fatti confessato necessaria la consacrazione del Papa, egli era chiaro, che come ei li faceva così poteva disfare, donde per conseguenza in lui il diritto di volerli e l'obbligo negli imperatori di essergli vassalli. Quanto alla Sassonia, l'universo sapeva Carlomagno averla donata alla Santa Sede: non importa avvertire che eccetto il Papa veruno aveva udito far motto di simile donazione. Ai Legati in Francia commetteva Gregorio facessero pagare a capo di ogni anno almeno per ciascuno uomo un danaro a san Pietro secondo l'antico costume se tanto è che lo venerino padre e pastore: nè dovere ai Franchi sembrare grave il balzello però che nei libri conservati nello Archivio di san Pietro si legga qualmente lo imperatore Carlo raccolte ogni anno 1200 libbre di argento da soli tre luoghi, Aquisgrana, Pui, e Santo Egidio le offerisse alla Chiesa. Anco quì non occorre dire come nei Capitolari, nelle storie, e nei documenti del tempo di simile donazione non si trovi parola[1]. Quanto alla Inghilterra tirarono i Romani Pontefici tanto la corda, che alfine si ruppe; imposero, e lo ricordammo altrove, al vile Giovanni senza terra la tenesse in feudo dal Papa; e così fa, onde per modo ci si annidava il prete, che il danaro di San Pietro ai giorni di Enrico III si stimava metà delle entrate del regno; di che non contentandosi il legato Martino, Enrico lo cacciò via; dopo la cacciata del quale fatta cercare più sottilmente dai ragionieri la cosa trovarono, che dibattuto il danaro di san Pietro al re avanzava non bene dell'entrate intero il terzo; gli altri due terzi avvantaggiati a Roma. La Spagna sua; occuparla in parte i Saraceni, in parte i cristiani, ma per lui essere tutt'una, e bene crivellata ogni cosa, egli amava meglio andasse in mano ai Saraceni che stesse in mano ai cristiani contumaci della santa madre Chiesa. Quest'altra più immane; Gregorio scrive ad Orzoco giudice di Cagliari intimandolo a pagare il danaro di san Pietro con gli arretrati, e lo facesse presto perchè gli stavano alle costole Normanni, Toscani, e Lombardi, i quali gli profferivano larghissimi partiti fino a lasciargli la metà della rendita contentandosi dell'altra metà s'egli consentiva loro la conquista della isola: non tardasse dunque a rispondergli se non voleva esporre l'isola al saccheggio, e agli altri mali della invasione: per ultimo (mirabile a udirsi!) commetteva al medesimo Orzoco ordinasse a Iacopo arcivescovo e a tutto il clero a radersi la barba; dove negasse tutti i beni loro confiscasse.

[1] Platina nella vita di Urbano II racconta, come Enrico vescovo di Soissons risegnasse il suo vescovato nelle mani del Papa perchè proposto vescovo dal re, di Francia, e giurò nelle sue mani non sarebbe mai intervenuto alla consacrazione di vescovi di nomina regia.

Ora ecco il Papato, che strisciando, e servilmente obbedendo gl'imperatori romano-greci, i franco-carlovingi, ed i tedeschi aveva acquistato come vassallo potenza! intende all'improviso passeggiare su le teste di tutti. Industria somma, perseveranza inaudita, arti moltiplici furono adoprate per venire a capo di questo, ma insipiente ne fu il concetto: chiunque crea instituti per costringere lo spirito umano edifica sopra l'arena, peggio chi lo respinge; a riuscire pel momento giovarono al Papa la minorità di Enrico, e la ribellione dei feudatari alemanni: quanti ribelli, tanti collegati al Pontefice: di fatti i baroni molestati dalla soverchia potestà dello Impero si affaticavano a diminuirla, onde parve bello, ed opportuno avere nella impresa compagno il Papa; avendo a camminare lungo tratto di via insieme non videro, o almeno non vollero vedere il punto dove si sarieno divisi: per la strada, suol dirsi, si assestano i basti, e questo talora proviamo vero, tale altro no: quì si sconciarono. Importa notare come il Papa da prima tolse il diritto di conferire i benefizi al popolo per darlo allo imperatore; adesso intende spogliarne lo imperatore per dividerselo co' baroni; più tardi manderà allo inferno i baroni se si atterranno a conservarlo.

La origine democratica del Papato, e la sapienza concessero facoltà a Roma di farsi sovrana del mondo, come altra volta le valsero pel medesimo fine la tenace aristocrazia, e la spada; ma la virtù democratica adoperata per fondare la più molesta di ogni tirannide, e la sapienza per abbuiare le menti nello errore perpetuo dovevano per necessità ritorcersi contro di lui. Sorse la stampa e fu come il sole che assorbe il lume della lucerna accesa a vegliare il morto; la democrazia inasprita di avere tirato, senza addarsene, per tanto tempo l'alzaia alla tirannide ruppe il freno, e prese a darle de' calci; i medesimi partiti messi in opera per tenere su ritto lo immane edifizio contribuirono, e non poteva fare a meno, ad atterrarlo, come quelli, che violentissimi erano e stemperati; e' fu mestieri possedere milizie fedeli, epperò i matrimoni proibiti, i monaci moltiplicati; ancora, ci vollero danari, e di molti, così per regnare, come per sopperire agli strani appetiti compagni inseparabili della sua potenza. La gente si strascinava in paradiso ammanettata come reo al supplizio; condannati erano i fedeli alla vita eterna come a' lavori forzati. Non lo tento nè manco, e tentando non ne verrei a capo, di noverare le industrie romane per raccogliere danaro; la più spedita era quella di levare sangue addirittura dalla vena pigliando, come in Inghilterra, di schianto i due terzi delle entrate; ciò non potendo durare, alla lancetta surrogavano le mignatte; e allora espiscarono le riserve, le aspettative, le annate, le indulgenze, le decime, le bolle per fondazioni, conferme, dispense di genere infinito, per benefizi, e simili. Tutto a Roma si vende, tutto; onde Cristoforo Colombo, il quale fu piuttosto pinzocchero, che religioso, ingenuamente lasciava scritto, che coll'oro si compra anco il paradiso: dall'altro lato si ruzzolò giù fino alla mannaia ed al fuoco.

Nell'anarchia del mondo in parte proveniente da cause estranee al Papato, ed in parte promossa da lui, egli ordinato poderosamente doveva restare padrone del campo: ancora, il Papato opponendo la croce al corano, e al paganesimo contrastava la barbarie, i quali vinti, dai popoli affrancati naturalmente come instituto divino si riveriva quella potestà, che aveva loro dato di essere civili: quindi al Pontefice cascavano quasi in mano scettri, che egli poi non bastava a tenere, e fu visto concedere il regno in feudo al re d'Inghilterra, al re di Sicilia, e via discorrendo, nè più nè meno di quello costumasse Cesare coi re, che gli amici suoi gli raccomandavano.

E tuttavia i disegni di Gregorio continuati dai Papi, e non ismessi nè anc'oggi, nascevano viziati da tale peccato di origine, che per battesimo non si scancella: rompere catene per mettere in servitù, eccitare alla rivolta per pretendere obbedienza assoluta, religione antica unita a fraudolenza nuova, santità di costume e depravazione non mai più vista in Roma nè anco ai tempi di Eliogabalo, la tonaca del frate e lo ammanto del Papa: co' digiuni, con le astinenze, e con le meditazioni solitarie apparecchiarsi alle ribalderie del cortigiano, aprire le porte del cielo senza chiudere quelle dello inferno; san Francesco che predica ai lupi, e appella le rondini sirocchie venuto al mondo ad un punto con san Domenico sintesi beatificata di quanti carnefici vissero nel mondo; la pietà stessa feroce, però che sovente giungessero a ridurre in tocchi qualche povera creatura reputata santa solo pel sacro furore di possedere una reliquia di quella. Considera la fede portentosa dei Campioni di Cristo, i quali alla vista di Gerusalemme piegano la fronte nella polvere, piangono dirotti, si picchiano il petto con percosse capaci di sfondare una porta di città, e poi tale menare dispietata strage, che il Cronista di quel gesto afferma, il sangue nel tempio levarsi all'altezza del ginocchio degli spietati. Su questo argomento tornerò più tardi: adesso della necessità che quello che accadde doveva accadere con le altre conseguenze le quali speculando si presagiscono, dacchè regola il mondo morale la medesima dinamica del mondo fisico: colà a scoprirsi questa legge più difficile che qua, ma le leggi ci sono.