Arte profondamente arguta per isbigottire, e per gratificarsi i popoli già soggetti fu questa, che il Valentino mandasse a governarli o piuttosto a tribolarli un'Orco Ramiro; quando conobbe immensa gravare sul capo di costui la maladizione dei traditi, quasichè il Borgia sentisse pietà dei popoli, un bel giorno spartito in due cotesto ribaldo in mezzo a parecchi torchi accesi lo fece esporre sopra la piazza di Cesena; il quale trovato, pieno di malizia, gli conciliò l'animo non pure dei soggetti, ma eziandio degli altri che intendeva sottoporre, imperciocchè dai vecchi signori fossero con ogni maniera di strazi angariati.
Adesso il Borgia accenna alle Marche, alla Toscana tutta, a Bologna, a Urbino, e a Piombino. Da prima si volta contro Giovanni Bentivoglio, e lo vinceva, se non lo impediva Luigi XII a cui era cotesto signore raccomandato; non potendo cavarne tutto il vestimento, il Borgia per allora si contentò del mantello; volle Castel bolognese, e 1000 ducati all'anno, con 100 uomini d'arme e 2000 fanti pagati; poi minaccia Toscana, e ne corre le terre; pretesto allo assalto la licenza data al Rinuccio da Marciano che passò con la sua compagnia al servizio del Bentivoglio; Firenze con Pistola ribellata, il contado in ruina, strema di forze a cagione della guerra pisana poco schermo poteva fare se il Borgia chiamato a Napoli non avesse dovuto lasciarla stare pel momento; in passando assediò Piombino, il quale resistendo oltre il presagio, fu espugnato più tardi dai suoi luogotenenti. Reduce da Napoli, macchina la usurpazione del ducato di Urbino retto da Guidobaldo che per cotesti tempi fu una coppa di oro di principe, e lo sarebbe anco ai nostri per bontà, e per sapienza; il modo che il Papa e il Valentino tennero, questo: gli finsero maravigliosa benevolenza, composero le liti che cotesto signore teneva con la Camera apostolica, il nipote Francesco Maria promossero a prefetto di Roma, e per fino gli proffersero ammogliarlo con Angiola Borgia; tranquillatolo così ingrossarono l'esercito nelle terre vicine sotto colore di assediare Camerino, e poi gli mandarono messi con lettere ortatorie perchè gli servisse per cotesto assedio delle sue artiglierie, assettasse le strade, provvedesse vittovaglie ai soldati, consentisse per le sue terre il passo a un 1500 uomini. Il duca rimandò indietro al Valentino per accertarlo sarebbe servito; se altro avesse desiderato comandasse, e il Valentino come intenerito si profondava in grazie maravigliose giurando non volere in Italia altro fratello, che il duca; per colmo di favore gli saria grato se incamminasse un migliaio di fanti in aiuto del Vitellozzo suo capitano su quel di Toscana. Tesa a quel mo' la rete, di un tratto la strinse; non contento dei beni voleva la vita del buon Guidobaldo, che avvertito non credeva, ma reso accorto in estremo appena col nipote Francesco Maria della Rovere poterono scappare a sant'Agata, dove presa veste contadinesca separaronsi commettendosi all'aiuto di Dio, che li condusse a salvamento fuori di ogni pericolo. Pazienza! Il Borgia si morse il dito; e non sospese pure di un'attimo la opera propostasi; col Vitelli minaccia la Toscana, ribella Arezzo, e n'espugna la Rocca, e forse Firenze non la contava se accordatasi col re di Francia, questi non avesse spedito in diligenza ordine al Valentino di lasciare illesa la Toscana; e nondimeno egli più tardi quando i Fiorentini gli mandarono legato il Machiavello costui con giuramento affermava di coteste rivolture sè non solo innocente, ma inconsapevole; di ogni cosa colpa il Vitelli. Intanto egli assedia più certa preda Camerino; fatta un po' di resistenza Giulio Cesare da Varano propone gli accordi, e il Valentino gli accetta, ma sul punto di segnarli egli sforza la terra, i patti straccia, mette le mani addosso a Giulio Cesare, e a due suoi figliuoli Venanzio e Annibale, i quali tutti in un'attimo strangola, il primogenito Giovanni Maria poco innanzi ito a Venezia per miracolo scampa.
Vinti e spogliati i nemici, rimaneva a spengere, ed a spogliare gli amici; già per venirne più agevolmente a capo il Papa si era industriato commettere scandali tra gli Orsini e i Colonna, e ci era riuscito come quelli che ab antiquo procedevano scambievolmente nemici; però il Papa si mosse meno pel proposito di separarli, che per l'altro di non farli mai ora nè poi riunire. Fino dalla capitolazione dell'Atella il Papa dopo avere fatto sostenere, in onta alla fede giurata, Virginio Orsini, ne pubblicò i beni ordinando al duca di Gandia, e ad altri parecchi mandassero la sentenza ad esecuzione: donde una guerra lunga e varia, ove nella difesa di Bracciano mostrò la donzella Bartolommea, sorella di Virginio Orsini, tale prova di valore da disgradarne i più intrepidi. Carlo Orsini in buon tempo venuto di Francia con Vitellozzo Vitelli, che congiunti erano, si legano ai danni dei Borgia; gli sovvennero Perugia, Narni, e Todi, e messe assieme le genti s'incamminano a Bracciano; occorsero loro i papalini, ed incontratisi su la via di Soriano danno subito di piglio alle armi: dopo lunga battaglia andarono sconfitti i papalini, prigione il duca di Urbino, sfregiato in faccia Francesco Borgia. Impaurito il Papa, chiede accordare, e l'ottiene; in questa pace fu notabile il caso seguente: il Papa di leggeri ammollì su tutto, tranne che volle gli Orsini gli pagassero 70 mila ducati per le spese della guerra; ma perchè sapeva costoro corti a pecunia li persuase a non liberare il duca di Urbino, eccettochè con la taglia, e gli Orsini non intendendo a sordo gliela imposero, e appannata, 40,000 fiorini, i quali da una mano presero e dall'altra pagarono al Papa; così Alessandro buscava la taglia di tale, che combattendo per lui era caduto prigioniero! Dopo questo successo gli Orsini servirono i Borgia di coppa e di coltello, soldati e sicari come meglio loro ordinavano, sicchè poste in oblio le date e le ricevute ingiurie estimavano esserseli amicati per la vita: funesta fiducia con tutti, co' Borgia poi anco matta, ma anzi non è così, almeno non sempre, imperciocchè tanto gli Orsini quanto i Vitelli congiunti, ed aderenti loro incominciassero quasi per istinto a fiutare la mala parata, per la quale cosa convennero segretamente alla Magione terra prossima, a Perugia, per concertare la comune difesa: a questo congresso si trovarono il Cardinale Orsini, il fratel suo Paolo, Vitelozzo, Giovampaolo Baglioni, Ermes Bentivoglio, Oliverotto, Antonio da Venafro pel Petrucci di Siena, e dicono ci si facesse rappresentare anco la vedova di Giovanni della Rovere signora di Sinigaglia. Al Talentino incominciava a voltare faccia la fortuna: i suoi capitani ormai ribelli restituiscono nell'usurpato retaggio il duca di Urbino maravigliosamente sovvenuti dai popoli devoti al principe benemerito: pel costoro abbandono scemato l'esercito al Valentino questi trovandosi a mal partito ordina con celeri messi ad Ugo di Cardona e a don Michele capitani fidatissimi suoi, schivata ogni battaglia, ridursi a Rimini con quanto rimanga loro di forze, ma non gli obbediscono allettati dal destro di pigliare Fossombrone, e Pergola, dove sorpresi da Paolo Orsini e dal duca di Gravina restano percossi di sconcia battitura, il Cardona casca prigioniero, don Michele a gran ventura scappa a Fano, poi a Pesaro. I collegati potevano vincere spingendosi risoluti innanzi, e non seppero, per riguardo al re di Francia protettore dei Borgia, come se i principi stranieri non si amichino sempre chi vince; dacchè tutte le leghe non abbiano ragione oltre queste due, il danno o il comodo che puoi recare; ora questa venendoti a mancare quando sei vinto gli è chiaro come l'acqua, che tu non offerisci più argomento di lega. Mentre costoro ciondolano improvvidi, i Borgia usano l'estremo dell'arte per cavarsi dal mal passo: prima di tutto il Valentino s'industria rabbonire i Fiorentini; stava allora presso a' lui oratore di Firenze Niccolò Macchiavello, e proprio l'andava tra corsaro e pirata; il primo non rifiniva far toccare con mano che aveva sempre nudrito filiale amore per Firenze, non averglielo troppo palesato fino di ora perchè sendo debole gli pareva che avessero potuto ascriverlo a paura, e sospettarlo poco sincero, egli di cui un dì avrieno detto le genti, che quando la lealtà fosse stata bandita dal mondo avrebbe preso rifugio nel suo seno: ora poi, che vinto ogni ostacolo si sentiva gagliardo si profferiva affatto uomo di Firenze, lo mettessero alla prova, e vedrebbero. Da ora in poi Firenze e i Borgia avere ad essere tutta una cosa.—
Questo per paura che i Fiorentini legandosi co' ribelli in questa stretta non l'opprimessero. I Fiorentini, che per non venire in uggia al Borgia ricerchi più volte dai ribelli si erano ricusati a fare causa comune con essi, dichiaravano al Valentino per bocca del Macchiavello: alle proteste di amore del Borgia credere quanto nel vangelo e più; e di questo avesse per pegno, che sollecitati a legarsi co' suoi nemici per abbatterlo avevano rifuggito sempre, e rifuggirebbero. Posto in quiete da questa parte il Valentino prese a negoziare con Paolo Orsini, e riuscì ad agguindolarlo con parole, e con doni: gli uomini per ordinario sono prosuntuosi in proprio danno, e nello altrui, ma più nel proprio, però che accomunandosi ai tristi in questo fidano, o che questi si guarderanno bene di farla a loro, o che sapranno guardarsene, e quasi sempre restano ingannati; tu poi imita la prudenza dello antico Ulisse, quando rasenti lo scoglio delle Sirene turati le orecchie, se con la cera, o con le mani non rileva, purchè tu le tappi; Paolo prese a serpentare gli altri sicché volenti o no li condusse agli accordi, di cui primo effetto fu lo abbandono del duca di Urbino al quale toccò rifare i passi dello esilio. Rispetto al Bentivoglio, i collegati lasciarono lui, ed egli i collegati e con duri patti si compose col Borgia, che mallevati dal re di Francia, dal duca di Ferrara, e dai Fiorentini lo guarentirono meglio.—
In virtù dello accordo il Valentino deliberò co' suoi capitani tornati a divozione di lui se fosse ad assaltarsi Toscana o Sinigaglia; elessero Sinigaglia, e di vero mossero colà di concerto commettendo il terzo tradimento, come quelli, che alla posta della Magione avevano promesso sostenere la Castellana. La città noti oppose resistenza; solo la Castellana, e il Doria ridottisi nella Rocca dichiararono ad altri non volersi rendere, tranne al duca; per la quale cosa gli Orsini mandarono per esso; ed egli colto il destro, parendogli, che della sua andata non potessero pigliare ombra poichè eglino medesimi lo chiamavano, rispose, andrebbe, ma la città sgombrassero dalle milizie loro stanziandole nei borghi, dacchè nella città intendeva alloggiare le proprie, e come disse fecero: allora si mosse da Fano, e non potendo farne a meno spinti dai fati gli occorsero in su' muletti Vitelozzo, Pagolo, e il duca di Gravina, entrambi Orsini, questi armati, l'altro disarmato con una cappa foderata di verde, afflitto in vista quasi presago della morte imminente, e corse fama, che innanzi di separarsi dalle sue milizie fece con loro le ultime dipartenze raccomandando ai capi la casa sua, e i nipoti ammonì che non alla fortuna degli avi pensassero, bensì alla virtù, e gl'imitassero. Se con lieta fronte gli accogliesse il Borgia non si racconta nè manco, se nonchè stringendo gli occhi si accorse non essere fra loro Oliverotto, e saputo come fosse rimasto dentro Sinigaglia con le sue genti attelato sopra la piazza, mandò don Michele a dirgli, che menasse le milizie altrove e andasse con gli altri a complire il duca. Oliverotto non se lo fece ripetere due volte studioso con la nuova obbedienza cancellare l'antica ribellione. Entrati tutti insieme in Sinigaglia scavalcarono all'alloggiamento del duca, che li condusse in sala, donde poichè ebbero alternato alcuni ragionari, il duca sotto pretesto di mutare vesti si allontanò; sopraggiunsero a un tratto scherani che pigliarono i traditi a mano salva. Il duca tosto monta a cavallo e si arrabatta a svaligiare le milizie di Oliverotto e degli Orsini; riuscì con le prime perchè prossime e prese alla sprovvista, con le seconde no, che avuto tempo di mettersi insieme con ardimento pari al valore si ridussero in salvo. Durante la notte Vitelozzo, e Oliverotto erano strangolati, il primo (pare impossibile!) pregando si supplicasse il Papa a dargli la indulgenza plenaria, l'altro piagnendo, e tutte le sue colpe riversando su Vitelozzo. Ma chi potrebbe affermare queste cose vere? Le riporta il Machiavello, il quale da altri non può averle apprese eccetto dal Valentino e dai carnefici suoi interessati troppo a fare comparire colpevoli i traditi, e non contenti, secondo il costume dei tiranni, a saperli morti se anco non li sappiano e contennendi, e vili: Paolo, e Francesco Orsini il duca di Gravina furono strangolati più tardi avendo prima voluto accertarsi il Valentino, che il suo dabbene genitore Alessandro Papa aveva a Roma messo le mani addosso al Cardinale Orsino, all'Arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsino, a Messere Iacopo da Santa Croce, al protonotaio Orsini, ed all'abate Alviano fratello di Bartolommeo.
Gli argini al delitto parvero rotti; dopo questa strage piglia Città di Castello dei Vitelli, piglia Perugia dei Baglioni, saccheggia lo stato di Siena, piglia Chiusi, e Pienza, invade gli stati degli Orsini. Il demonio, a detto della gente sbigottita, fatto vicario di Cristo, il vessillo dello inferno in mano al Papa, il padre dei fedeli dispensatore a un punto di crisma e di veleni, i sette sacramenti in questo mondo oppressione, nell'altro dannazione, a cui raccomandarsi non sapeva, il cielo sembrava fatto più truce dell'erebo e senza fine disperata la gente diceva: «Dio non è!»
Di un tratto questi immani colpevoli, che stavano sopra le leggi divine ed umane con le proprie mani si avvelenano; il Papa muore; il Valentino della vita in forse perde il credito; tradito chi tutti tradì, spogliato chi tutti spogliò, abbindolato, deriso, fuggiasco cessa di vivere per ferita rilevata in oscura avvisaglia, e fu fortuna oltre i meriti suoi.—
La pietà pei tristi è furto della pietà dovuta ai buoni, però io non mi appassiono per la strage di tali, da cui se pochi ne eccettui, furono anco più rei del Valentino, il quale pure qualche sollievo ai popoli concesse, e di tanti basti dire di Oliverotto da Fermo: rimasto orfano costui raccolse e nudrì lo zio Fogliano avo materno, il quale volendo fargli apprendere la milizia lo accomodò con Paolo Vitelli; ebbe fortune varie, e ottenne fama di valoroso; militando in ultimo sotto la bandiera del Valentino gli si parava occasione di approssimarsi a casa. Da Camerino scrisse allo zio chiedendogli licenza di andare a riverirlo per mostrargli i segni di prodezza acquistati in guerra facendosi accompagnare da cento cavalieri; risposegli lo zio: magari! sarebbe le mille volte il ben venuto. Va, gli occorre lo zio, che gli getta le braccia al collo, e piange: se lo mette in casa co' cento cavalieri: fa baldoria, pare che dall'allegrezza non possa più capire dentro la pelle; indi a pochi dì per festeggiarlo meglio imbandisce un convito ai maggiorenti di Fermo; Oliverotto sopra le mense ospitali trucida tutti, poi balza fuori sanguinolento e con la spada alla gola costringe i cittadini a tremarlo principe. Certo chi tale acquista non merita misericordia se il Valentino lo spoglia.
Tuttavia anco ad acquistare a quel modo ci voleva pecunia, e di molta, ed anco per la spesa di certa pompa regia, che ai Borgia piacque sempre sfoggiare un po' per talento, e un pò per politica, imperciocchè i panni rifacciano le stanghe, e il parere avvezza ad essere, ed educa altrui a riverirti. Del Papa a cotesti tempi corse un distico, il quale volgarizzato suona così:
Vende Alessandro altari, e chiavi, e Cristo; E ben lo può, che pria ne fece acquisto.