Assunto al pontificato Alessandro prese a inimicarsi con Ferdinando di Napoli perchè egli dette sottomano i danari agli Orsini onde acquistate le castella di Anguillara, e di Cervetri gliele tenessero come un calcio in gola; la quale avversione crebbe fuori di misura per la repulsa di Alfonso duca di Calabria di maritare certa sua figliuola naturale con uno dei figli del Papa; per la quale cosa egli si strinse in lega co' Veneziani e col Duca di Milano osteggiando il re di Napoli; ma Ferdinando, che per sagacia, malignità, e ferocia si rassomigliava come uovo ad uovo al moderno Ferdinando II, con ogni studio volendosi tenere bene edificato il Papa, impedì recassergli ingiuria i baroni romani di concerto con Piero dei Medici, e il duca di Calabria, e mise pratiche per istaccarlo dalla Lega, ed accorciarsi con lui; il Papa volentieri le accolse, ma evitava venire alle strette confidando, che il tempo greve di casi, gli porgesse occasione di avvantaggiarsi con suo maggiore profitto; nè la occasione si lasciò aspettare; dacchè la calata di Carlo VIII si conobbe statuita, Ferdinando compunto da affannosi presagi morì, e Alfonso bisognoso della investitura papale, smessa la superbia, ebbe a calare concedendo la figliuola Sancia da prima negata a Giuffrè figlio del Papa, col titolo di principe di Squillace, e Cariati, 10000 ducati di pensione, 300 uomini di arme pagati per sua difesa, e per giunta il protonotariato di Napoli ch'è delle sette principali cariche del regno; nè qui finiva: a Francesco duca di Gandia un'altra delle sette cariche, e 10000 ducati di pensione, a Cesare, che allora era Cardinale, e per giunta arcivescovo di Valenza, un benefizio, e dei grossi; del quarto figlio maschio del Papa tace la storia, e non ne ricorda il nome, forse nacque sconcio, e visse così.
Alessandro, sarebbe ingiustizia negarlo, con tutte le forze si oppose alla venuta dei Francesi in Italia, e all'oratore di Carlo VIII senza ambage dichiarò, non potere spogliare gli Arragonesi di Napoli dove il re non provasse superare in diritto gli Angioini; feudo della Chiesa cotesto reame, spettare al Papa decidere il piato, se Carlo ci adoperasse la forza sarebbe come assalire la Chiesa. Nè manco, come corre la fama, la colpa della chiamata di Carlo VIII vuolsi rovesciare tutta sul Moro; all'opposto egli aveva tentato comporre una lega di principi italiani per la difesa della nostra terra contro le invasioni dei barbari; lo attraversò Piero dei Medici; sicchè quando conobbe formata una lega contro di lui, non riputandosi capace a combatterla solo, e certo togliendogli baldanza la rea opera, che intendeva condurre a compimento, ed era torre come tolse il governo di Milano al nipote Giovanni Galeazzo, e forse anco la vita, si apprese al partito miserabile di chiamare lo straniero fra noi: poco dopo si pentì, ma ormai si era chiuso la via al riparo, conciossiachè mentre si sarebbe fatto nemico implacabile Carlo non poteva confidare amicarsi Alfonso, però che egli intendesse regnare, e Alfonso a ragione domandava rendesse il ducato al genero, ed alla figlia Isabella. Colui, che spinse in Italia i barbari fu per lo appunto Giuliano della Rovere, più tardi Giulio II, il quale dagl'imperiti delle storie viene celebrato come perpetuo nemico degli stranieri, ed irrequieto ripetitore del grido: «fuori i barbari!» Ahimè! peccarono a volta a volta tutti i nostri padri, e i Veneziani stessi col trattato di Blois convennero co' Francesi di pigliarsi, e spartirsi il Milanese: che Ferdinando il cattolico e Luigi XII cristianissimo si accordassero a dividersi il reame di Napoli, bene sta; per loro era preda, ma che preda i Veneziani considerassero la Italia, questa è cosa ch'io perdono loro meno, che il truce istituto degl'inquisitori di stato.—
Però il Papa se non chiamava i Francesi, per contrapporli a loro chiamava i Turchi mandando a questo fine un Bucciardo oratore fino a Costantinopoli, mentre coll'avventato stile delle bolle papali eccitava Carlo a voltare le armi contro quel desso Turco dimostrandogli quale e quanta enormezza fosse per un re cristianissimo mettere a fuoco, e a fiamma la cristianità mentre gl'infedeli minacciavano straripare fino a Roma; a tale lo conduceva (fosse stato migliore di quello ch'egli era) la mostruosa miscela del temporale con lo spirituale.
Però il Turco non gli dette retta, e Carlo dopo avere ciondolato alquanto, sovvenuto dalle donne ducali, e marchionali di Savoia, e di Monferrato, che Dio confonda, venne ai nostri danni in Italia. Il Turco Bajazzette non accogliendo tutte le istanze del Papa ne secondò parecchie come si cava dalle sue lettere, che intercette da Giovanni della Rovere, furono mandate a Carlo mentr'egli stanziava a Firenze; in una di queste del 12 settembre 1494, si diceva: ringraziarlo degli avvisi portigli intorno ai disegni di Carlo VIII, il quale intendeva impadronirsi del fratel suo Gem per servirsene a tentare cose nuove in Oriente; facesse una cosa, la quale avrebbe giovato a loro, ed anco a Gem, ed era avvelenarlo o in altro modo procurargli la morte; giovato a Gem perchè a fin di conto mortale essendo gli toccava un giorno o l'altro finire, ed ora levandolo dalle miserie del mondo lo avrebbe avviato in luogo pieno di ogni felicità; se ciò avesse fatto egli giurava pagargli subito 800 mila ducati, e di più gli prometteva non avrebbe danneggiato le terre dei cristiani; quanto a lui si sarebbe tolto quel fastidio di fratello dintorno; in segno dello amore sviscerato che gli portava, tosto avutone il corpo lo avrebbe in magnifico sepolcro sepolto; ancora, lo supplicava di compiacerlo in altro suo desiderio, il quale consisteva nel promovere al cardinalato Niccola Cibo arcivescovo di Arles. Così i Turchi raccomandavano al Papa i prelati, e il Papa le raccomandazioni con pronto animo accoglieva!
E poichè nonostante gli ostacoli, Carlo VIII sceso in Italia cominciava la corsa, la quale dissero vittoria, dove i Francesi altra arme non adoperarono eccetto sproni di legno, e gesso per segnare i quartieri alle milizie, il Papa tentennando propone accordarsi con Carlo, poi se ne pente, e sostiene i Cardinali Sforza, Sanseverino, Colonna, Lunate, ed altri parecchi; ma progredendo vie più Carlo torna a ciondolare; finalmente vinto dalla paura libera i prigionieri e gli mette framezzo pacieri; il re oltre parecchie cose pretende Santo Angiolo, lo nega il Papa, il re Carlo due volte appunta le artiglierie per espugnarlo; ma visto il papa deliberato di porre ogni sua fortuna in isbaraglio innanzi di cedere renunzia al castello, e tiene il fermo sopra le altre condizioni, le quali vengono concesse; tra queste la consegna di Gem, e l'ebbe vivo ma con la morte in seno; il Papa per gratificarsi il Turco, e buscarsi gli 800 mila ducati lo avvelenò.—
Gli Italiani tardi commossi dalla subita conquista dei Francesi si uniscono in segretissima lega e la sottoscrissero il Papa, i Veneziani, il re di Spagna, e quello dei Romani, e il duca di Milano, in apparenza volevano difendersi, ma in fondo dare addosso ai Francesi. Naturale talento dei popoli di mutare signoria, provata, che l'abbiano basto in tutto uguale alla signoria antica, la stupenda, e insanabile levità dei Francesi, lo istinto loro di guastare sempre e non ordinare giammai, le voglie ladre, la ingiuriosa jattanza, ed altre pecche, le quali non si ricordano unite alla fama della novella lega cominciano a sgomentare i Francesi, nè Carlo si trovò mai così presso a perdere la corona come in quel punto nel quale ei se la mise in capo. Come e perchè questi successi avvenissero, ed ai Francesi toccasse sgombrare il regno più presto di quello, che l'occupassero altri disse e bene; mi stringo a raccontare che dopo infelici fortune, tornato il re in Francia, Gilberto di Monpensieri ebbe a capitolare in Atella; stipulava salute per sè e per gli aderenti suoi, ma siccome fra questi erano gli Orsini, cui il Papa disegnava spegnere per eredarne le spoglie, ordinò a Ferdinando di Napoli non l'osservasse, anzi se disobbediente ai comandamenti suoi lo avrebbe scomunicato; però Paolo e Virginio Orsini furono sostenuti prigioni nel castello dell'Uovo, e le milizie loro assalite a man salva e svaligiate.
Fin qui contro Francia; morto Carlo e succeduto Luigi XII Alessandro piantati là gli Aragonesi si stringe alla Francia mercè novella lega cui rinterza co' vincoli sempre provati fallaci, e pure sempre appetiti, del matrimonio; e poichè Carlotta figliuola al re di Napoli ricercata di nozze dal Valentino, mostrando il coraggio, che allora ai più animosi faceva, difetto, gli buttò sul viso queste parole; «io non vo' per marito un prete, figliuolo di prete, fratricida, infame per nascita, e più per opere scellerate.» il Valentino si tolse per moglie un'Albret figliuola del re di Navarra dotandola, invece di riceverne dote, conciossiachè fossero patti degli sponsali, sodasse il Papa duegentomila scudi alla sposa, un cappello cardinalizio conferisse al fratello di lei. Quello, che il Papa e il Valentino ardissero con l'aiuto di Francia vedremo; ora importa sapere, che di nuovo la fortuna dei Francesi scadde in Italia non per mancanza di valore, bensì per le indomabile levità, e spensieratezza loro; il Papa, e il Valentino tosto mutata vela secondo il vento pigliano ad intorarsi con Francia, mettono la parola di possibile accordo col Gonzalvo; co' Pisani temporeggiano; insomma stanno a cavallo al fosso per buttarsi dove il conto torni. Le sorti di Francia veramente toccarono il fondo, ma quivi si rifecero, secondochè la favola immagina del titano Anteo, e con la Tremoglia si avventura a nuovo esperimento; da una parte, e dall'altra avendo sete del Papa, gli profferiscono mirabilia per tirarselo a sè, ed egli col Valentino in mezzo a mettersi allo incanto e a succhiellare la carta; le proposte più turpi si volsero alla Francia, e questa tutta ingolfata nell'interesse presente, non curando vergogna le accettava; ma Valentino provato il terreno sollo a ingolare la vanga, armeggia a ficcarci ancora il manico; la sorte sul più bello gli fece la cilecca, il Papa morì, ed egli stette a un pelo di tenergli dietro.
Di queste trappole non appunteremo costoro; a quei tempi o farle o patirle, ed anco ai nostri così; il Papato diventato cosa terrena si schermisce con le industrie persuase dai tempi, e dagli uomini: però cosa iniqua non per chi presume rappresentare Cristo, bensì per ogni creatura umana la smania di arraffare la roba altrui, e il modo per venirne a capo.
A mano a mano che divoravano in cotesti maligni crebbe la fame come sempre nei cupidi accadde; per ora basta Romagna, più tardi la Toscana, e se la morte non troncava i disegni non si sarieno contentati dell'Italia. Concetto pari ebbe Sisto IV. ma non potè dargli fondamento, quindi essendo il fabbricato da lui ostacolo allo edifizio dei Borgia, ebbe a crollare. Parte dei principi di Romagna, i Bentivoglio, e gli Orsini confidavano nella protezione della Francia, ma re Luigi bisognoso di tenersi bene edificati il Papa, e il Valentino di un tratto significa loro, chi può salvarsi si salvi, non potere egli nè dovere pregiudicare i diritti della Chiesa. Diritti la Chiesa non aveva, se togli le antiche e famose donazioni, pure non si vuole negare, che parecchi per possedere simulacro di potestà legittima a opprimere i popoli avevano sollecitato ed ottenuto titolo di vicari della Chiesa, e promesso eziandio il censo annuo, che non pagavano mai: non importa, porgi al prete la cima della corda in mano, ed ei saprà tenerla inoperosa per secoli, finchè non giunga la opportunità di stringertela al collo; difatti occorrevano città come Ancona, Spoleto, Terni, Narni, Assisi, e qualche altra, che si reggevano a ordini repubblicani; peccato che gare interne ed esterne le impedissero a costituirsi in valida lega fra loro, sicchè ogni giorno crescevano le cause della provocazione, quelle della difesa diminuivano. Primi a cadere i Riario nepoti di Sisto investiti d'Imola e di Forlì. Imola non oppose resistenza, a Forlì la vedova Caterina Sforza, scansato prima il figlio Ottavio a Firenze, volle mostrare il viso alla fortuna, e fece strenua difesa, non felice, chè il Valentino sovvenuto da 300 lance di Francia espugnò prima la terra, poi la rocca. Caterina venuta in potestà del Borgia, andava a Roma prigioniera e fu chiusa in castello Santo Angiolo, donde la trasse fuora Ivo d'Allegre o vergogna lo rimordesse, od altra passione lo stimolasse.—I signori di Faenza, e di Rimini apprensioniti supplicano per soccorso. Astorre, il quale pure nacque dalla figlia di Giovanni Bentivoglio, fu respinto dallo zio, ch'ebbe di catti ottenere perdono dal re Luigi pei sussidi somministrati al duca di Milano; nè gli riuscirono migliori amici i Fiorentini pensosi anch'essi dei fatti loro: peggio di tutti i Veneziani, che in coteste strette disdissero l'amicizia vecchia, e scrissero nel libro di oro il nome del Valentino che a questo modo diventò nobile veneziano. Pandolfo Malatesta signore di Rimini vista approssimarsi la burrasca si tirò al largo; e ne seguì lo esempio Giovanni Sforza signore di Pesaro; per converso elesse contrastare Astorre Manfredi di Faenza giovane fuor di misura bellissimo, e di magnanimi spiriti; il Valentino si mosse ad assaltarlo con potente esercito, e copiosa artiglieria; adoperando le armi costui non poteva omettere i tradimenti, e corruppe Dionigi di Naldo a tradire Astorre del castello; scoperto il trattato le spengono a ghiado: durarono tutta una stagione intorno all'assedio di Faenza invano: entrato il verno in cotesto anno rigido oltre il consueto e' fu forza ritirarsi; il Valentino tornò in primavera con animo più perverso, ed esercito più gagliardo; due volte assaltò, e due rimase respinto: tuttavia i Faentini considerando non poterla durare, così com'erano privi di ogni umano aiuto con le lacrime agli occhi supplicarono Astorre a capitolare; i patti brevi: salvi le persone, e i beni, libero Astorre recarsi dove gli talentasse.
Astorre con un suo fratello bastardo ed una giovane donna erano menati prigioni in castello Sant'Angiolo, quivi stettero un anno in capo al quale i cadaveri di questi miseri furono trovati nel Tevere; quello di Astorre aveva una corda intorno al collo, gli altri due stretti insieme e con le mani legate dietro il dorso. Il Guicciardino scrive essere corsa fama, come qualcuno sfogasse la immane libidine nel corpo di Astorre, il quale qualcuno nella vita del Valentino, che un dì pubblicata col nome di Tommaso Tommasi sappiamo essere opera di Gregorio Leti, diventa colui, che sconvolgeva tutte le leggi di natura e di Dio, con le quali parole dà ad intendere, lo scellerato stupratore fosse il Papa: ahimè! troppi vediamo essere i delitti veri commessi da questo empio uomo, onde gli si abbiano ad aggiungere anco gl'immaginati. Astorre cadde nelle mani del Valentino nel 1500, e l'anno dopo periva, e siccome in quel torno il Papa annoverava bene settanta anni, così se il volere gli avesse consentito la infamia, la età gliene levava il potere. Il Gordon nella vita di Alessandro VI afferma la donna rinvenuta nel Tevere in compagnia di Manfredi essere stata la donzella, che inviata da Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino a marito in Venezia con Giovambattista Caracciolo generale di fanti della repubblica, il Valentino fece rapire presso Cesena, nè se ne seppe più altro: non avendo trovato in veruno scrittore italiano tenuto ricordo di cotesto particolare, io lo giudico giunta dello scrittore.