Il doge di Venezia invitato da Pio a unirsi di persona in cotesta guerra con lui si andava schermendo, ed ora metteva innanzi la età decrepita, ed ora non so quali altre scuse; ma il Consiglio dei Pregadi alla bella libera gli squadernò sul viso: «serenissimo, se tu non vuoi ire per amore, noi ti manderemo per forza, che della tua persona ci cale, ma dell'onore e della salute del paese due cotanti più.» Così allora gl'Italiani sapevano favellare ai principi, che avendo maggiore cura di sè, che della Patria si tiravano indietro da combattere le sue battaglie; al contrario di questo vecchio patrizio, Giovanni Carvajale cardinale di santo Angiolo, chiamato da Pio per eleggerlo luogotenente della impresa, si profferiva parato a tutto: «e se per te non sono scuse, egli diceva, gli acciacchi, e gli anni sicuramente non lo saranno per me. Tu mi scrivesti venissi, ed io vengo: tu mi ordini partire, ed io parto: contenderò a Cristo questa estrema reliquia degli anni miei?»

Peccato, che in questi egregi come abbondava il cuore così non sopperisse il giudizio. Pio per mantenere la Crociata raccolta ad Ancona di altro non aveva fatto procaccio, che d'indulgenze: gli uomini di armi, e il popolo misto che si erano ridotti alla posta di Ancona s'immaginarono che le indulgenze avessero ad essere un soprappiù al soldo, ma accortisi che da quelle in fuori non ci era da rodere altro da prima trasecolarono, poi attaccandola con Dio, e co' Santi si sbandarono; il volgo corso senz'armi, e lacero, senza sapere il perchè guaiva; i principi non arrivavano, l'armata veneziana nemmeno. Il Papa inferma, chè ai consueti malanni adesso si aggiungono la dissenteria, e il fastidio; mentre si tribola in simili ambasce, ecco approdare l'armata veneziana; allora contento si fa portare a braccia per contemplarla; erano dodici galere; soprasagliente a quelle Cristoforo Moro: nel vederle il moribondo Papa esclama: «prima mancava a me un'armata, ora all'armata io manco.» E fu profeta, chè indi a breve periva.—La bontà di questo uomo c'induce a desiderare, che i cieli gli fossero stati cortesi o di minor cuore, o di maggior mente, ovvero al tutto non lo traessero al Papato.

Allo scopo della storia nostra si attaglia meglio la vita di Paolo II, già Pietro Barbo veneziano, il quale di una tal quale sua avvenenza fu sì vano, che voleva pigliare nome di Formoso; morto Pio, i Cardinali convocati a Roma innanzi di procedere alla elezione di nuovo Papa statuirono, che qualunque di loro fosse rimasto eletto avrebbe adempito certa convenzione, che fecero; e ci si obbligarono con giuramento. La convenzione questa: Il nuovo Papa prosegua con tutti i nervi la guerra contro il Turco adoperandovici quante ha entrate la Chiesa, comprese quelle delle Allumiere di recente scoperte; senza il consenso dei Cardinali la Corte non muova da Roma; ogni tre anni convochi un Concilio ecumenico per riformare la Chiesa; non nomini Cardinali più di ventiquattro, e fra i parenti suoi uno solo; di più, Cardinale non avesse ad essere di ora in poi eccetto chi avesse trent'anni compiti, e fosse dotto in divinità ed in diritto. Il Papa non alienasse nè diminuisse il patrimonio della Chiesa, non rompesse guerra senza il consenso dei Cardinali espresso ad alta voce uomo per uomo; nelle Bolle si avesse ad usare la formula dietro deliberazione dei nostri fratelli. Ogni mese il Papa si facesse leggere questa convenzione in Concistoro. Due Cardinali, assente il Papa, in capo all'anno sindacassero se l'avesse, e come osservata il Papa. Paolo cominciò il pontificato con lo abolire questa convenzione, la guerra contro i Turchi non proseguì, da onori molti, e lettere ortatorie a tutti i principi in fuori, di altri soccorsi non fu largo allo Scandeberg ito a Roma per questo; ma erro, gli diè cappello e stocco benedetti da lui, e non so quali danari; non si ricorda la parte singolarmente strana assunta da lui di paciere per forza tra Veneziani e Fiorentini in mezzo ai quali ci mise male biette fino all'ultimo: allora scappò fuori per accordarli una sentenza accompagnata delle consuete scomuniche (ormai i Papi non sapevano parlare nè anco di pace senza incastrarci lo inferno) e di scancio ci aggiunse il patto, che gli stati d'Italia avessero a pagare a Bartolommeo Coglione 100,000 fiorini di oro per sostenere la guerra contro i Turchi; se non che gli stati indovinando com'egli disegnasse adoperare Bartolommeo piuttosto contro di loro, che contro il Turco, non gli danno retta onde a lui toccò riporre la scomunica nel fodero. Più felice, come più iniquo contro i baroni romani; però si lega con Ferdinando di Napoli perfidissimo fra i re: l'uno impicca, l'altro tira pei piedi. Paolo II compare di Deifobo di Anguillara si accorda segretamente con Ferdinando per ruinarlo insieme al fratello Francesco, in apparenza poi mostrano volersi combattere il Papa, e il re: gli Anguillara disponendosi a ingrossare l'esercito d'Jacopo Piccinino sono trattenuti da Paolo e persuasi a pigliare le sue parti contro cotesto conduttore. Il re Ferdinando, dopo avere accolto, elevato a cielo il Piccinino, di un tratto l'ammazza; poi spinge gente contro il confine romano; il Papa a posta sua c'incammina gli Anguillara con lo esercito, e quando meno se lo aspettano, alcuni loro capitani congiuntisi con i soldati del re gl'imprigionano. Ciò fatto non manca la scomunica per onestare la rapina di castelli tanto per arte, e dalla natura muniti, che a cotesti tempi si reputavano inespugnabili. E tu lettore piglia nota del modo di acquistare terre della Corte romana, donde poi cava il diritto divino, che la costringe al non possumus. I ladri su lo spartire del furto per ordinario hanno lite fra loro; Paolo pretende da Ferdinando il tributo pel regno, il quale un dì, quando le due Sicilie stavano unite al medesimo scettro, sommava 60,000 fiorini, ed ora divise, a Napoli ne toccavano 40,500: a Ferdinando pel soccorso dato al Papa per opprimere gli Anguillara pareva ch'ei gli avesse a rendere il resto; di qui ire, e contese, per cessare le quali Ferdinando, armata mano, occupa Terracina, Sora, e le allumiere della Tolfa, onde il Papa empie di querele il cielo e la terra.

Nè meglio incolse a costui guerreggiando co' Malatesta: a malincuore la Curia concesse un dì feudi in Romagna a questa famiglia; morto Sigismondo, e trovandosi il figliuol suo Roberto presso il Papa, questi stende la mano sul bramato retaggio. Isotta matrigna confidando più nel figliastro, che nel Papa lo avvisa per segreto messaggio; a Roberto custodito rigidamente per deludere Paolo soccorre un bellissimo trovato; va al Papa, cui mostra le lettere d'Isotta, gli si professa devoto, e gli si lega a tradire la matrigna; Paolo lo prosegue di laudi infinite, gli promette in mercede le signorie di Senigaglia, e Mondovì, e di presente gli paga mille fiorini per le spese. Roberto giunto a Rimini s'impossessa del retaggio paterno, e manda al Papa che se vuole le sue terre venga a prenderle; Paolo, dissimulati la beffe e il danno, piglia in presto ai Veneziani quattromila cavalli, e tremila fanti, molti capitani della Chiesa spinge contro Roberto allettandoli con la promessa di fare a mezzo delle spoglie del Malatesta. Dunque possono i successori di San Pietro spartirne il manto quando il conto torna? E bugiardo il pretesto onde coloriva la impresa, ch'era la estinzione della linea legittima dei Malatesta chiamati per succedere al feudo, imperciocchè Roberto, quantunque figlio naturale, fosse stato legittimato da Pio II.—L'esercito papale rilevò la più sonora sconfitta che da molto tempo si udisse; per virtù di Federigo di Montefeltro socero di Roberto, e mercè i soccorsi di Napoli e dei Fiorentini ai quali premeva, che la Romagna rimanesse in piccoli stati divisa, e la troppa potenza del Papa dava ombra.

Paolo poichè ebbe tentato invano accendere nuova guerra in tutta la Cristianità, e chiamare belve straniere in Italia per vendicarsi del Malatesta: tastato Federigo III di Austria, e parsogli, come veramente era, uomo da non potersene fidare; atterrito dai Turchi più e più sempre approssimantisi si appacia col Malatesta consentendogli il possesso dello intero retaggio paterno. La vittoria di Rimini aveva sforzato il non possumus. Delle cose per questo Papa agitate fuori d'Italia qui non occorre discorrere; odiatore egli fu dei letterati solenne; pauroso, e per paura feroce: certa accademia di dotti scambiando in congiura, prende e tormenta uomini venerandi per dottrina non meno che per pietà: alle torture assiste, nè potendo venire a capo di nulla, tanto eccita il carnefice ad inasprirle, che il povero Agostino Campano rimase morto su l'atto. Il Platina nella vita di questo Papa racconta le persecuzioni, che a lui pure toccò patire: appena promosso Papa tutti gli officiali dei Brevi creati da Pio come ignoranti, e disutili licenziò; niente curando se cotesta carica avessero eglino comperato a contanti, e meno ancora se fossero letterati grandi i quali sogliono dare alle Corti maggiore ornamento di quello che ne ricevano; e poichè il Platina come colui al quale pareva essere troppo gravato pregava che la causa si commettesse agli auditori di Rota il Papa guatandolo torvo gli disse: «dunque delle cose che noi facciamo tu ti appelli? E non sai, che tutta giustizia, e tutto diritto stanno nel sacrario del nostro petto? Così voglio io, che Papa sono e posso come mi piace fare e disfare.» Gli officiali scacciati persa la pazienza mandarono al Papa una maniera di protesta la quale esprimeva questi sensi: «se a voi è lecito spogliarci della nostra legittima compra ed a noi deve permettersi dolerci di questa ingiuria, che ci fate, e poichè ci troviamo con sì incomportabili danno e contumelia banditi ce ne andremo presso re e principi perchè vi abbiano ad intimare Concilio dove rendiate conto dello spoglio di nostre proprietà.» Tra i mali consigli pessimo quello del debole che minaccia il forte; preso, e incatenato il Platina ebbe a giustificarsi di libello famoso, e gli fu ventura se dopo due anni di acerba prigione ne uscì rovinato così nella sostanza come nella salute. Più tardi questo Papa leggero e tristo spaventato da falsi rapporti ripiglia il Platina, bandisce parecchi cortigiani, e cittadini, tormenta i fratelli Quadrari, fa il diavolo e peggio; poi conosciuto a prova essere stato giuntato perdona raro, ed alle preci altrui per mostrare di avere avuto ragione; e questa la non è colpa speciale sua bensì di tutti quelli, che dominando assoluto devono fare grande fondamento sopra la superbia. Per converso questo Paolo si dilettò stupendamente di giuochi, e di uomini vulgari; in occasione della pace fra il duca di Milano, e i Veneziani ei fece correre pali da vecchi, da uomini di età mezzana, e da fanciulli; dopo questi corsero giudei (che uomini allora non si reputavano) prima costretti a bere vino in copia perchè traballassero, poi cavalli, cavalle, asini, e buffali; il Papa contento, e per soverchio riso lacrimante, donava a cui fieno e a cui grossoni. In cima dei suoi affetti tenne un Priabisio, e un Malacarne, di loro professione giullari, e dopo essi in minor luogo altri buffoni. Non gli mancarono buone doti, come la larghezza, e la storia ricorda com'ei fosse prodigo donatore di teriaca: ai Cardinali donò la facoltà di vestire panni purpurei, e portare berretto vermiglio, e cappello foderato di mantino pure rosso; ai Cardinali poveri assegnò quello che chiamano piatto, il popolo imbestiò coi congiari; morì di apoplessia, e sarebbe stato meglio non fosse mai nato.

Di male in peggio, finchè si giunga al pessimo: ebbe Sisto IV della Rovere il papato per simonia; è certo, che i tesori accumulati da Paolo arrapinasse; ma le sono inezie da non ci badare; se da lui non comincia il nipotismo, da lui certo piglia a gettare cupido gli occhi sopra gli stati della Chiesa, e dei vicini, e voler diventare principe di corona: ebbe nipoti molti, che amò di amore disordinato, dicono, taluno d'infame; ma siffatte nequizie se non provate bene voglionsi rigettare; veramente non isperimentiamo buoni gli uomini, massime preti, ma ritraendoli peggiori di quello, che sono non se ne avvantaggia la Storia. Giudicando di lui pretende taluno ch'egli si proponesse la unione d'Italia; ma ciò non accorda con le opere della sua vita, le quali anzichè disporla a simile unità altro non fecero, che scombussolarla senza requie: anco ammesso, che i tempi non repugnassero ai venefici, ed alle insidie mortali, tuttavia le morti per veleno o per ferro a tradimento meditate da cuore, che anco a quei tempi ci volevano dare ad intendere pieno dello Spirito Santo, non paiono per ordinario lodevoli nè efficaci partiti: comunque sia non per amore d'Italia bensì per odio contro i Medici, i quali si opponevano al molesto ingrandimento dei suoi nipoti, egli congiurò co' Pazzi per trucidarli: di fatti i Medici sovvennero Niccolò Vitelli contro le violenze del Papa, e gli salvarono la città di Castello; non si rimasero da mettere in pratica ogni tentativo per impedire a Girolamo Riario nipote del Papa l'acquisto d'Imola: e Girolamo finchè durassero i Medici dubitava tenerla piuttosto a titolo precario, che con istabile dominio; il Papa poi sbuffava contro Lorenzo per la lega formata da lui nell'alta Italia, e per quel suo concetto di bilanciare uno stato con l'altro per modo, che veruno preponderasse fra noi. Comecchè discorriamo volando sopra questi casi non possiamo astenerci da mostrare la matta e ad un punto feroce improntitudine di Sisto, il quale dopo avere promosso il Salviati arcivescovo di Pisa, mandato Raffaele Riario figlio di Girolamo a Pisa con pretesto di studi, e Giovanbattista di Montesecco come oratore in Toscana per condurre a buon fine la congiura, benedetto i pugnali, consentito si consumasse la strage fra gli altari da preti, nel momento che il sacerdote leva l'ostia al cielo, di un tratto si arrapina perchè Lorenzo non abbia voluto farsi ammazzare, e rompe in iscandescenze perchè con giuste pene multarono gli assassini. Queste le parole della Bolla di Sisto IV riportata dal Rainaldo negli annali ecclesiastici 1478, e ti rammentano Fimbria imbestiato contro Scevola perchè assalitolo ai funerali di Caio Mario col ferro in mano lo assalito non gli aveva conceduto tanto gli ficcasse in corpo lo stile, che lo ammazzasse: «Contendendo i cittadini per lite privata fra loro questo Lorenzo co' priori di libertà…… calpestato ogni timore di Dio, vinti dal furore, pieni di diabolico spirito, di sè fuori come cani arrabbiati infierirono con immane ignominia contro persone ecclesiastiche. O dolore! O inaudito delitto! Le mani violente portando sopra un'arcivescovo appiccaronlo alle finestre del palazzo della Signoria.» E non gli saldarono il conto, imperciocchè gli salvassero il giovane cardinale Raffaele, il quale sebbene gli rendessero incolume non per questo attutì il sacerdotale odio; dissuadendolo invano il re di Francia, i Veneziani, l'imperatore Federigo, i duchi di Milano e di Ferrara volle rompere guerra ai Fiorentini; poco dopo ai Veneziani perchè derelitti da tutti, e con più infamia da lui, che sperperava a danno dei cristiani le forze le quali doveva volgere contro i Turchi, si erano composti in pace con Maometto. Fin negli Svizzeri va a suscitare nemici contro il duca di Milano solo per trattenerlo da porgere soccorso ai Fiorentini; allettamento a cotesti rudi montanari le largite indulgenze, delle quali essendosi mostrati piuttosto ghiotti, che cupidi, si avvisa cavarne partito, però non le dona più oltre, le vende, e ci fa grosso guadagno. Intanto Lorenzo trovandosi in procinto di dare la balta si getta in balìa di Ferdinando di Napoli; e' fu come mettere il capo in bocca al lione, ma lo beneficò la Fortuna sicchè giunse ad amicarsi Ferdinando. Il Papa stette per diventarne pazzo, nè si sa fin dove sarebbe precipitato se i Turchi avendo preso Otranto non lo avessero fatto cagliare. Impaurito si accorda con tutti; ma con la morte di Maometto indi a breve, cessata la paura, torna a scombuiare ogni cosa: co' Veneziani si accorda spogliare il duca di Ferrara, e dividersene gli stati, Ferrara a lui, a loro il restante. Di qui nuove divisioni; la Italia rotta in cento parti le une contro le altre armate; forse non una spanna di terra senza risse di sangue.—Di tutti questi scompigli il Papa altro frutto non cava, eccetto quello di vedersi minacciata Roma dal duca di Calabria; allora invoca aita dai Veneziani i quali gli mandano duemilacinquecento cavalli e Roberto Malatesta capitano strenuissimo; nè Malatesta comparve minore della fama; andò e vinse il duca a Campomorto dopo acerba battaglia. Il Papa per doppio motivo (e bastava uno) gli fu ingrato, il primo perchè gli uomini di raro ricompensano il benefizio cui possono ricompensare, il benefizio poi, ch'eccede le facoltà loro detestano, e più chi lo ha fatto: quindi un re ti darà guiderdone se gli acquisti un contado, se un regno cercherà perderti, e questo ci testimoniano le storie antiche, più le moderne; l'altra causa movente il Papa era che Girolamo suo figliuolo appetiva Rimini retaggio di Roberto; quindi questi ottenne quello che doveva ottenere, morte per veleno immatura, ed una statua col motto veni, vidi, vici. Appena morto il Papa si affrettò alla rapina di Rimini, e tanto più gli parve sicura, che in cotesti giorni periva il duca di Urbino disegnato da Roberto tutore del suo figliuolo, mentre il duca di Urbino nel suo testamento raccomandava a Roberto il figlio Guido Ubaldo.

Anco qui tra la mano e il frutto s'interposero i Fiorentini e misero un calcio nella gola al Papa, il quale ne resta con la voglia. Dall'altra parte le cose in apparenza procedevano prospere al Papa, in sostanza no; il duca di Ferrara già stava in procinto di trovarsi spogliato, ma il Papa temè che i Veneziani o pigliassero tutto per loro o alla meno trista si facessero la parte del leone: allora arruffa; e prima accetta la pugna, poi si appacia con Ferdinando di Napoli; i Veneziani, ai quali cotesta pace ruinò addosso come fulmine a ciel sereno, ebbero invito aderirvi e posare le armi; restituissero gli acquisti fatti, il duca di Ferrara come vassallo della Santa sede rispettassero: poi senza pure aspettare risposta bandisce i Veneziani nemici della cristianità perchè ostinati a continuare la guerra contro il duca di Ferrara; gli scomunica; ai loro debitori comanda non li paghino; a chi uccida un Veneziano indulgenza plenaria; quanto a scudi adagio; per dare la pace alla cristianità spinge le armi di tutta Italia contro i Veneziani pure ieri suoi collegati, amici, ed eccitati da lui a combattere il duca di Ferrara. I Veneziani, secondo il consueto loro, tengono di occhio ai chiesastici, chiunque porti la scomunica a Venezia senza rimissione s'impicchi; e qualunque riceva lettere da Roma le porti chiuse agl'inquisitori di stato; con questa gente non ci era da metterla in canzone; il Patriarca portò loro la scomunica presto presto come se avesse ricevuto cosa, che gli scottasse le mani; poi mandarono al Patriarca di Costantinopoli l'appello della scomunica al futuro Concilio; il Patriarca ammette l'appello, sospende la scomunica, e cita il Papa a comparire al futuro Concilio. Quello, che non riuscì al Papa riesce ai Veneziani, i quali trovarono modo di affiggere la citazione alle porte del Vaticano e della Rotonda; il Papa cieco per furore fece in un'attimo impiccare le guardie notturne, che pure da per tutto non si potevano trovare; ma gli è caso antico, il potente non potendo battere l'asino batte la sella. I Veneziani procedendo oltre intimano i preti paesani a lasciare Roma sotto pena di perdere i benefizi; il Papa come colui, che ha perso la bussola bandisce farebbe vendere per ischiavo chiunque si attentasse uscire da Roma; guerra fiera e promiscua si agita in Lombardia, in Napoli, negli Stati pontifici: alle cause antiche per cui la famiglia del Papa, e il Papa andavano aborriti adesso si aggiungono le prodizioni, le stragi, e gl'incendi, onde vollero sterminata casa Colonna: pietosissimo fra tutti il caso del protonotaro Luigi Colonna, che prima stracciarono con ispietati tormenti, non mica per cavarne confessioni, bensì per rendergli senza fine amara la morte, poi uccisero.

I Veneziani sempre pronti a cogliere la occasione a volo, sentendo come tra i Reali di Napoli e Ludovico il Moro fosse entrato screzio per causa della dipendenza da che questi teneva Giovanni Galeazzo Sforza genero al duca di Calabria, mediante Roberto da Sanseverino negoziando con esso lui la pace, e invano contrastando il legato e Girolamo Riario, i quali mescendo le cose sacre con le profane, affermavano i Veneziani indegni di posa perchè nemici di Dio come quelli che avevano confiscato i benefizi ecclesiastici, e tenuto in non cale le scomuniche del Papa, la conclusero a Bagnolo.

Il Papa udita la pace per rovello ne infermò a morte; quando gli ambasciatori gliela portarono egli raccogliendo le forze estreme con irosim accenti proruppe: «che pace! che pace! questa è ignominia, è vergogna; io non posso approvarla, non benedirla.» E poichè gli andavano persuadendo essere ormai cosa conchiusa, e sempre degna la pace tra cristiani della benedizione di un Papa egli levata dalle fasce la mano gottosa fece atto che taluno prese per benedizione, ed altri per maladizione, nè ci fu modo a chiarirlo, imperciocchè senza profferire parola il giorno dopo morì più che per altro per rabbia di vedere in pace questa mìsera Italia cui egli aveva così scelleratamente lacerata.

Alessandro VI, che sta per venire, le immanità papali, e imperiali supererà tutte; pure Sisto, e Innocenzo gli ammannirono stupendamente il terreno: delle truci e nefande libidini taccio; sia questa prova della sanguinaria indole del Papa defunto; suo diletto assistere ai mortali duelli: due ne ordinò a piè della scala del suo palazzo di piazza San Pietro, egli mastro del campo: i duellanti non incominciassero se prima egli non ne avesse dato il segno, e il segno fu quello della redenzione….. la Croce. Il Papa ci prese un gusto matto, e desiderò vederne altro; nel primo duello uno dei combattenti morì su l'atto; nel secondo ambedue mortalmente feriti furono tratti a spirare l'anima altrove.—