[1] Il Pontano per Lucrezia viva, e che sopravvisse a lui meglio di 20 anni, compose questo epitaffio:

«Lucrezia fu di nome, e Taida in fatti,
«Adesso in questo tumulo riposa.
«Di Alessandro figliuola, e nuora, e sposa!
«Hic jacet in tumulo, Lucretia nomine sed re Thais,
«Alexandri filia, sponsa, nurus.»

E il Sannazzaro, quel sì pio, che cantò con un poema pieno
di devozione de partu Virginis, fece questi altri versi in
infamia del padre, e della figliuola:

«O fato! sempre ti appetisce un Sesto
«Lucrezia, adesso per te il padre è questo!
«Ergo te semper cupiet, Lucretia, Sextus!
«O fatum diri numinis hic pater est!

Concetto degno di scolare di rettorica come quello, che poggia sul riscontro del nome di Sesto Tarquinio, e del numero di ordine, che toccò ad Alessandro.

Il Guicciardini il quale sempre pensa alla più trista nondimanco con prudenza dichiara: «era medesimamente fama, se però è degna di credersi tanta enormità, che nello amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli, ma eziandio il padre medesimo.»

Questo vuolsi considerare, che il Pontano e il Sannazzaro napolitani erano, e devotissimi agli Arragonesi indegnamente traditi dai Borgia, e la passione non vede lume; gli uomini corrono a credere piuttosto il male che il bene per tutti massime pei potenti; i quali se beneficando sempre appena acquistano grazia, diventano segno di odio imperituro quando adoperino la potenza in danno ed in istrazio altrui.—E certo io reputo indizio grande di verità il silenzio, che di questo incesto col padre ed anco co' fratelli osservò il Burcardo maestro di cerimonie del Papa, il quale delle infamie di casa Borgia ti comparisce piuttosto rivelatore sfacciato, che dissimulatore devoto, o almanco prudente.

Quando mi sono adoperato di purgare il Papa e la figliuola Lucrezia dalla scellerata accusa io lo confesso ci sono stato condotto piuttosto dallo orrore, che sento per simili immanità, che da persuasione, la quale fosse in me; difatti vuolsi sforzo non piccolo a sostenere così, dove pensi quali, e quante le turpitudini, e le brutture in che si avvoltolarono costoro. Tu odi questo racconto ricavato non mica da gente ostile, bensì da amicissima, anzi dallo stesso maestro di cerimonie del sacro palazzo, Burcardo, e poi confrontando con quanto Svetonio e Tacito raccontano di Nerone, e Sifilino di Eliogabalo giudica dove sia maggiore la infamia: «nella domenica ultima del mese di ottobre cinquanta meretrici oneste, o vogliamo dire cortigiane cenarono col duca Valentino nelle sue camere nel palazzo apostolico, le quali dopo cena prima con le vesti addosso e poi ignude danzarono co' servitori, e con altri convenuti là dentro: poi disposero candelieri da altare con i ceri accesi sul pavimento dove essendo sparse noci le meritrici giù nude carponi si dettero a raccattarle aggirandosi traverso i candelieri; il Papa, il duca, e la sorella Lucrezia tutte queste cose contemplando ne pigliavano maraviglioso diletto: all'ultimo per giudizio dei presenti furono distribuiti i premi ai vincitori con vesti di seta, paia di pianelle, berrette, ed altro, vale a dire, a quelli che pubblicamente si fossero più volte mescolati in venereo congresso con le femmine[1].» Certo senza tema di aggravarci la coscienza noi ci possiamo avventurare a credere molte cose di simil padre, e di siffatta figlia.

[1] Burcard. Diarium De convivio quinquaginta meretricum cum duce Valentino. Eliogabalo, per testimonianza di Sifilino fece di più, compose alle meritrici radunate una bellissima orazione, la quale, chi ne ha vaghezza, può leggere nel medesimo autore.

Gli uomini inconsueti allo sguardo lungo nelle storie sbigottiscono del presente; chi poi ha per costume speculare nei tempi tocca con mano come la Provvidenza, o vuoi ordine segreto delle cose mantenga il mondo in perpetua vicenda cavando dal male il bene, ed anco pur troppo dal bene il male dove questo o giunga inopportuno ovvero offenda co' modi; però dallo eccesso della depravazione romana ecco uscirne la necessità della riforma; troppo presto arrivarono i martiri di Basilea, e troppo presto altresì Girolamo Savonarola, nè buono in tutto, nè sacro; chè presumendo ritemprare la gente con la esagerazione della beghineria si tolse a compagno della opera l'errore, non già la sapienza, inoltre ricorrendo ai miracoli dimostrò tre cose, una anco a mente dei creduli, e fu la prosunzione di tentare Dio ad operare miracoli per lui; le altre al cospetto della filosofia la quale giudica così, o egli ci aveva fede, ed era grullo, o non ce l'aveva, ed era ciurmatore: anco cotesto avviticchiare la religione con la politica non va, nè può andare a sangue ai prudenti: per ultimo spietato fu col Gonfaloniere Bernardo del Nero, e i quattro cittadini messi a morte dirittamente forse, ma in ispregio della legge dal medesimo frate proposta, ed a insinuazione di lui decretata: nè si opponga, ch'ei se ne stette a parte, imperciocchè questo al contrario lo aggrava, avendo lasciato fare i suoi fazionari cui egli avria di leggeri potuto impedire; ma non importa, il ragno dopo sette volte cessa ordire la sua tela la umanità non ismette mai; tra poco verrà Lutero.—La sventura della invasione straniera anch'ella a qualche cosa fu buona: tardi a cotesti tempi i commerci fra gli uomini, difficili, per non dire disperate le notizie lontane; strade nessuna o poche, e queste dirotte, o pericolose; la stampa novellina; da questo veniva, che pochissimi sapessero le infamie di Roma, ed in confuso; ora i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli, gli Svizzeri, e di ogni generazione stranieri qui convenuti videro a prova chente fossero Roma, e i sacerdoti suoi; e le incredibili immanità ebbero pure a conoscere vere; donde lo scapito della reputazione già grande toccava il colmo. La Chiesa appartatasi dalla dottrina di Cristo, e dalla virtù dei primi padri della Chiesa con la temeraria improntitudine sua si era alienata i fedeli, sicchè curando meno lo spirituale, assai aveva fatto assegnamento sul dominio temporale, e vi era riuscita; la Chiesa considerata stato non fu mai tanto potente come ai tempi di Alessandro VI; dopo lui declina; più tardi lo vedremo, si arrabatta a riagguantare il credito spirituale con le manette, i roghi, e il carnefice, ma atterrisce non guadagna cuori; e il temporale, dopo essersi dibattuto invano per reggere da sè, non può sostenere, se non a patto di profferirsi sbirro ai principi secolari: messi in comunella gli arnesi delle varie tirannidi instituiscono preti, e principi società di tiranni.—Ora la Chiesa cattolica agonizza, e l'hanno condotta a tale molto la virtù dei riformatori, e dei filosofi, ma cento cotanti più i suoi misfatti, e la sua superba follia; ella pensò avere riposto nel sepolcro la libertà dell'anima, ed in vero, ce la chiuse, non però morta: quel sepolcro diventava un'altare, e dalle fessure della lapide proruppe la luce, che illumina e non consuma, eccetto le ree cose. Di fronte alla inquisizione sta la stampa; a Costantinopoli, tolto alla cristianità per colpa dei principi, l'America data alla cristianità da un popolano, il quale secondo il solito ne ottiene un guiderdone di catene. Da tutto questo deriva, che noi dobbiamo ammirare, per mio giudizio, come provvidenziale il pontificato di Alessandro VI; più volte questa forza segreta, che agita i casi umani lo preservò; la prima quando reduce dalla sua legazione di Arragona, e di Portogallo ruppe sopra la spiaggia pisana, e di centottanta ch'erano con esso seco su la galera, veruno, egli eccettuato, si salvò; la seconda allorchè tracollando la cima del campanile di San Pietro massi enormi e ferri gli cascarono ai piè senza offenderlo mentre in compagnia del Cardinale capuano passeggiava per la loggia delle benedizioni; la terza, e fu la più paurosa di tutte: stando egli nelle segrete stanze il giorno della festa di San Pietro un turbine fra folgori, e pioggia schiantato il più alto dei cammini del Vaticano lo rovescia con immenso fracasso sul tetto, il tetto, sfondasi fiaccando due travi del pavimento più prossimo, le quali ruinando il soffitto della medesima stanza nella quale in cotesto punto si trovava il Papa ne fracassano la trave maestra, che precipita giù in mezzo a un nugolo di calcinacci giusto in quel punto, che due prelati d'ordine suo si erano fatti alle finestre per chiuderle; onde essi sbigottiti dallo sprofondamento inforcati i parapetti quindi strillavano: il Papa è morto!—Il Papa, se togli lievi contusioni, e moltissima paura ne uscì liscio, gli altri no; chi ne rimase morto, chi ferito; egli volle andarsene in pompa a ringraziare la Vergine nella Chiesa del Popolo, cui aveva fatto dipingere a immagine della Vannozza!