Per ciò che importa peculiarmente al nostro assunto vuolsi considerare come in questo pontificato per promovere gl'interessi della famiglia Riaria non si ebbe scrupolo sbonconcellare il preteso retaggio di San Pietro: non era ancora stato trovato il non possumus: e non ancora un Concilio di preti bugiardi aveva bandito divina la istituzione della potestà temporale del Papa; di vero per causa del matrimonio di Lionardo della Rovere con la figlia naturale di Ferdinando, Sisto abbandona al re il ducato di Sora, Arpino, e gli altri feudi della Chiesa nel regno di Napoli; nè basta, gli rimette il tributo arretrato solito a pagarsi da Napoli alla Chiesa, e ne lo dispensa finchè egli viva. Imola, la quale secondo la novella dottrina fa parte del non possumus, fu comperata a contanti co' danari della cristianità da Pietro Riario pel suo fratello Girolamo. Concesse in feudo a Giovanni della Rovere fratello di Giuliano, Sinigaglia, e Mondovì, e i Cardinali approvarono senza pensare al non possumus. Prima con ogni argomento il Papa si ingegnò spogliare i Vitelli di Città di Castello; trovato l'osso duro, gliela concede in signoria. Smania di Sisto, prima di Alessandro VI, fu costituire della Romagna un principato pel suo nipote Girolamo; alla via storta non badò più che alla diritta. Pino Ordelaffi principe di Forlì morendo lascia la sua eredità al figlio nato di non legittime nozze; glielo contrastano i cugini figli di Galeotto; entrò in mezzo giudice Sisto, che spoglia tutti a profitto del nipote Girolamo. Forlì è città che ai dì nostri compone parte del dominio temporale, che il Pontefice non può alienare per istituzione divina. Se la morte non troncava i suoi disegni, egli mulinava nella sua mente torbidi concetti per potere assegnare al nipote Girolamo Rimini signoria del tradito Malatesta, e Pesaro retaggio di Giovanni figliuolo di Costanzo Sforza. Dei benefizi cumulati sul capo di Pietro Riario non importa discorrere; oltre al titolo di patriarca di Costantinopoli egli possedeva tre arcivescovati, ed altri benefizi infiniti; il lusso di costui ignoto ai moderni si appressò alle sgangheratezze di Nerone e di Eliogabalo: i suoi conviti pari a quello di Trimalcione cantato da Tito Petronio Arbitro: banchettando gli oratori di Francia mise a contribuzione i paesi nostrani, e gli stranieri; le vivande, l'ordine, l'apparecchio, le cose o rare o strane e mostruose diligentemente notate fornirono materia ad un poema, il quale fu diffuso per le stampe in Italia e fuori. Subito dopo passando per Roma Eleonora figlia di Ferdinando di Napoli, che andava sposa al duca di Ferrara, volle onorarla col fabbricarle un palazzo smagliante oro e seta; qui dentro tutto di oro di argento, anco i vilissimi arnesi; ci spese 100 mila fiorini di oro che aveva in serbo, e s'indebitò per 60 mila; ed era frate di san Francesco costui, ed aveva pronunziato voto di povertà. Immaturo per la via di vulgari piaceri egli giunse al sepolcro. Non bastando le rendite dei benefizi cumulati nella propria famiglia per sopperire a tanta enormità di spese Sisto dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica indicandone il prezzo; per pubblico bando vendè i più cospicui benefizi, ed anche qualche cappello cardinalizio; spesso, chi pagava innanzi giuntava: delle indulgenze peggiorò il traffico già abbominevole; eresse lupanari, tassò baldracche; i facinorosi poterono comprare perfino la impunità del delitto commesso, o che stavano per commettere: dei grani fece lo incettatore comperandoli al prezzo di un ducato il rubbio; poi li rivendeva quattro o cinque; se veniva a mancare egli ne acquistava fuori di qualità tristissima; e poichè sotto pene acerbe costringeva i fornai a servirsene è comune opinione che cotesto alimento corrotto partorisse le pesti che indi desolarono per parecchi anni Roma. Accennammo a offici di Maomettani, Giannizzeri, e Stradiotti instituiti a Roma, e vendibili a contanti, e fu Sisto che gli fondò: tuttavia non si creda, che alcun bene egli non facesse; all'opposto ne fece parecchi, ed affinchè la cristianità miri s'ell'abbia a rallegrarsene io li dirò: innanzi tratto conferma la bolla di Paolo II, che accorcia di venticinque anni la celebrazione del Giubbileo, e parendogli la frequenza non bastasse a tirare scudi a Roma, aggiunge, che durante il tempo del Giubbileo le indulgenze in tutte le altre chiese s'intendano sospese: conferma altresì la regola dei minimi di san Francesco di Paola, di cui un convento ebbi vicino a Genova onde della bontà, della dottrina, della carità, e soprattutto della castità di cotesti degni padri io potrei raccontare vita, morte, e miracoli: ordinò la festa della concezione di Maria madre di Cristo, cui egli primo chiamò immacolata; poco dopo, siccome tutti i frati non la volevano intendere; ed avevano fra loro di fiere batoste fino a bandire dai pulpiti in peccato mortale chi ci credeva, Sisto per torre via le dispute dichiarò solennemente immacolata la Concezione della madre di Cristo, e saperlo di certo, però ci credessero i fedeli, se no guai a loro! Su di che ci occorre notare come questa concezione immacolata scendesse nel cervello, e si predicasse prima da un tristo frate tenuto per incestuoso, e rotto a libidini nefande, e poi, che a Pio IX uomo anch'egli alla vaga venere troppo più, che non conviene un dì inchinevole, dopo quasi quattro secoli pigliasse quel ghiribizzo medesimo. Proprio le menti umane più che da tutto vengono percosse dalla ragione dei contrari. Ancora, non contento di gratificarsi la moglie s'industria tenersi bene edificato il marito, quindi comanda si festeggi l'annovale di San Giuseppe; ma più di ogni altra cosa, a parere mio, deve procacciare fama a questo Papa la doppia decisione intorno alle stimate di santa Caterina da Siena, ed ecco come sta la faccenda. Santa Caterina domenicana scriveva al suo confessore: «voi sapete, padre mio, che io porto sopra il mio corpo le stimate di Gesù Cristo Signor nostro per sua misericordia.» E il povero padre non ne poteva in coscienza sapere niente, conciossiachè santa Caterina non ce le avesse mai avute, e questo si sa per testimonianza della medesima santa; di fatti, ella racconta: «io vidi il Signore appeso alla croce discendere sopra di me con molta luce….. subitamente dalle cinque cicatrici delle sue sagrate piaghe vidi cadere sopra di me cinque raggi di sangue, tendenti alle mie mani, ai miei piedi, ed al mio cuore. Conoscendo questo essere un mistero esclamai: Signor mio, e Dio mio, vi prego che queste cicatrici non appariscano sopra il mio corpo esternamente (o dunque come aveva a fare a saperlo il padre confessore?) Gesù Cristo mi rispose e mi parlava ancora quando questi raggi di sangue divennero risplendentissimi e colpirono le cinque parti del mio corpo da me indicate.» Non so se in cotesti tempi, ma ai nostri femmina che simili fandonie sciorinasse si terrebbe dagli uomini di giudizio addirittura per matta: dal comune allora si esaltava santa; la quale credenza oggi continua appo i Turchi, voglio dire, che venerano i pazzi per santi. Ora si faceva un gran battagliare per questo fra Domenicani e Francescani; i primi avevano dalla loro santo Antonino, e Pio II; ma tanto è, i Francescani così seppero rigirare la faccenda, che Sisto proibì sotto pena di censura ecclesiastica dipingere cotesta santa con le stimate; i Domenicani presi di punta, s'incocciarono a sgararla; quali ingegni ci adoperassero ignoro; so che il Papa, (certo per dare saggio della sua infallibilità) dopo poco levò le censure, e sua mercè noi abbiamo potuto contemplare santa Caterina percossa in un colpo in cinque parti del suo santissimo corpo.
Questo Papa dabbene scrisse altresì opere teologiche come quello che in divinità fu maestro solenne; il Panvinio cita le seguenti—de sanguine Christi,—defuturis contingentibus,—de potentia Dei,—de conceptione Virginis, e certo scritto contro un bolognese frate carmelitano, il quale perfidiava a sostenere, che salvare un dannato non istà nè manco nel potere di Dio. Il Fleury ne aggiunge un'altra, ed è la spiegazione del trattato di Niccolò Riccardo intorno alle indulgenze concesse per le anime del Purgatorio: questa fu giudicata d'importanza superlativa per modo che nel 1481 la mandarono alle stampe.
E perchè nulla mancasse alla esaltazione di tanto pontefice ci fu uno inglese, certo Roberto Fleming, al quale bastò l'animo di comporre un poema eroico in sua lode intitolato: Lucubrationes tiburtinæ; e ciò volli riferire perchè serva di alcun conforto a coloro, che a cagione della vita presente si sgomentano: corsero tempi più duri di questi, ed in difetto di meglio tanto ne consoli per ora.
La vita d'Innocenzo VIII, Giambattista Cibo, non importa molto il fine del presente lavoro, però che del dominio della Chiesa, che a detta dei moderni dottori per istituzione divina non deve menomarsi mai, poco scisse, pure scisse, chè a Giuliano e a Giovanni della Rovere in mercede simoniaca dell'opera loro per esaltarlo al papato largì terre, e castella, al Savello Monticelli, ad Arragona Pontecorvo, a Parma la Magliana, a Colonna, che di terra possedeva anco troppo, venticinquemila scudi, il figliuolo Franceschetto Cibo investì della contea dell'Anguillara; quanto a moneta poi gliene sbraciava un subisso. Però come Papa onde i tempi nostri derivano, vuolsi tenere breve sì ma peculiare discorso. Nelle signorie elettive vediamo come gli elettori ad ogni promozione s'indettino, scottati dalla esperienza, a limitare le facoltà dello eligendo; colui poi che esce eletto prima si accorda con gli altri, anzi sovente procede più rigido degli altri: fatta la festa si leva l'alloro, e si torna da capo. Ordinariamente alla promessa aggiungono il giuramento, nè se ne vede ragione; perchè questo non lega mai, e a chi non osserva il patto poco preme davvero comparire spergiuro. Il Sismondi nota come i re pollacchi, gl'imperatori di Germania, e i dogi di Venezia comecchè laici giurando i patti prima di pigliare possesso del dominio troppo meglio dei Papi rispettassero la santità del giuramento, quasi intendesse inferirne essere lo spergiuro privilegio del Papato; e non è così; nei primi casi gli elettori rimangono sempre potenti di armi; nel secondo i Cardinali tremano sotto la doppia oppressione della potestà temporale e delta spirituale; cui un momento prima fu loro pari adesso prosternati nella polvere adorano; l'eletto con uno stringere del sopracciglio può il corpo alla forca, l'anima allo inferno dannare. Tuttavia anco negli stati laici quando colui che giunse a limitare la potestà principesca perde la potenza di rado avviene, che non finisca sul patibolo: non occorre allegare esempi che sarebbero infiniti; tanto basti, che nelle costituzioni antiche e moderne non avendo saputo i cittadini trovare un modo per reprimere l'elemento monarchico nei suoi conati al dispotismo le proviamo campo aperto alle procelle popolari, o alle insidie regie. Nella Inghilterra assai comunemente si accetta il diritto della resistenza alle usurpazioni della monarchia; ma, a senso mio, dalla libertà di palesarlo in fuori non vedo a che giovi: imperciocchè tutto si riduca nella potenza di poterlo esercitare, e se potrà, il popolo fie, che l'adoperi o l'abbia detto o taciuto, se poi non potrà, o lo eserciterà infelicemente, e allora ancorchè lo abbia espresso, ed anco gli sia assicurato per legge, non per questo la monarchia trionfante glielo farà scontare più mite; in simili casi il traditore è il vinto, e i giudici per condannare si trovano sempre. Ai tempi nostri abbiamo veduto in Francia quei medesimi giudici, i quali avevano dettato il decreto di accusa contro Napoleone III come traditore della Patria, amministrare la giustizia in nome di lui.
Le costituzioni giurate, o no abbile per menzogna sempre finchè non contemplino un mezzo facile per infrenare la potestà regia, o meglio se la potestà regia non metti in istato di non nocere scemandola delle prerogative delle quali, volendo, può abusare. Ai nostri padri, massime ai Veneziani, non sembrava mai sentirsi a bastanza sicuri, sicchè ponevano cura indefessa a limitare le attribuzioni del potere; noi all'opposto gliele sbraciamo con la pala, e poi ci lagniamo se la libertà abbia faccia di menzogna. Il Segni, nel libro ottavo delle storie, racconta come quando, dopo la strage di Alessandro dei Medici, si riunì la pratica per surrogargli nel ducato Cosimo, Francesco Guicciardino intendesse camminare rispettivo imponendo limiti, e condizioni all'autorità di lui; senonchè saltato su Francesco Vettori ruppe in queste parole, le quali non potrebbero mai essere abbastanza lette e considerate da quanti si professano amici della libertà: «mi maraviglio bene ora di voi, messere Francesco, che siete stato sempre tenuto prudente, che consideriate tante minuzie nel far creare questo principe: perchè se gli date la guardia, le arme, e le fortezze in mano, a che fine mettere poi ch'ei non possa trapassare oltre ad un determinato segno?» Ora considerino i savi se le prerogative dalle nostre costituzioni attribuite ai re superino o no quelle di cui favella il Vettori, e formino il giudizio che reputeranno più giusto.
Certo è poi che il Papa possiede quasi la fabbrica privilegiata dello spergiuro, e ciò non tanto per la malignità dell'uomo, quanto per quella dello istituto; di vero una delle principali prerogative del Papa consiste nello sciogliere altrui dai voti e dai giuramenti; adesso viene poi suoi piedi, che s'ei può esercitare simile facoltà in benefizio altrui, tanto maggiormente lo possa in utile proprio.—Nel caso d'Innocenzo VIII i Cardinali attesero a sorreggere il giuramento con una molto terribile clausula, la quale fu, che ogni Cardinale promise, se eletto Papa, osservare nella sua pienezza, la costituzione, dichiarandosi dove mai trasgredisse anatema, da cui nè da sè potesse, nè da altri si facesse assolvere; ma l'erano baje che cotesti uomini dovevano pure sapere. Innocenzo VI fino dal 1353 aveva stabilito non potersi con alcuna promessa etiam giurata limitare dai Cardinali l'autorità pontificia, conciossiachè ai cardinali nella sede vacante altro diritto non competa tranne quello di creare il nuovo Papa; e questa dottrina sempre resse la Chiesa, e tuttavia la regge.—
Innocenzo pertanto nè volendo, nè per avventura potendo procedere diverso dagli altri i patti promessi da Cardinale, pontefice spergiurò; e se lo spergiuro meritasse mai scusa, l'avrebbe meritata adesso, dacchè i Cardinali con la nuova costituzione non mirassero ad altro che ad avvantaggiarsi. Di questa costituzione a noi importa riportare unicamente il disposto che vieta eleggere Cardinali minori di trenta anni, aumentarne il collegio oltre ventiquattro, governare senza il concerto dei Cardinali, ed alienare beni ecclesiastici dove almanco i due terzi di loro non acconsentissero. Da diverse femmine questo Papa dabbene ebbe sette figliuoli, e tutti riconobbe per suoi, e colmò di ricchezze: però stati della Chiesa a veruno assegnò, terre sì, e contadi. A Franceschetto, che tale ebbe nome dalla esigua statura, procacciò le nozze con la Maddalena figliuola di Lorenzo il Magnifico, e si reputarono regie; in compenso egli promise eleggere Cardinale Giovanni dei Medici, più tardi Lione X, e lo elesse di tredici anni, da tanto che gli premeva osservare la costituzione giurata da Cardinale, e insieme con lui un suo servitore di anni venti. Visse vita agitata, disforme, perniciosa ad altrui ed a sè; prima s'inimica Ferdinando di Napoli, poi gli rompe guerra, e pauroso, che lo Sforza da Milano accorra in aiuto di Ferdinando, gli suscita contro gli Svizzeri; ma spaventato per la vittoria del duca di Calabria al ponte di Lamentana dove (se narra il vero la fama non vi furono morti nè feriti) cala agli accordi, i quali acerbamente sopportando, da capo ingaggia guerra contro Ferdinando. Per ingagliardire le armi temporali ci aggiunse la scomunica; senonchè riputandola di piccolo ausilio si risolve voltarsi alla Francia; tutti i popoli del mondo nemici alla Italia, tutti le furono servi, ma sovra ogni altro molesto il Francese; colpa massima del Papato; però veruno degli stati italiani ne andò immune; chi primo aperse le porte ai Francesi il Papa; ma poi in capo a dieci anni a volta a volta ce li chiamarono i baroni Napolitani, i Toscani, i Lombardi, i Veneziani, ed i Genovesi, e vennero, ce ne fosse stato! ora con Carlo il vecchio di Angiò, ora con Filippo e Carlo Valesi, ora con Ludovico I, II e III della nuova casa di Angiò, il vecchio Renato, il figliuol suo Giovanni duca di Calabria, Renato di Lorena, e Renato II due volte; del seguito taccio; solo dico, che infino a quando gl'Italiani non si sentano capaci a fare da sè non si movano; chiama come vuoi il forestiero, che ti aiuta, lo proverai sempre padrone, Carlo VIII invitato dal Papa non venne (doveva venire agli altrui inviti più tardi) onde a questo, fu mestieri appaciarsi con Ferdinando. Prima di raccontare la sua morte diciamo alquanto dei suoi costumi. Gem nacque figlio a Maometto II quando questi sedeva sovrano, Bajazzette mentre durava privato; distinzione sufficiente, anzi ce n'era di troppo, a fare che il fratello minore nato nella porpora vincesse il maggiore; ma bisognava prevalere nelle armi; invece fu Gem sconfitto, ond'ebbe di catti scappare, e ripararsi a Rodi sotto la protezione dei Cavalieri di san Giovanni: protezione nemica vuol dire, quando è bazza, prigione, quasi sempre morte di laccio, di ferro, o di veleno. I Cavalieri lo mandarono in Francia nella commenda dell'Alvernia; a loro lo chiese il Papa, e il gran maestro Francesco d'Aubusson facendovi calca dintorno, glielo consegnarono; il d'Aubusson in mercede ebbe il cappello cardinalizio. Bajazzette promise al Papa gli avrebbe pagato quarantamila ducati annui se glielo custodiva stretto, e il Papa, che aveva voluto Gem appunto per questo, conchiuse il negozio; però non sentendosi il Bajazzette abbastanza sicuro s'industriò avvelenarlo; propinatore a prezzo del veleno un Macrino del Castagno gentiluomo della Marca di Ancona; scoperto patì orribile supplizio; non dissentivano i Papi ad avvelenare Gem, solo intendevano avvelenarlo essi, come di fatti fece più tardi Alessandro VI e per molto tesoro, come noteremo a suo luogo. Sicarii, ed avvelenatori in cotesti tempi frequentissimi a Roma, e non poteva essere a meno, però che nei casi ordinari come si costumava fino dai tempi di Bonifazio VIII, vendevansi bolle d'impunità, e indulti per delitti commessi, e da commettersi, allegando a scusa della iniquità le parole del Vangelo: «non voglio la morte del peccatore, ma viva e si penta.» I preti erano macellari, albergatori, biscazzieri, ruffiani, e peggio. Pareva che più in fondo non si potesse andare e si andò, perchè non conosce fondo l'inferno; un Domenico da Viterbo in società di Francesco Maldente fabbrica false bolle con le quali si permettevano per danaro infamie, che non hanno nome; scoperta la frode, erano dannati nel capo; il padre di Domenico con molte lacrime supplica la vita del figlio; glielo concede il Papa a patto paghi seimila ducati; il misero si mette dintorno, e scombussolando parenti ed amici ne raccoglie cinquemila; recali al Papa, il quale li piglia, ma poi dichiara il misfatto tale da non potersi saldare con meno di seimila ducati, epperò non rende i cinquemila, e taglia la testa al viterbese. La inquisizione Innocenzo non instituì; già innanzi a lui era; ma ai tempi suoi si perseguitarono Ebrei, e Mori per cupidità, per diletto, e per devozione; dacchè ad ottenere la rimessione di un'omicidio bastava ammazzare un'Ebreo; se due meglio che mai; ed egli fu che sotto pena di scomunica ordinò ai giudici secolari senz'appello, senza revisione nel termine dei sei giorni eseguissero la Sentenza. Il prete decretava la strage, ma voleva, che chi s'imbrodolava nel sangue fosse il secolare.
A tempo di questo Papa Giovanni Pico della Mirandola di ventitrè anni sostenne a Roma le sue famose tesi in tutte le scienze, non escluse la Magia, e la Cabala, comprensive novecento proposizioni estratte da scrittori greci, latini, ebrei, e caldei; più tardi tredici ne furono trovate eretiche, e il Pico non mancò difenderle a spada tratta. Fra le tesi condannate, vale il pregio ricordare queste. Veruno può credere una cosa dove manchi di motivi sufficienti per crederla. Si parla più impropriamente affermando Dio intelligenza, o intendimento, che dire di un Angiolo che sia anima ragionevole; e rinterzando si difendeva co' libri di san Dionigi areopagita, il quale nega bravamente Dio essere una intelligenza. Finalmente il Pico non dubitava sostenere come l'anima non possa concepire distintamente altro che sè.—E ci era la inquisizione! È da credersi che non l'avrebbe passata liscia se non era principe, e non gli facevano spalla i più potenti d'Italia; il Papa si tenne a citarlo a Roma dove il Pico non comparve, e a condannarne le tesi.
Nel settembre del 1490 tanta paura lo vinse per lo scoppio di un fulmine caduto nel campanile di san Pietro che cadde come morto colpito dall'apoplessia; durò venti ore come passato, e durante questo tempo i Cardinali entratigli in camera ne portarono un milione di oro per sottrarlo alle rapine dei figliuoli; pure essendosi riavuto tirò innanzi come una cosa balorda: ogni via tentarono per guarirlo ancora che strana ed immane; tra le immani la trasfusione del sangue; la tentò un medico ebreo il quale per aggiungere un filo di vita ad un tristo vecchio non dubitò troncarla a tre giovanetti; ma e prima e dopo di lui medici non so se più ignoranti o feroci avvisarono guarire parecchie infermità col sangue, a mo' di esempio l'elefantiasi. In Toscana un medico Polli di Casentine molto si travagliò intorno la trasfusione del sangue, ed anco ai tempi nostri qualcheduno lo ha tentato. Il Fleury afferma per attenuare l'orrore della cosa che i giovanetti erano morti; questo è falso però che sangue di morto stimavano privo di virtù l'ebreo non essendo riuscito scappava; il vecchio Papa precipitava nel sepolcro strascinandovi secolui tre vittime.
Se Alessandro VI, che seguitò, fosse il solo Papa incestuoso, avvelenatore, fedifrago, ladro, e assassino io vorrei, che sopra la sua immagine fosse tirato un velo come su quella di Marino Faliero, ma pur troppo costui va sciaguratamente accompagnato con troppi più soci, che non si crede. Sazievole, e non utile dire tutto di lui; anco quello che giova compendierò in istile, che l'amore della chiarezza mi consentirà più conciso. Anco in questo conclave i Cardinali giurarono patti, e furono: l'eletto Papa non promoverebbe altri Cardinali senza il consenso del sacro collegio: allora sommavano ventitrè in tutti: la esperienza aveva dimostrato, che sottomettere un prete al giuramento, egli era come legare di ritorte Sansone prima che avesse la chioma mozza, proprio pel piacere di vedergliele rompere, e se questo commisero gli altri Papi immaginate che mai fosse da aspettarsi da Alessandro VI. Per consenso degli stessi scrittori ecclesiastici lo spirito santo non entrò per nulla nella elezione di lui, bensì la simonia, e non più vista della così sfacciata; al Cardinale Ascanio Sforza risegnò la carica ch'egli teneva di vicecancelliere, e per caparra prima della elezione gli mandò a casa 5000 ducati di oro; il Cardinale Orsini ebbe il suo palazzo di Roma, ed i castelli di Monticelli e di Soriano; il Colonna si buscò l'abbazia di Subiaco con le castella; il Michiel il vescovado di Porto col palazzo, masserizie, e financo il vino che molto e prezioso si conservava nelle cantine di quello; la villa di Nepi al Cardinale di Parma, al Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e Civita Castella; toccò al Cardinale di Genova la chiesa di santa Maria in via lata; altri comprò a contanti. In quel torno Cesare Borgia suo figliuolo si trovava a studio in Pisa sicchè udita appena la esaltazione del padre di un salto fu in Roma; presentatosi al Papa, questi, che non rifiniva parlare di riforme, del vituperio delle simonie, e di altre infamie da doversi torre via dalla Chiesa col ferro, e col fuoco, mentre tuttavia gli stava genuflesso dinanzi gli sciorinò una lunga diceria di cui la sostanza era, che non isperasse grazia o favore; i premi se gli aveva a guadagnare con illibati costumi, e studi poderosi; egli non avrebbe imitato lo esempio dello zio Calisto, il quale smembrò la Chiesa del ducato di Spoleto per donarlo a lui, a lui la prefettura di Roma, e la vice cancelleria della Camera, a lui il generalato della Chiesa, ed altri benefizi parecchi, che arieno potuto bastare a guiderdone di molti, e tutti più capaci di lui.—Ai presenti, udendo coteste parole, sembrava di avere le traveggole; egli era negare il pasto all'oste co' vermicelli in bocca; Cesare ne trasecolò, e corse difilato a sfogarsi con la madre Vannozza, la quale ne rise di cuore confortandolo ad aspettare.