Nel Ricordo CCCXVII insegna…. che insegna egli mai? Cose che essendo state pensate e dette ora sono trecento anni e più fra noi, sembra impossibile che non l'abbiano apprese, apprese non l'abbiano tolte a norma di vivere: «tutti gli stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti, nè vi ha potestà che vi sia legittima, dalle repubbliche in fuora nella loro patria e non più oltre: nè anco quella dello imperatore, ch'è fondata in sulla autorità dei Romani, che fu maggiore usurpazione che nessun'altra; nè eccettuo da questa regola e' preti, la violenza dei quali è doppia, perchè a tenerci sotto usano le armi spirituali, e le temporali.»

—Tre cose, messere Francesco desiderava vedere innanzi, la sua morte, ma dubita, ancora ch'ei vivesse molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata da tutti e Barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di questi scellerati preti.[1] E sembra, che sia difficile però ch'io mi trovi giusto a desiderare queste cose come lui; però se non conseguiva la prima, sua la colpa in gran parte, essendosi adoperato a tutto uomo a rituffare la Patria nel servaggio, quantunque lo spettacolo della virtù cittadina strappasse dai suoi labbri beffardi la singulare sentenza:—«accade qualche volta e' pazzi fanno maggiori cose, che e' savi: procede perchè il savio dove non è necessitato si rimette assai alla ragione, e poco alla fortuna: il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le cose portate dalla fortuna hanno talora fini incredibili. I savi di Firenze arebbono ceduto alla tempesta presente, e' pazzi avendo contro ad ogni ragione voluto opporsi, hanno fatto insino a ora quello che non si sarebbe creduto, che la città nostra potesse in modo alcuno fare.—«E su ciò nota, che i cittadini di Firenze non si posero in balìa della fortuna bensì della virtù, la quale se non li rese felici nè anco potè farli sventurati, avendo conseguito fama immortale, e morte onoratissima combattendo per la Patria; mentre Messer Francesco, che certo si poneva fra i savi, nocque alla Patria, guastò il nome, e dopo vita umiliata lo colse la morte senza compianto. Piaccia al cielo che i nostri figliuoli, tenuta a vile la sapienza dei Guicciardini, s'innamorino della follìa del Ferruccio.

[1] Ricordo CCXXXVI.

A così enormi prodigalità, a tanti tramestii ogni gran fonte di guadagno veniva meno, sicchè per ultimo mise mano alla vendita delle indulgenze facultando i suoi commessi ad aprirne mercato là dove trovassero il terreno disposto. Qui non ha luogo la storia di simile successo, epperò mi passo da investigare se e quanto vera la fama delle turpitudini, che lo accompagnarono; fatto sta, che cose brutte ci furono, e Lione fece prova di solenne imperizia a toccare quel tasto. Non secondando gli umori dei tempi la Curia di Roma potè, mescendo disciplina e domma, perfidiare offesa alla religione ogni conato di riforma morale, e commettere al fuoco il molesto predicatore; quando poi, per le cause discorse allorchè tenni proposito di Alessandro VI, gli stranieri conobbero di che panni vestissero i preti di Roma bisognava, per evitare che i nodi arrivassero al pettine, avvertire due cose, mutare costume, e credere, o fingere credere quello che sotto pena di fuoco si pretendeva che credesse altrui: di vero dei roghi dei primi eretici non avanzò altro, che ceneri, le quali andarono disperse dal vento; ma di quelli di Girolamo da Praga, di Giovanni Huss, e del Savonarola rimasero tizzi accesi a illuminare le menti degli uomini. Gli scrittori clericali, ed anco altri per avventura non clericali negano addirittura la incredulità del Papa e dei chierici romani, ovvero co' soliti arzigogoli l'attenuano: certo noi non possiamo accertare se Papa Lione dicesse a Pietro Bembo:—buon pro ci fece, Pietro, cotesta novella di Cristo.—Neppure ci è dato conoscere la verità di quanto afferma Lutero, il quale scrive avere udito a Roma certo sacerdote nella consumazione del sagrifizio della messa dire a voce alta, quasi parlando all'ostia:—pane sei, e pane rimani,—comecchè la ci paia proprio fandonia, a meno che il prete non fosse matto; tuttalvolta ci era da fare poco fondamento su la fede di un Papa educato dal Poliziano, il quale sul serio scriveva a Lorenzo il magnifico fargli specie come la moglie Clarice non si vergognasse di mettere fra le mani al suo figliuolo Giovanni un libro barbaro come il saltero, e questo Giovanni fu per lo appunto Lione. A Roma Pomponazzo predicava l'anima mortale ovvero materia; e dalle sue opere si apprende manifesto lo spregio in che ei teneva la religione cristiana[1]. Erasmo ebbe a maravigliare non poco quando un dotto prelato pretese provargli la uguaglianza dell'anima umana con quella delle bestie per via di argomenti cavati dalla storia naturale di Plinio. Sappiamo da Paolo Canensio nella Vita di Paolo II come giusto in Roma, anzi nella Curia medesima, moltissimi prelati, massime giovani, andassero strombazzando la fede cattolica fondarsi sopra pie frodi di uomini riputati santi, piuttosto che sopra testimonianze di verità; e discorrendo pei generali il Caracciolo nella vita di Paolo IV ci assicura che in quel tempo non pareva fosse galantuomo e buon cortigiano colui che dei dogmi della Chiesa non avesse qualche opinione erronea, ed eretica.—Nè in Roma solo ma per tutta Italia; e il Daru, il Ginguenè, e il Ranke ricordano certo poema di Francesco de' Lodovici intitolato il Trionfo di Carlomagno, dove immagina Rinaldo, essendo penetrato nell'antro dove la Natura fabbrica gli animali, sente dire da lei, ch'essa assegna loro più intendimento o meno secondo la eccellenza della forma; e domandando egli se anima ce ne metteva la Natura risponde:

«Quell'altro poi, che in voi dici immortale
«Io non lo fo; se Dio lo fa, sel faccia;
«Che cosa egli si sia nè so, nè quale.
«Puote esser molto ben, che a lui ne piaccia
«Far, quando i corpi fo, qualcosa in voi,
«Che torni al vostro fin nelle sue braccia.

«E questo se a te par creder lo puoi.—

[1] Messo a mal partito poi si ritrattò affermando così avere sostenuto non per suo convincimento, bensì secondo la opinione di Aristotele, ma ei mentiva; materialista incurabile lo chiariscono le sue opere tutte, e per fine l'epitaffio, che, da lui stesso dettato, gli posero sopra la tomba.

Quanto a costumi non importa dire; anco prima di Leone le meretrici pubbliche avevano sepoltura in Chiesa, come la famosa Imperia, cui inalzarono onorato monumento in San Gregorio con tale epitaffio dove levavasi al cielo la venustà delle sue forme.—A dritto uno storico gravissimo dichiara il pontificato di Lione essere stato tutto un Baccanale; Marco Minio oratore con parole come convengono al suo ufficio compassate scriveva:—è docto, e amador di docti, ben religioso, ma vuol viver.—Di lui corse fama bieca per troppo addomesticarsi che faceva co' paggi di corte, formosissimi tra i garzoni d'Italia, e il Giovio nel difenderlo lo aggrava, dacchè dopo averlo encomiato casto al pari di Giuseppe ebreo o giù di lì, mi scappa fuori con la domanda: e chi può avere scrutato i segreti della notte? E aggiunge poi che tali bazzecole non si hanno a rinfacciare ai buoni reggitori, essendo noto come quel Traiano, delizia vera della umanità, di culto eccessivo proseguisse gli Dei consenti Venere e Bacco: per me dico, che le specialità non possono con giustizia apporsi a persona dove non siano chiarite; rispetto alle generalità basta la induzione onesta e giudiziosa; così questa facenda dei donzelli non credo perchè non trovo provata, ma nè pure mi persuado della esemplare castità di Lione considerando la vita, gli ozi, ed i sollazzi di lui; stivalato e incavallato buona parte del tempo egli spendeva alla caccia, e tanto dietro questo divertimento andava perduto, che per poco non cadde prigioniero dei Turchi a Civita Lavinia; le commedie alle quali egli assisteva, ai dì nostri la censura più rilassata ributterebbe come troppo invereconde; mostruosi i vizi di Alessandro VI, e per questo appunto meno nocivi come quelli, che si svelavano nella immane loro bruttezza; pieni di pericolo quelli di Lione perchè eleganti; tutto rettile il primo, sirena il secondo; non arduo schermirsi dalle infamie borgesche, impossibile non isdrucciolare nelle corruttele medicee; ora le turpissime cose spolverizzate dei profumi di Tibullo, di Anacreonte, e di Orazio. Giuochi, canti, e femmine leggiadre; il Papa caritava anch'egli, e bene; giocava alla disperata, vincesse o perdesse le monete di oro buttava via: pareva larghezza e non era, bensì voglia o bisogno di vedersi attorno faccie contente che lo rallegrassero; di vero, passato quel momento, si mostrava piuttosto scarso, che no; e qualche volta anco avaro. I suoi sollazzi crudeli, e rammentiamoci, che il Petrarca, il quale più volte volle divinare amore, ci scappa fuori con questi versi:

Ei nacque di ozio, e di lascivia umana, Nudrito di pensier dolci e soavi, Fatto Signore e Dio da gente vana.

E quel Platone filosofo solenne, donde venne l'amore platonico, spasimò di amore per Archeanassa di già attempata dicendole con galanteria da disgradarne un Parigino, che nelle rughe del suo volto scorgeva il nido degli amorini; e quello ch'è peggio ebbe in delizia Astero venustissimo per cui compose bellissimi versi, che pure ci sono avanzati. Accoglieva parasiti a patto mangiassero corvi, scimmie, ed altre simili ree vivande; se squisite le avevano a scontare con mille strazi, e spesso con percosse da spezzare loro le braccia, e le costole; non mancarono nè anco le ferite con le quali rimase deturpato il Querno: uomini per vecchiezza venerabili uccellava così, che ne diventarono matti; dopo averli ridotti a questo miserrimo stato li cacciava su la pubblica via. L'inglese Roscoe panegirista di Lione narra del trionfo del Barballo, povero uomo che pativa dello scemo, infatuato della poesia così da reputarsi maestro non che ad altri all'Alighieri e dei velluti verdi e dei rasi cremesini, dei ricchi e belli vestimenti, dei preziosi ermellini, e di ogni altro apparecchio per la sua incoronazione in Campidoglio; ce lo mostra assettato sopra le groppe dell'Elefante che il re di Portogallo donava a Papa Lione procedere glorioso, poi tremare a verga però che il Liofante, atterrito dal rombazzo di urli, di nacchere, di trombe, e di tamburi, giunto al ponte Santo Angiolo non volle più ire innanzi, sicchè fu ventura al tapino scendere salvo da cotesta altezza, e tra i fischi, e le sassate della bordaglia ridursi al suo povero tetto.

L'Inglese dabbene tratto dalla manìa di lodare il suo eroe non bada che quel povero Barballo abate fosse, e come pure ci ricorda il Giovio, di sessanta anni vecchio, per aspetto venerabile, e di capelli canuti, nè che per cotesto strazio crudele in lui restasse spento quel po' di lume d'intelletto, onde l'uomo fa fede della sua origine celeste[1]. In somma chiunque si assettasse sopra la cattedra di S. Pietro se tristo diventava immane, se comportabile tristo, lo inculto selvatico, il culto vulgare: pareva, che un'aere pestilenziale si respirasse in coteste sedi sublimi; leggesi come Lione assai si commovesse quando Lutero accennò ai costumi pieni di obbrobrio della Chiesa romana, allorchè poi prese ad assalire il dogma assai se ne rallegrasse: «costui ha tolto» corre fama ch'ei dicesse, «costui ha tolto a dare di scure al ceppo; «più forti braccia che non sono le sue ci si ruppero, e ci si romperanno.» Lione s'ingannò; sagace era, ma la troppa fiducia illude i meglio avvisati; sicchè i preti andranno in fondo per sempre esclamando, che la bandiera del diavolo non prevarrà; che se questa superbia non faceva velo a Lione avrebbe veduto la necessità appunto di stringere le redini dello spirituale; imperciocchè mentre il papato insaniva dietro i beni terreni, ed i vani diletti, i principi laici per incalzarlo meglio delle cose dell'anima neglette si prevalevano a loro pro; di vero Carlo VIII assai si avvantaggiava del Savonarola contro Alessandro VI, Luigi XII per mettere Giulio II a partito convocò il Concilio di Pisa. Lo imperatore Massimiliano prese a proteggere Lutero, non patì gli usassero violenza, e quando lo raccomandò al principe elettorale di Sassonia gli disse: «custoditelo diligentemente, che un dì potremmo avere bisogno di lui.» Troviamo scritto pei libri come Carlo V fra le cose di cui molto si pentiva annoverava quella di avere osservato la fede del salvacondotto a Lutero, parendo a lui che gli eretici non meritino altro che capestro, e fuoco; e questo può darsi, così favellava a San Giusto distrutto parte dalla gotta, e parte dalla paura del diavolo; però quando lo fece sparire a Varburga, uno scrittore del tempo ci attesta: «ch'ei soleva escusarsene pel rispetto al salvocondotto; ma la verità fu che conoscendo, che il Papa temeva molto di questa dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo freno