«La sciocca speme alle contrade ignote «Salì del ciel quel dì, che il pastor santo «La man mi prese, e mi baciò le gote.»
Qui sarebbe luogo a parlare della brutta ingratitudine di lui contro Venezia lasciata in asso mentre più pericolava, ma ne porgeremo esempio supremamente scellerato nel caso del duca di Urbino; piuttosto ora accennerò la fede pessima con la quale egli ingannava amici, ed avversari con eleganti ribalderie, e vanto infelice, però che sovente fosse sentito dire: «che quando si era fatto lega con uno non per questo si doveva rimanere di trattare col principe opposto[1]». Chiesta ed ottenuta fiducia di paciere egli si mise in mezzo alla Francia, all'Austria, a Venezia, alla Svizzera per accordarle; diverso poi il fatto dalle apparenze, perchè le sobillasse tutte facendo fuoco nell'orcio per avvantaggiare i suoi: sollecitava Luigi XII a calare da capo in Italia mentre sapeva attraversarlo ostacoli non superabili; e mentre che con le nozze di suo fratello Giuliano con Filiberta sorella di Luisa di Savoia madre di Francesco I mostrava attaccarsi alla fortuna di Francia spediva segreto negoziatore Pietro Bembo a Venezia per alienarla dalla Francia, ed accordarsi col re di Spagna, e con lo imperatore: narrata questa una, ci dispensiamo dalle altre perchè uguali tutte non solo nella vita di Lione, bensì di quasi gli universi pontefici. Un'Edoardo re d'Inghilterra prese per insegna una coda di volpe, ed ebbe fama di sincero: sarebbe stato salutato sincerissimo il Papa se il suo triregno avesse composto invece di tre corone di tre code di volpe.
[1] Suriano Relazione di 1553.
Alla casa d'Este non ci era maniera di cortesia ch'ei non usasse; nel suo incoronamento commise al duca Alfonso portasse il gonfalone della Chiesa; ora però noi sappiamo se coteste mostre avessero virtù di trattenerlo dalle insidie nel fine di creare uno stato ai suoi dove gli tornasse più destro: a questo duca invece di restituire Reggio usurpatogli dalla Chiesa, gli piglia Modena cui prima ribella a Massimiliano imperatore, e poi gliela compra per quarantamila ducati; e non basta, perchè non contento di levargli lo stato si adopra torre al duca Alfonso col veleno la vita; più tardi negoziando con Francesco I a Viterbo l'ebbe a restituire, ma in compenso volle, che gli fosse concesso manomettere il duca di Urbino, e questo gli consentì Francesco, secondo il costume dei Francesi, soliti a procurarsi lucro ovvero ad evitare danno alle spalle degli amici; però Lione comecchè avesse ottenuto licenza di stiantare il duca di Urbino se ne trattenne, e ciò perchè (la storia volenterosa lo attesta) Giuliano, il quale nella sventura ebbe fidato esilo nella corte di Guidobaldo di Urbino, non consentì si recasse ingiuria al suo successore: ma egli immaturo periva, insegnamento solenne pel vicario di Cristo a non porre il suo cuore qui dove la tignola rode; invano però che la libidine di averi riardeva nel petto al pontefice vie più. Ora si pubblica il monitorio contro Francescomaria duca di Urbino dove s'incolpa micidiale del cardinale di Pavia, ed era vero, che lo ammazzò alla sprovvista di uno stocco nel petto, dello assalto dato alle milizie pontificie e spagnuole dopo la battaglia di Ravenna, e del rifiuto di unirsi con la gente di Lorenzo dei Medici contro Francesco I. Francescomaria inetto alla difesa scansavasi a Mantova; indi a poco conchiuse tra Francia, Austria, Chiesa, Spagna, e Venezia la pace. Francescomaria si propone a mo' di condottiero di ventura ai soldati dimessi e con essi osteggia il Papa, e ripiglia il suo; ne segue una guerra varia dove Lorenzo tale riceve un picchio nel capo allo assedio di castello Mondolfo, che lo reputano morto. Firenze ne mena baldoria, dopo quaranta dì ricomparisce Lorenzo che fa scontare con lacrime di sangue ai Fiorentini la intempestiva allegrezza. Il duca di Urbino condusse cotesta guerra da ardito non meno che da prudente capitano, minacciò Siena e Perugia, invase la Marca di Ancona, e la Toscana, e se non avesse avuto a combattere altro che armi e' pare, che aria potuto vincere, ma il tradimento non potè; il Papa tentò farlo avvelenare, nè qui riuscendo gli contamina i soldati rapaci, e traditori. Maldonato, Suares, con due altri capitani spagnuoli si obbligano consegnare vivo o morto il duca al cardinale di Bibbiena; senonchè il duca, preso fumo della trama, audace e franco gli accusa davanti ai soldati invocando l'antico onore spagnuolo; gli va bene il tiro che gli Spagnuoli accesi e adulati lì per lì gl'impiccano; tuttavia il duca, considerando che con cotesti arnesi non vi era a fare a fidanza, nè parendogli prudente esporli al cimento della seconda prova, molto più che erano creditori di ben 100 mila fiorini di paghe, nè egli sapeva, per soddisfarli, a qual santo votarsi, piegò agli accordi col Papa abbandonando per la seconda volta il ducato, che venne tosto conferito a Lorenzo. Quantunque l'animo di Lione fosse fallace peggio del mare in bonaccia pure non mancò chi ebbe cuore per domandargli onde tanta ira contro Francescomaria della Rovere, al quale egli celando la vera, o almeno la più prossima, palesò la causa più remota, ed era: «corrergli l'obbligo di punirlo della sua contumacia, imperciocchè dalla pazienza del principe ogni barone avrebbe baldanza a contradiarlo; potente avere trovato la Chiesa, e potente volerla lasciare.» Nella storia davvero percuote la mente la strana persistenza dei casi umani, che sembrano ostinarsi a torre, e a dare questo ducato ora ai Medici, ora ai Della Rovere finchè dopo avere una di coteste famiglie inghiottita l'altra vengono ambedue sommerse dalla morte. Lorenzo anch'egli dopo avere affaticato la mente dello zio Papa per farlo principe grande; e dopo essere riuscito a farlo entrare nella casa di Francia, in virtù del matrimonio con Maddalena della Tour, manca alla cupa ambizione di casa sua morendo della turpe infermità che avvelena la sorgente della vita: e non obliando pegno di sua tenerezza lascia alla moglie l'onta e il dolore della medesima malattia. Il Papa allora invece di rendere il ducato ai Della Rovere parte ne assegna alla Chiesa, e parte ai Fiorentini in saldo dei denari somministratigli per sostenere cotesta guerra; ma Adriano IV reintegrò Francescomaria nel suo retaggio, e i Fiorentini altresì gli resero Montefeltro e le castella; così durò fino al 1626; in questo anno periva per ischianto di cuore Federigo Ubaldo infamia della sua nobile casata lasciando il padre decrepito, e la moglie Claudia incinta; il vecchio Duca, il quale quasi per assuefarsi alla quiete del sepolcro si era ritirato agli ozi melanconici di Castel Durante, eccolo di un tratto fatto campo sul quale si esercitano le minaccie e le suggestioni della Curia Romana, di Venezia, e del Granduca Cosimo II; la prima per ampliarsi, gli altri per impedirglielo. Cosimo chiamata a Firenze Claudia con la figlioletta Vittoria pure ora venuta al mondo, questa alleva e cresciuta marita col figliuolo Ferdinando II, e per simile guisa acquista i diritti della casa Della Rovere; dopo gl'intrighi le armi; il Duca vecchio aborrendo lasciare ai suoi sudditi eredità di contese renunzia il ducato al Papa; se ne pentì poi, anzi subito, chè spedì dietro al corriere per ritirar l'atto, ma non fu a tempo; così alla Chiesa toccò il ducato, alla Casa dei Medici l'archivio dei duchi di Urbino, il quale anco ai dì nostri si conserva a Firenze.
Tornando a Lione mentre negoziava la renunzia di Modena e di Reggio e la consentiva, levando al cielo il danno, chiese compenso, che a Francesco parve cosa d'importanza non grave, e la concesse, e questo fu la soppressione della Prammatica; già dissi come quella volpe di Luigi XI per gratificarsi Pio II l'abolisse, ma visti capitare male i suoi tiri furbeschi ordinò al Parlamento si astenesse da registrare il suo decreto, e così rimase in vigore meglio di prima; il prete per conseguire lo intento non si ristette da largheggiare di promesse, e di beni non suoi; promise il cappello cardinalizio al Boisy fratello del gran maestro di Francia, il soccorso di 500 uomini di arme, e il soldo di 3000 Svizzeri caso mai fosse assalito lo stato di Milano. Di questo concordato sostituito alla prammatica sanzione di Carlo VII si commossero maravigliosamente il Clero, la Università, e il Parlamento di Parigi; tale fu la sua ragione; il re nominava ai benefizi maggiori, e il Papa ne percepiva le annate, onde il timore, che la Chiesa di Francia diventasse vassalla della Chiesa di Roma; il Cardinale di Lorena spesso durante il Concilio di Trento fu udito dire, che Francesco e Papa Lione si erano spartiti i benefizi, come i cacciatori gli uccelli. E Mezeray più arguto notava: «il Papa, ch'è potenza spirituale prese per sè il temporale; lo spirituale, o vogliam dire la collazione dei vescovati, toccò al principe temporale,» Tuttavia però i Francesi non mettono su la bilancia un pezzo del vero legno della Santa Croce che Lione donò a Francesco dentro una teca preziosa, la quale era stimata quindicimila fiorini, e più, e lo dovevano mettere. Tuttavia è giusto considerare, che se la Chiesa gallicana rimase scema dei suoi diritti, questo accadde non già a benefizio della Chiesa Romana, bensì del re, e se ben guardi vedrai, ammirando, come Lione senza troppa repugnanza cedesse cosa a cagione della quale Gregorio VII aveva scombussolato il mondo.
Più tardi, nella occasione degli sponsali di Lorenzo con la Maddalena dei Reali di Francia, accadde permuta anco più turpe. Francesco restituì a Lione la carta con la quale si obbligava cedergli Modena e Reggio, e il Papa cortese gli concesse le decime levate sopra il clero francese per la guerra contro i Turchi adoperasse a suo talento, anco ai danni dei cristiani: demolitore supremo della fede il Papa.
Anco a lui, anzi più che ad altri, a lui faceva mestieri empirsi le tasche di pecunia, e poi aveva bisogno che i cardinali lo temessero, al quale intento promosse in un picchio trentun cardinale; molta arte ei mise per onestare così stemperato partito; molto più, che tra i promossi noveraronsi due figli di sue sorelle, e non pochi uomini di mal affare; gli altri ebbero a comperarsi a contanti la dignità cardinalizia, togline alquanti per dottrina, e per rettitudine illustri, cacciati costà come i frodatori sogliono inalberare bandiera di potenza amica per mettere dentro il contrabbando.
La necessità di promovere Cardinali nacque da questo, che ridotti a dodici non davano luogo a intrigo; pochi da gran tempo erano rimasti, ma a tali estreme angustie il sacro Collegio si trovò condotto dalla congiura Petrucci; se, e fin dove costui fosse colpevole insieme ai suoi complici qui non occorre cercare; certo è che Lione co' Petrucci svisceratissimi suoi prima della congiura si mostrò crudele, dopo fraudolento e spietato; il cardinale Alfonso presentandosi in compagnia del cardinale Bandinello Sauli, fidato alla religione del salvocondotto papale, è preso, e sostenuto in castello; il Sauli gli tenne dietro, e dopo il Sauli Riario, Adriano da Corneto, e Francesco Soderini; ancora cacciarono le mani addosso ad un Pocointesta da Vercelli cerusico, ed al Nino segretario. In cotesti tempi, per virtù degli argomenti che mettevano in opera, si accusavano gì'incolpevoli; i rei poi sbaldanziti dalla paura, o dal rimorso sborravano addirittura; nondimanco taluni confessarono il Petrucci, e il Sauli avere stabilito ammazzare il Papa investendolo con le coltella, o contaminando il suo cerusico Battista da Vercelli perchè lo avvelenasse medicandogli certa ulcera di che andava afflitto. Petrucci e Sauli furono entrambi degradati e commessi al braccio secolare; il Petrucci solo strozzarono; Sauli dannato a perpetuo carcere offre riscattarsi a contanti: gli si concede a patto, che torni a confessare le sue colpe in pieno concistoro: confessato, e soprattutto pagato il riscatto licenziasi; indi a breve muore, colpa della paura, o piuttosto del tossico ministratogli dal Papa. Gli altri cardinali degradati anch'essi ebbero a pagare grossa somma, Adriano da Corneto e il Soderino venticinquemila scudi; essi credevano fra tutti e due, ma pagati i venticinquemila furono ammoniti, che bastavano per uno: allora si tirarono al largo; di Adriano non più si seppe nulla; forse il ferro proditorio lo spense; il Soderino si riparò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e quivi stette finchè durò in vita Lione; i minori congiurati, laceri, che gli ebbero i tormenti, gittarono al carnaio.
Se intorno alle guise di acquistare stato tra lui e Alessandro VI corresse divario può giudicarlo il lettore: costituitosi giudice tra Giampaolo e Gentile Baglioni, Lione cita il primo a comparire in Roma; quegli subodorando il capestro si finge infermo, e manda in sua vece il figliuolo Malatesta, il quale con oneste accoglienze accarezzato pure come procuratore del padre non si accetta; Giampaolo tentenna, ma confortato dal genero Cammillo Orsini, e da altri baroni romani, ottenuto salvacondotto papale, di mala voglia va; incauto! quanto valesse il salvacondotto del papa lo aveva pure a sapere! Lione sentendolo prossimo a Roma si reca a stanza in Castello; quivi lo accoglie, lo sostiene, e lo ammazza. Colpe al tradito apposero molte, anzi infinite, e forse ne aveva oltre al dovere; ma talune (delle quali si menò maggiore strepito) in Roma si avevano per vezzi; causa vera fu, che Giampagolo si era mostrato sempre parziale al Duca di Urbino, torbido, e cupido di dominio, insomma tale che parve al Papa non potere starsi sicuro finchè vivesse. La strage proditoria del Papa pensarono i Fiorentini più tardi imponesse al figlio il debito della vendetta, sicchè non ultima fu questa considerazione per eleggere Malatesta capitano generale; allora Macchiavelli era morto, pure aveva lasciato scritto come gli uomini, almeno allora, il sangue paterno più agevolmente perdonassero della perdita del patrimonio; peccato fu, che i Fiorentini se lo dimenticassero.—Dopo il Baglioni mandò Giovanni dei Medici contro il Freducci diventato signore di Fermo; lui avventuroso, che morì da soldato sopraffatto da fanti e cavalli in numero venti volte maggiore del suo! i minori tiranni atterriti, sbandandosi riparano in questa parte, e in quella: taluni fiduciosi della misericordia del Papa si ridussero a Roma, e la ottennero; dopo che la tortura ebbe loro stracciate le membra, patirono morte di corda l'Amedei tiranno di Recanati, Zibicchio di Fabbriano, e Severiani di Benevento. Il Roscoe solenne encomiatore di Lione siffatti gesti del suo eroe non potendo giustificare, li tace; però non dissimula quello, o piuttosto quelli che il Papa dabbene commise a danno di Alfonso d'Este, il quale comunque sortito all'onore di portare il gonfalone della Chiesa alla incoronazione di lui non andò immune dall'assalto proditorio delle milizie papaline, mentre giaceva infermo, della vita in forse, e il fratello Ippolito si trovava in Ungheria; e ne sarebbe rimasto oppresso di certo, se di opportuno aiuto non lo sovveniva Federigo duca di Mantova. Andate a vuoto queste prime insidie Lione tornò alle benevolenze consuete fra le persone più care, e queste non tolsero, che da capo non gli tramasse contro il tradimento corrompendogli Ridolfelle capitano delle sue guardie, che per danari promise ammazzare il Duca, e consegnare una porta al nemico; ma costui o buono in tutto, o subdolo tenne il trattato doppio e svelò ogni cosa al Duca. Il Sismondi afferma due cose, che al paragone io non rinvenni esatte, la prima delle quali è, che secondo lui il Muratori afferma avere letto il processo compilato intorno a questo misfatto; ora di ciò è niente; il Muratori dice, che il Duca dopo composto il processo dell'attentato con le deposizioni di alcuni complici e le lettere del protonotaro Gambara ordinatore insieme al Guicciardino di tanta enormità, lo mise da parte per valersene all'occorenza. L'altra inesattezza consiste nel supporre che il Roscoe dubiti della strage del Duca ordinata da Lione, mentre questo scrittore dichiara vere le insidie del Papa per rubare la città, ed altresì vera la tramata uccisione, solo non trova prova di fatto, che costui la comandasse; o solo lo sapesse; e così sarà, ma ciò non monta, imperciocchè riesce piuttosto assurdo negare, che facile credere come Lione, il quale per ben due volte tentò sforzare alla traditora Ferrara in odio al Duca temuto, dimenticasse metterci la giunta di mandarlo all'altro mondo: quando il prete recita l'oremus del ladro, l'amen dell'omicidio ce lo mette sempre. Il Guicciardino, che di coteste rivolture fu molta parte, raccontando il caso, tace dello assassinio; forse lo ignorava, ma sapendolo è naturale lo dissimulasse o perchè ogni uomo rifugga confessare la propria infamia, o perchè manifestandolo si sarebbe tirato addosso l'odio dei Medici suoi padroni, e quello degli Este provocati a bastanza: però voglionsi bene conficcare nella mente questi ricordi di lui, che ho allegato altrove, e mai non rimango citare quante volte me ne capiti il destro; da questi si ricava in qual concetto tenesse la gente chiesastica, e se di ogni più rea azione li reputasse capaci: «io non so a cui dispiaccia più, che a me l'ambizione, l'avarizia, e la mollizie dei preti… nondimeno il grado, che ho avuto con più pontefici, mi ha necessitato amare per il particolare mio interesse la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana… ma per vedere ridurre questa caterva di scellerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizii, o senza autorità.[1]» Ribadisce più veemente il chiodo col Ricordo CCCXLV: «io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello stato ecclesiastico, e la fortuna ha voluto che sieno stati due pontefici tali che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro; se non fussi questo rispetto, amerei più Martino Lutero, che me medesimo, perchè spererei, che la sua setta potessi ruinare, o almanco tarpare le ale a questa scellerata tirannide dei preti.»
[1] Ricordo XXVIII.