Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi: papa Martino non vale un quattrino, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni; però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio tenersi i danari.
Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe paura, e renunziò.
Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiama padre della Patria; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro, volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi, i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo ha ricevuto dai precedenti: il non possumus di Papa Pio IX hassi a tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina sostanziale della Chiesa.
Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore. Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto, che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni, molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi, trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto: a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa. Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace: quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui, il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso, che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie, Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice: che i giusti si portarono via le spoglie degli empi, così quando i fedeli della Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a persuadere che compiono opere meritorie.—Conchiusa la riunione ognuna delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti trova, che ci è perdita, o non guadagno.
Però Eugenio a fine di confermarsi la reputazione acquistata, e potendo crescerla, mise mano a certa menzogna, la quale come non prima così non fu nè anco ultima nella Chiesa; a certo altro simulacro di Concilio tenuto a Roma procurò si presentassero deputazioni di finti Etiopi, Caldei, Siri, e Maroniti che tutti protestarono volersi ridurre in grembo di Roma; i padri del Concilio ridevano di coteste lustre; forse ne rideva anco Eugenio, ma per amore del mestiere entrambi facevano le viste di crederci: il popolo ci prestava fede con tutte le viscere come quello, che a cotesti tempi credeva, e perchè ci aveva interesse: fra un secolo e mezzo quando i Gesuiti presenteranno a Sisto V l'ambasceria dei Giapponesi Pasquino e Martorio la conceranno pel dì delle feste. Finalmente il Concilio di Basilea elesse un'altro Papa, ovvero antipapa, che fu Amedeo duca di Savoia; che tolse nome di Felice V; e se per questo caso la rabbia dei sacerdoti già ardente divampasse lascio considerarlo al lettore. Eugenio, come se tante cure gli fossero poche, scompiglia il reame di Napoli spingendo Renato di Angiò contro Alfonso di Arragona, e forse il suo protetto ci faceva impressione, quando per la cupidigia di ricuperare la Marca di Ancona, posseduta da Francesco Sforza, gli muove contro ad assalirlo improvviso Niccolò Piccinino; per la quale cosa Francesco indugiando a sovvenire Renato di Angiò è cagione che le fortune di questo tracollino; più tardi va, e mentre altrui non giova sè ruina: a Renato tocca a scappare, che pieno di rovello si riduce a Roma per isfogarsi col Papa, il quale, con buone parole lo raumilia, e lo incorona re giusta in quel punto in cui lo perdeva; Renato invece di stare in Napoli con un reame torna in Francia con una corona, addentellato a nuove miserie d'Italia.
Tra i buoni Papi sogliono annoverare Tommaso di Sarzana, Niccolo V, migliore: costui nato di piccola gente fece assai professione di conversare con letterati, e procurò si recassero in idioma latino in cinque anni scrittori greci, più che innanzi a lui non si era fatto in tre secoli, ma vi hanno di due maniere letterati, quelli che più badando alla sostanza, che alla forma con la dottrina dei sommi intelletti nudriscono divinamente l'anima; altri corrono dietro agli artifici della orazione, le parole studiano non le sentenze, e vagheggiando la materia, materia rimangono: tra questi secondi Tommaso da Sarzana, fra i primi Stefano Porcari, il quale, appena morto papa Eugenio, raunata la cittadinanza romana nella chiesa di Araceli la confortava a cose santamente libere, però che lo dicesse: non esservi così piccolo borgo dove morto il signore non si ragionasse di ricuperare la libertà, o almeno di porre modo alla intemperanza dei futuri reggitori dietro la esperienza del passato. Non lo secondando i Romani, e forte avversandolo l'arcivescovo di Benevento, cotesta pratica non andò avanti. Tuttavolta Tommaso essendosela legata al dito relegò Stefano a Bologna con obbligo di presentarsi ogni dì una volta al governatore della città. Stefano fingendosi infermo corre velocissimo a Roma; tradito dalle spie, ripara in casa di sua sorella dove si nasconde dentro un cofano indarno; chè fin là rovistando lo trovano, lui arrestano con nove complici, e senza forma alcuna di processo tutti appiccano ai merli di Castel Santo Angiolo: comecchè ne facessero ressa negarono loro prima di morire i sacramenti a fine che il corpo ne andasse perduto con l'anima. Dopo queste prime altre stragi contristarono Roma; il 12 gennaio 1453 Eugenio manda alla forca un dottore bolognese compagno a Stefano nel suo ritorno a Roma; promette 1000 ducati a cui gli consegni nelle mani vivi due parenti del Porcari, Francesco Gabadeo e Pietro Monterotondo, sottrattisi con la fuga, se morti 500; serpentò con focosissime istanze tutti gli stati d'Italia, affinchè gli rendessero i congiurati fuggiti, e molti glieli diede Venezia, ospite sovente infida; tra gli altri Battista Sciarra nipote del Porcari, tratto a Roma per ricevervi la morte ignominiosa del capestro. Promise, mosso dalle preci del cardinale di Metz, grazia a Battista di Persona reputato innocente, e gliela fece, poi si pentì, e senz'altre cerimonie commise lo impiccassero. Sopra ogni altro infame il caso di Angiolo Ronconi, di null'altro reo, che di avere dato mano alla fuga del conte Averso dell'Anguillara amicissimo suo: gli manda il Papa di recarsi a Roma, e siccome ciondolava, ad assicurarlo gli spedisce salvacondotto da cima in fondo scritto di suo pugno: costui va, e non aombrato nè manco con pretesto di sorte il tradimento, il buon vicario di Cristo lo fa pigliare di botto, e decapitare.—Affermano, che quando questo reo fatto fu commesso Niccolò era ubbriaco: altri per istudio di difenderlo accerta, che Niccolò veramente era solenne raccoglitore di vini preziosi, ma non mica per sè, bensì perchè gli amici suoi, ai quali li donava tutti, se ne rallegrassero il cuore. Questo scrittore, che si favella, è il Vespasiano, incauto difensore se altri fu mai: lasciando correre, che il Papa fosse ubbriaco gli avrebbe reso il servizio più grande, che amico può rendere ad amico: nè è cosa nuova occorrere in Papi briaconi, che tali furono Giulio II, e Gregorio XVI, e dati al vino troppo più che alla dignità, non diremo di pontefice, ma di uomo comune non convenga, Paolo IV, e Sisto V. La gente mite, e pusillanime per paura diventa feroce, così i gatti spaventati graffiano. Durante questo pontificato, mentre i greci e i latini fra loro disputano, ed anco fra greci, e greci adoperano lo stesso, Maometto II piglia Costantinopoli e mette fine ai contrasti. Varia la fama intorno alla causa della sua morte; chi afferma per podagra, chi per subita febbre, e chi per ambascia del Turco irrompente; non manca chi voglia attribuirla al rimorso; ed e certo che su l'estremo della vita la vista di fantasimi lo assaliva; gli pareva nelle stragi commesse del Porcari, e dei consorti suoi lo avessero abbindolato i cortigiani; allora scioglievasi in lacrime, e sè miserrimo sopra quanti uomini vissero al mondo altamente chiamava. Posto, che ciò sia vero, noi pure lo saluteremo per uno dei migliori fra i Papi, dacchè l'anima sua non rimase chiusa al rimorso.
Di Calisto III successore a Niccolò sono notabili queste cose: dimenandosi invano a rintuzzare la ferocia del Turco ebbe in sorte vedere sorgere quel miracolo di valore di Giovanni Uniade a dargli la fiera battitura di Belgrado: ma se inetto ei si mostrava a combattere solenne perturbatore della cristianità si fece conoscere; pei suoi fini interessati Cristiano di Danimarca spinge contro la Svezia per vendicare il clero manomesso e spogliato, e Cristiano impadronitosi della Svezia lascia il clero come lo trova; onde Calisto reputandosi, com'era, uccellato rompe in querimonie infinite. Colto il pretesto, che Alfonso negò i soccorsi contro al Turco, ricusa investire del regno di Napoli Ferdinando figlio naturale di Alfonso quantunque di questo re fosse creatura, e gli avesse servito da segretario; alla persecuzione nuova non fece ostacolo nè l'essere stato Ferdinando suo alunno, nè la legittimazione di lui che egli, cardinale, aveva provocato da Niccolò Papa; il fine vero di simili trambusti era levare il regno a Ferdinando per darlo al proprio nipote Luigi Borgia, e gli riusciva non già in virtù delle bolle con le quali vietava ai sudditi napoletani di giurare fedeltà a' nuovi signori, e chi avesse giurato scioglieva, bensì per le armi di Francesco Sforza duca di Milano; se non che questi, raro esempio in ogni tempo, in codesto unico, ributtate le insidiose profferte si tenne fedele all'Arragonese, e Calisto ne morì di rabbia. Costui vuolsi annoverare fra i Papi, i quali per disordinato amore pei nipoti più depredassero la Chiesa; due ne promosse al cardinalato, un'altro creò duca di Spoleto, il quarto prefetto di Roma, e castellano di Santo Angiolo: lo scusano, e che non iscusano i preti? perchè avendo da presso due nemici terribili, come Alfonso e Ferdinando erano, non poteva fidarsi di altri, che del proprio sangue; difesa inane, però che dipendesse da lui amicarsi gli Arragonesi osservando quello, che Niccolò Papa, ad istanza di lui, aveva ordinato circa la successione del regno di Napoli; oltre inane la difesa dà ad intendere come in corte romana fossero tutti traditori; onde volendo coprire i piedi discopre il capo; per uno che salverebbe danna i mille. Quando altro non fosse a fare aborrire la memoria di questo Papa basterebbe questo; egli morendo legava alla Chiesa l'immane Roderico Lenzuoli, che poi fu Alessandro VI.
Di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, non può dirsi, che bene; fu dotto e buono, ed alle cose di amore decentemente inclinato, e con bel garbo ne dettò libri, i quali tuttavia si leggono; chi volesse rinfacciargli, che eletto Papa con la Bolla Execrabilis ritrattasse le antiche sue dottrine avrebbe torto; se si fosse condotto diversamente avrebbe tirato i sassi in colombaia: nè manco gli procederemo severi se negoziando la pace con Ferdinando di Napoli da uomo svelto con la utilità della Chiesa procurasse quella della propria famiglia; alla Chiesa fece rendere Benevento, Pontecorvo, e Terracina; il suo nipote Antonio Piccolomini ammogliò con Maria figliuola naturale di Ferdinando ricevendone in dote il ducato di Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno. Luigi XI volpe coronata gli tramò un tiro furbesco, e ne rimase con le mosche in mano, chè a giocare di fine con Roma si perde il mosto e l'acquarello; a fine di tirarlo a sè, stornandolo dagli Arragonesi, manda fuori uno editto regio col quale revoca la Prammatica sanzione di Carlo VII contraria alle romane improntitudini; ma visto che il Papa non abboccava, ordinò di celato ai Parlamenti ne ricusassero la registrazione, ed in questa guisa rimase parola morta.
Cura perpetua di questo Papa combattere il Turco minacciante Cristo, e la civiltà; famosa la Dieta, ch'egli tenne a questo intento a Mantova, dove con sì stupenda sembianza di riuscire non si venne a capo di niente. Certo in caso tanto solenne il Papa poteva risparmiarsi, ed ordinare che risparmiassero i balli, i tornei, le fiere con rito pagano gittate nell'arena, dove, con infelice augurio della impresa, aborrirono combattere. Le cerimonie di austera religione forse avrieno più profondamente percossi gli animi, e persuasili di più a starsi congiunti in tanto pericolo: ad ogni modo non mai fu visto come alla Dieta di Mantova acceso fervore di principi, nè mai voglie sì ferme di fare altrimenti di quello, che davano ad intendere: parole magnifiche, tra le altre ammirate quelle del Filelfo: e nè anco mancarono le femmine, chè Ippolita Sforza trasecolò le genti con un discorso bellissimo latino: affermano lo improvvisasse, ed io non comprendo il pregio, che vedo largirsi ai discorsi improvvisati: quanto più meditiamo e più penetriamo nelle ragioni delle cose, e con accomodati concetti le significhiamo; allo improvviso commettonsi grullerie; commettonsi altresì a caso pensato, ma a questo modo più rado, quasi sempre all'improvviso.—Gli uomini speculatori, sentendo come Borso di Este duca di Modena, e di Ferrara avesse promesso contribuire alla impresa con 300,000 fiorini di oro ne trassero argomento, che si giocasse di noccioli, imperciocchè dov'egli ma' mai avesse sospettato si facesse davvero saria morto piuttosto, che cavare fuora così grossa moneta. Allo stringere del nodo le galere ammannite sul Rodano dal re di Francia, invece di corseggiare contra ai Turchi si voltano contro il regno di Napoli; in Roma i Savelli, nelle terre papali Sigismondo Malatesta riappiccano la guerra; vanno a soqquadro per inopinati rivolgimenti Boemia, Ungheria, Castiglia, ed Inghilterra. Mentre delirano i principi cristiani Maometto II procede sterminatore nelle terre della cristianità come lava vulcanica; soggioga la Rascia, e la Servia; conquista la Bosnia, e mali maggiori minaccia: la storia registra con amore come due soli uomini opponessero il petto a questa ruina, uno giovane, l'altro vecchio, uno quasi selvaggio l'altro civilissimo, uno educato fra i Turchi, l'altro supremo gerarca della Cristianità, e il primo fu Giorgio Castriotta chiamato Scandeberg, ovvero capitano Alessandro, l'altro il nostro Silvio Piccolomini, povero gentiluomo nato a Corsignano: magnanimo, e degno di eterna fama il primo, non però maraviglioso come quello, che nacque in Epiro terra altrice di eroi, e fu guerriero per istituto di vita; non così Pio II indole mite, e debile per anni, e per infermità: «poichè col dire andate,» egli bandiva, «poco costrutto vedo che se ne cava, io da qui innanzi dirò venite, però che abbia disposto recarmi io stesso alla guerra contro ai Turchi; forse vedendo andar me i principi cristiani si vergogneranno, e mi seguiranno; certo a morte sicura io m'incammino, ma poichè morire si deve, che importa cessare la vita in questo luogo od in quello? Dal combattere mi dissuadono il sacerdozio, e il corpo stremo di forze, ma a guisa di Moisè quando Isdraello pugnava contro gli Amaleciti, genuflesso su l'alto della poppa di una galera, ovvero di un monte, con la santa eucarestia davanti, circondato dai Cardinali chiederò a Dio la vittoria col cuore contrito ed umiliato.»
Se così avessero sempre favellato i Papi, la unità cristiana non sarebbe stata mai rotta, e la croce sostenuta da mani congiunte a questa ora avrebbe fatto il giro del mondo, come simbolo di amore, e di civiltà.