Molte costituzioni di questo degno sacerdote tuttavia come dommi si riveriscono ed osservano; che monta ei fosse quello che fu, e che piglia fastidio ridire? Quanto a fede poteva disgradarne i più solenni fra i santi padri. Perciò che spetta noi altri scrittori, noi dobbiamo professargli obbligo grande, ed è la censura della stampa confidata ai Vescovi, ed ai Vicari. La tirannide per istinto sente la ingiuria della libertà, e per converso questa le ingiurie di quella: il duello da secoli dura fra loro, nè sta sul punto di cessare per ora.
Pio III, dei Piccolomini, passa come ombra sopra la opposta parete, subentra Giuliano della Rovere col nome di Giulio II; dicono eleggesse questo nome con la intenzione d'imitare i gesti di Giulio Cesare, nè questo io credo, chè uomo inane ei non si mostrò mai, comecchè ambizioso fosse ei molto, di sè sentiva altamente, e come osserva con parole argute il veneto Trivisan: «il Papa vuole essere il dominus et il maistro del foco del mondo.» Assunto al pontificato a posta sua bandì una bolla contro la simonia dei brogliatori al papato, quantunque egli per arrivarci promettesse al Cardinale Ascanio Sforza restaurare i suoi nel ducato di Milano, a quello di Carvajale conserverebbe il regno di Napoli al re cattolico; che più? Il Valentino si obbligò per iscritto promovere a gonfaloniere, e Capitano generale della Chiesa. Ora se questa non è simonia in che cosa dovrebb'ella consistere noi per verità non sappiamo; ma i potenti ebbero sempre in costume una volta saliti in alto, maledire la scala, che gli ha condotti. Egli fu d'indole piuttosto, che risoluta avventata; urlò fuori barbari, e più volte gli spinse in Italia cominciando da Carlo VIII; sempre vario, ora infocato, tempesta contro i Veneziani, e da prima gli scomunica; vedendo non fare effetto le scomuniche forma la lega di Cambrai ai danni loro; ma poichè essi disertati rendono la città causa prima dei suoi furori, di un tratto di amico si fa nemico ai Francesi, arma gli Svizzeri, scomunica il duca di Ferrara perchè amico alla Francia, assedia la Mirandola, ed espugnatala ci entra per la breccia; lui non domano gli anni, nè le infermità, nè le asprezze di rigidi inverni; acquista alla Chiesa Bologna e Perugia, quella levando ai Bentivoglio, questa ai Baglioni, e la prima ordina a reggimento oligarchico, la seconda a democratico; nato, e cresciuto in mezzo ai repubblicani, Giulio repubblicano era a modo suo; durante la vita sostenne sempre, che non valgono nascita, nè trattati per legittimare il dominio di principi così nostrani come forastieri sopra i popoli; ogni cosa dover cedere dinanzi alla comodità di questi, unici e veri sovrani della terra. Siffatte dottrine professò Papa Giulio, e qualche altro Papa altresì; forse, cercando, si troverebbe ancora parecchi principi repubblicani in casa altrui; in casa propria poi la bisogna cammina diversa.
Di amici un dì Luigi XII e Giulio II diventano nemici mortalissimi; quegli convocati i Concili di Bourges, di Pisa, e di Milano fa che vi depongano il Papa; Giulio raccoglie il suo Concilio in Laterano, scomunica l'altro, e dichiara Luigi decaduto dal trono: si guerreggiano con le penne, con le armi, e con la lingua; il men triste saluto di Luigi al Papa era; briacone; quello del Papa a Luigi non importa dire. Il Cattolico usurpa iniquamente la Navarra approfittandosi di cotesti rimescolamenti, e il Papa in odio a Francia approva; il quale trasportato da quella sua veemente e procellosa natura, per isgararla sul re Luigi, ordina la lega santa affatto contraria all'altra di Cambrai; di qui nacque la terribile battaglia di Ravenna vinta dai Francesi con la morte di Gastone di Foix: vittoria miserabile fu quella, conciossiachè le fortune francesi indi a poi declinassero sempre. Lo imperatore Massimiliano con improntitudine austriaca presume tenere per sè Verona e Vicenza: Bergamo, Padova, Treviso, Bergamo, e Crema concederà a titolo di feudo imperiale a patto gli si contino duegentomila fiorini di presente, e quarantamila annui; i Veneziani, rotta la pazienza, accordano co' Francesi; il Papa si rode dentro dalla rabbia, inferma, e muore. I laudatori di questo Papa affermano i suoi concetti generosi sempre, ma poi per soverchio di passione sovente guasti, e parci lode strana, però che, se ne eccettui Dio, veruno conosce le origini del pensiero, nè all'uomo è dato giudicarne fuorchè dagli effetti; riesce poi arduo credere, che generoso fosse il disegno di spengere la repubblica di Firenze, bandire Piero Soderino innocentissimo, rimettere in casa i Medici solo per vendicarsi di avere consentito Pisa essere stanza al Concilio, senza punto avvertire che Firenze pusilla, e strema di forze non poteva ributtare la istanza di Luigi poderosissimo allora in Italia: nè lo salva addurre come Giulio non prevedesse nè consentisse mai i Medici si comportassero da tiranni a Firenze, perchè appunto ne fossero stati banditi a causa di tirannide, ed anco non lo fossero stati prima, tiranno diventa qualsivoglia cittadino, il quale venga rimesso in casa dalle armi straniere; e i Medici prima di entrare in Firenze se ne fecero innaffiare la strada di sangue cittadino; informi Prato allo eccidio del quale si trovò presente il cardinale Giovanni dei Medici, che or'ora si trasforma in Lione X. Insomma dopo avere disegnato di opporre barbaro a barbaro servendosi dell'uno per cacciare l'altro, tolto a Luigi il titolo di cristianissimo, e conferitolo al re Enrico d'Inghilterra (e fu facile), e toltogli anco il trono, e donatolo a cui se lo andava a pigliare (questo poi parve più difficile), dopo avere a furia di bastonate sul pavimento fatto certo il Cardinal Grimani, che anco gli Spagnuoli se ne dovevano andare, e dopo empito di sangue, di miseria, e di disperazione quasi tutte le terre d'Italia morì lasciandovi barbari quanto, e più di prima.
Tuttavia Giulio fu Papa animoso, e di spiriti eccelsi così che, nota il Machiavello, se prima di lui non vi era barone romano, per piccolo ch'ei fosse, il quale si peritasse a sfidare la potestà della Chiesa, ai tempi suoi anco il re di Francia bisognava che procedesse con riguardo verso di quella. Egli concepì il disegno di San Pietro, promosse Bramante, anco Michelangiolo, e di uno sguardo benigno fecondò Raffaello. Lione, che gli successe mieteva la messe seminata da lui; questi grande di nome, Giulio grande di sostanza; che se cupido ei si mostrò dello altrui (quale il prete che non sia cupido?) arraffò per la Chiesa; fu ladro ma sacro; solo persuase Guidubaldo di Montefeltro duca di Urbino ad adottare, in difetto di successori, per figliuolo Francescomaria comune nipote a cui rese le signorie di Mondovì e di Sinigaglia; più tardi lo elesse vicario di Pesaro, e morendo supplicava i Cardinali, che non lo removessero; questa unica grazia facessero alla sua memoria, ed alla famiglia di lui.
Il Cardinale Raffaello Riario sperò che riscattata Imola dalle mani del Borgia la si renderebbe ad Ottaviano, e s'ingannò; il Papa rispose reciso non volere arricchire la famiglia a danno della Chiesa; e proprio pochi momenti prima ch'ei desse i tratti madonna Felicia sua figliuola maritata a Giangiordano Orsino con accese parole instando presso il morente per un cappello a benefizio di Guido da Montefalco suo fratello uterino, glielo negò dicendo esserne indegno. Ora di Lione X.
Piuttosto che lamentare inopia, patiamo abbondanza di scrittori intorno a lui, e non pure vari ma contrari; però di questo Papa possiamo dire quello che cantava l'Ariosto di Augusto:
«Non fu sì savio, nè benigno Augusto
«Come la tromba di Virgilio suona.
«L'avere avuto in poesia buon gusto
«La proscrizione ingiusta gli perdona.
l'Ariosto, il quale da lui larghissimo, anzi sprecone verso giullari, ed uomini contennendi, altro non ebbe che una stretta di mano, un bacio sopra le due gote, la rimissione della metà di spese per certa bolla, e finalmente la scomunica contro cui gli stampasse in suo danno l'Orlando furioso[1].—Questo Papa consente allo impulso dato alla Chiesa di convertirla in potenza temporale, e poichè chi troppo attende alla materia, e all'interesse non può fare a meno che l'interesse suo, e dei suoi non anteponga a quello altrui, così ogni Papa mira a fare stato ai congiunti principalmente con le sostanze della Chiesa, onde accadeva, che questo dominio temporale rispettabile e rispettato non si potesse formare mai, imperciocchè o i nipoti del Papa eletto avevano a spogliare i nipoti del Papa defunto, e a questo modo era guerra perpetua, ovvero sopprimendo i feudatari vecchi se ne creavano nuovi, ed allora era un disfare lo stato filo per filo; ma se qualche Papa doveva attendere ad ingrandire i suoi, Lione aveva ad essere quello, che la sua famiglia da lunghi anni, e con tenace studio mirava al principato, ed oggimai si trovava in parte dove se non anco principesca, vinceva ogni uguaglianza cittadina, e a diventare tiranno non le mancava che il nome. Lione poi nasceva da quel Lorenzo, il quale quasi metteva su la coscienza a Innocenzo VIII se non procurasse costituire i suoi in condizione regia. Partendo da Firenze per andare a Roma non si voltò addietro perchè avrebbe visto due capi mozzi, quello del Boscoli, e l'altro del Capponi colpevoli di volere restituire a Firenze la libertà, che i Medici con secolare scelleraggine s'ingegnavano torle. Promosso Papa perdonò i superstiti, arte vulgare di regno, e poi di altro non furono trovati rei, che di avere saputo la congiura, ed abborrito palesarla. Gli contrastava il papato, dicono, Massimiliano voglioso di rendere lo impero teocratico quale adesso vediamo nella Russia e nella Inghilterra; ma a cotesti tempi parve concetto mostruoso. Giulio II comecchè inviluppato in guerre continue, tuttavia, morendo, lasciò da parte 300 e più mila fiorini, a cui tosto dava la stura Lione: nelle pompe della incoronazione ne spendeva 100 mila. Della sua esaltazione menarono gazzarra i Fiorentini tutti repubblicani o no, però che tutti sperassero avvantaggiarsene; il genio mercantesco ribolliva, il quale adesso senza mistura schifoso, allora qualche pagliuzza di buono la conteneva sempre. La famiglia del Papa in cotesti tempi si trovava composta del fratello Giuliano, di Lorenzo nipote figlio di Pietro, e di Giulio figlio naturale di Giuliano morto nella congiura dei Pazzi, e di due giovanotti Ippolito, ed Alessandro figli naturali quegli di Giuliano fratello del Papa, questi di Giulio; poco curati gli ultimi, ogni fondamento di futura grandezza si poneva in Giuliano, e in Lorenzo; il Papa a costituire loro lo stato speculava dentro e fuori; ora sperò mettere le mani sul ducato di Milano, ora sul regno di Napoli, e come colui che sempre stava fisso a questo chiodo si barcamena tra Francia e Spagna, quantunque se si fosse lasciato ire propendesse per la Spagna. Strana la ventura di Parma e di Piacenza prese e riprese più che non fu il corpo di Patroclo tra Greci e Trojani; le arraffò Papa Giulio non già a nemico bensì ad amico, e confederato, a Massimiliano Sforza durante la santa lega, allegando avere esse ab antiquo fatto parte dello esarcato di Ravenna largito da Carlo magno alla Chiesa, la quale cosa nè era, nè egli poteva supporre vera. Morto Giulio queste due città pei conforti di Raimondo da Cardona rientravano in obbedienza del duca; ma appena esaltato Lione, esperto, che quanto è buono a pigliarsi è buono del pari a tenersi, le rivuole ad ogni patto; anch'egli metteva fuori il non possumus patire diminuito il retaggio di S. Pietro trasmessogli dai suoi antecessori, ma dopo pochi anni le rendeva ed ecco come: ciondolando sempre il Papa stava tra gli avversi alla Francia quando Francesco I sceso in Italia vinse a Marignano; il Papa si teneva per ispacciato, mal potendo comecchè prete capacitarsi che il re di Francia, potendo ristorare Firenze degl'immensi mali patiti per Francia, non lo volesse fare cacciandone via i Medici, e restituendola a libertà; ma se i re accettano aiuti anche dalle repubbliche non per questo renunziano ad ammazzarle quando ne capiti loro il destro; quindi ora messo pacieri tramezzo rinvenne il terreno morvido circa a lasciare incolume sè, e i suoi nella tirannide della Patria, anzi il re gliela garentiva; allora Lione sicuro da questa parte s'industria tentare gli Svizzeri, l'imperatore Massimiliano, e i Veneziani affinchè continuino la guerra; riuscita invano ogni arte rende al duca di Milano Parma e Piacenza a patto, che oltre l'accerto di Firenze egli concedesse a Lorenzo pensioni, condotta di milizia, ed obbligasse Milano a provvedere sale alle saline di Cervia: vedremo sul declinare della sua vita il Papa riagguantarle da capo, anzi somministrare, come affermano alcuni, argomento alla sua morte.
[1] «Piegossi a me della beata sede
«La mano, e poi le gote ambe mi prese,
«E il santo bacio in ambedue mi diede.
«Di mezzo quella bolla anche cortese
«Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena
«Espedito mi ha il resto alle mie spese.»
Sicchè più tardi esclamava: