[1] Ma il Giovio cortigiano e vescovo dopo averci narrato, nella Vita di Lione X, che il Cardinale Bibbiena si distingueva a far perdere il senno ad uomini provetti, e il Papa soleva pigliarsi spasso di loro, li lodava, li regalava, dava loro ad intendere panzane per modo che di sciocchi ch'essi erano gli faceva diventare al tutto pazzi ed insensati, aggiunse: siffatti scherzi erano degni di un principe nobile e gentile.
Scrittori gravissimi meditando intorno alle cause per le quali la dottrina di Lutero attecchita in Germania non provò in Italia affermano, che in Italia pigliò indole piuttosto letteraria, che teologica; e dicono altresì, che i nostri filosofi invece di riformare la religione saltarono su ad abbattere Dio addirittura; certo lo studio dei classici così greci come latini educò, più che non bisognava, i savi del tempo al dubbio beffardo; e non contrasto la negazione di Dio essere antica dottrina in Italia; per non rammentarne altri da Guido Cavalcanti fino al Pomponazzo ne occorre continua la traccia; ma la sentenza degli scrittori alemanni troverai non vera solo che tu pensi ai tanti confessori della dottrina luterana surti in Italia tutta, a Siena come a Ferrara, a Lucca come a Firenze, a Napoli, e altrove, nè fra gli uomini solo bensì tra le donne, e non mica vulgari, o ignoranti, ma all'opposto preclare per ingegno, e di alto legnaggio. A suo luogo accennerò della causa, onde la riforma venne meno in Italia; intanto se ciò fosse bene o male, io non saprei; dacchè la riforma ti paia cosa finchè combatte, ed abbatte: adesso cattolicismo, e riforma mi fanno sembianza di gladiatori spiranti per le mutue ferite; chi lamenta la unità cattolica offesa per mio avviso ha torto; imperciocchè prima di raccogliere gli uomini tutti, o almanco la massima parte, in una fede sola essa decadde per non riaversi mai più; nè era desiderabile, che da lei si assembrassero i viventi dentro concetto di errore; e parmi non abbia ragione chi si lagna, che non incontrino favore fra noi le dottrine dei riformisti, dacchè se meno assurde tuttavia ci sonano a posta loro erronee, o almeno vuote della verità finale in cui spero, che si appunteranno un giorno tutti gl'intelletti umani:—Dio—
Dio, mente dell'universo, al sentimento del quale per sicuro non ci avviano nè Bibbia, nè Corano, nè altro libro di religione antico o moderno; e dico sentimento non conoscenza, però che per questa a noi facciano difetto sensi, e spiriti, mentre per sentirlo ci basta amore.
Poichè in fondo all'agonia di fondare stato alla sua casa Lione si trovò con tre bastardi, Giulio cardinale poi Clemente, Ippolito e Alessandro, di un tratto preso da non so quale uzzolo di emulazione per Giulio II si mise a gridare: «fuori barbari!» A questo fine aizza l'un contro l'altro Francesco I e Carlo V, i quali non avevano bisogno di stimoli; al Papa piacevano Parma e Piacenza guadagnate da Giulio, e perdute da lui; onde ricuperarle bisognava romperla con la Francia; gli garbavano altresì molte provincie del regno di Napoli, e tutto, magari, se si potesse; ma per questo bisognava osteggiare lo Impero; scelse per amica la Francia; poi allo improvviso lasciata in asso la pratica si accorda con lo Impero: di qui la guerra che il Guicciardino descrive, e della quale fu parte: anco una volta ebbero a sentire i Francesi (comecchè non l'abbiano imparato mai) la terra d'Italia avere destinato i cieli per loro sepoltura; persero Milano, Lodi, Pavia, Como, e Parma e Piacenza; queste due città insieme a Ferrara, per patto accettato da Carlo V, dovevano aggiungersi alla Chiesa. Il corriere gli portò la nuova a Malliana mentre recitava il benedicite seduto a mensa: «buona nuova è questa che ci havete portato» disse al corriere, e non capiva in sè dalla gioia: se si straviziasse non importa dire; gli Svizzeri di guardia presero a menare gazzarra, e quantunque il Papa mandasse ad ordinare, che smettessero non gli diedero retta: era il 24 di novembre, e tra il calore del fuoco, i fumi del vino, e l'eccitamento dell'allegria il Papa sentendo il caldo grande non posava mai di andare su e giù dal balcone al cammino; la notte gli prese la febbre; fattosi condurre a Roma si mise a letto; intanto sopraggiunse la nuova della resa di Piacenza, e la sua gioia cresceva intantochè il maestro di cerimonie, consultato da lui, lo chiariva non essere costume della Chiesa celebrare con feste, e grazie a Dio le vittorie riportate sopra principi cristiani, a meno che grandissimo benefizio ella non ne avesse risentito; egli rispose che il benefizio veramente era maraviglioso; apparecchiasse pure le feste, e pel 1 di decembre riunisse il concistoro. In cotesto giorno non fu tenuto il concistoro perchè Lione si sentiva indisposto vie più, però non tanto da inspirare apprensione; nella giornata giunse un'altro corriere con la notizia della presa di Parma; e il Papa parve andarne in visibilio: si saria detto che si contendessero la sua vita la Fortuna, e la Morte; superò questa, e nella notte del 1 decembre 1521 rese l'anima senza sacramenti. Certo tristo poeta con un certo distico latino, a torto attribuito al Sannazzaro, ammonì che non glie li poterono amministrare però ch'ei gli avesse venduti.—Di tanti servi, e cortigiani il solo frate Martino buffone e parasito gli si trovò allato nell'ora del transito, il quale non sapeva confortarlo altrimenti, che dicendogli: «ricordatevi di Dio, santo Padre.» E Lione smanioso esclamava: «Dio buono! Dio buono!» Comune opinione fu, ch'ei morisse di veleno; ne incolparono parecchi Francesco I, il duca di Ferrara, e l'altro di Urbino, però altri negarono; forse l'accusa si partì dalla considerazione dell'odio che ciascheduno di loro gli aveva naturalmente a portare, massime i due ultimi, i quali se fosse vissuto si avevano a tenere per giudicati; nè del diverso grido uomo può farsi maraviglia; imperciocchè anco col cadavere aperto davanti, chi lo sostenne e chi lo negò attossicato. Il Sanuto riporta certa lettera d'Jeronimo Bon, veneziano dimorante in Roma, al suo barba dove leggiamo: «non si sa certo se 'l pontefice sia morto di veneno. Fo aperto; Mastro Fernando judica sia stato venenato; alcuno de li altri no; è di questa opinione mastro Severino che lo vide aprire, e dice, che non è venenato.» A noi questo importa poco; ci preme invece mettere in sodo, che Lione come gli altri Papi arraffò violento, insidioso, e ladro; restituì costretto; nè manco per ombra reputò lo stato pontificio d'istituzione divina, nè sè impedito a cederlo per comandamento di Dio; fisime queste di quel prete scemo, che ha nome Pio IX.
Lo scopo di questo epitome pertanto sarebbe compito massime quanto alla prima proposta, che il temporale non fu istituzione divina, bensì rapina, e la storia dei Papi seguenti altro non fa, che confermare come eglino stessi per promovere figli o nipoti il patrimonio della Chiesa alienassero. A Lione subentrò Adriano di Utrecht maestro dello Imperatore: questi non ebbe difetto di virtù, anzi si celebra grandemente come colui, che procedè temperatissimo, e modesto. In certe lettere scritte al Cardinale Fiesco così occorre descritto: «del proprio è avaro: di rado concede, e più di rado piglia; al rompere del dì celebrava messa: chi ami, e se qualcheduno ami s'ignora: a non trascorre mai alla ira: dai sollazzi rifugge: allo annunzio della sua elezione al ponteficato non esultò; all'opposto fu sentito sospirare per angoscia.»
Volle riformare e non potè sia a cagione della vita breve, e più perchè non volendo omettere gli studi sua delizia mancò di applicazione, che non basta la indole tenace per reggere gli stati, ma si richiede altresì tenace opera, e scienza, e pratica di negozi: però non reca meraviglia se la gente interessata a mantenere i vecchi abusi lo avversasse in tutto. Se intendeva sopprimere delle vendite chiesastiche quelle, che gli parevano contaminate di simonia, gli opponevano i diritti ormai quesiti dei terzi; se riformare le dispense matrimoniali lo spaventavano col dirgli che ruinava la disciplina della Chiesa; se reprimere i disordini delle indulgenze, gli obiettavano, badasse bene, che per edificarsi Lamagna non gli fuggisse Italia.—Essendo stata vinta ai suoi tempi Rodi, e il Turco invasore dando a temere non che per Ungheria, per Italia e per Roma, con istanze supplichevoli s'ingegnò condurre fra Francesco, e lo Imperatore se non pace almeno tregua, e non l'ottenne, però che i Francesi sprofondati come sempre nel proprio interesse quotidiano, senza curare l'avvenire, delle sconfitte dell'Austria esultavano, importando loro piuttosto lo Impero perisse, che la cristianità si salvasse. Dettando questo Papa dabbene le istruzioni al nunzio Chieregato spedito alla Dieta di Norimberga lo ammoniva: «la corruttela dal capo si diffuse per le membra; abbominevoli eccessi si rinnuovano ogni giorno presso la sede apostolica; delle cose spirituali è nefando lo abuso; tutto qui vedo contaminato; peccarono tutti; non uno ha fatto il bene, non uno. Egli periva esclamando: «oh! quanto è duro venire al mondo in tempi nei quali virtù di uomo non basta, e bisogna, ch'ei ceda.» Questa esclamazione, per cura degli amorevoli suoi, fu incisa sopra la tomba di lui nella Chiesa tedesca di Roma; ed anco sopra l'altra sepoltura che provvisoriamente lo accolse in San Pietro si leggeva questa non meno disperata sentenza: «Qui sta Adriano IV a cui nulla potò incogliere di peggio nella vita, che imperare[1].» Mi occorse altresì un altro epitaffio di lui così composto, che chi lo lesse ebbe ad esclamare: «tutti hanno avuto che fare con questo Papa eccetto Dio.» Lo bandirono ignorante, e non era; gli garbavano gli studi gravi, gli altri aborriva, massime la poesia come quella che manteneva vivi i costumi e le credenze dei pagani. Della libera stampa non fu amico di certo, se dobbiamo credere il Berni, il quale nel capitolo contro questo Papa scappa fuori con questi versi:
«E quando un segue il libero costume «Di sfogarsi scrivendo e di cantare «Lo minaccia di far buttare in fiume.»
[1] Hadrianus IV hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita, quod impererei, duxit.»
I detrattori di lui notano come il Giovio racconti il Papa essergli stato cortese di un benefizio perchè lo seppe alieno dalla poesia: «così, avverte il medesimo messer Paolo, mi giovò la ignoranza;» tacciono però quello che aggiunge, ed è questo, che se il Papa lo amava, perchè non faceva professione di poesia, molto poi lo teneva in pregio scrittore di annali elegantissimo. I Romani odiarono Adriano non perchè non possedesse virtù, al contrario perchè non possedeva vizi; tentarono per fino ammazzarlo, e Mario di Piacenza, impedito ad usare il pugnale contro il Papa, lo volse contro sè e si uccise; i Cardinali lo detestavano, e quando mentre egli orava nella cappella pontificia ruinò la volta fracassando parecchi Svizzeri e lui lasciando illeso, taluno di loro si fece sentir dire alla libera: «oh! quanto era meglio ci restasse schiacciato lui, che quei meschini.» Proprio cotesto Papa nacque a mala luna; a fine di conciliarsi il favore della Germania volle canonizzare un santo tedesco, Pennone di Sassonia; non lo avesse mai fatto! Gli si scatenò contro Lutero con un libro (Lutero componeva libri come focacce) intitolato: «Contro il nuovo idolo, che deve erigersi a Misna,» sicchè ebbe a pentirsi per non averlo lasciato stare.
Ecco Clemente VII: di lui nei nostri libri favellammo assai; molti storici lasciarono minuta descrizione della sua indole: come Medici si versò nelle lettere; assai si dilettò di arti; della musica prese maraviglioso sollazzo; sonava e cantava non senza lode di maestro; lo affermano non avaro, non superbo, non libidinoso, parco nelle vesti e nel cibo; ma di cuore fu diaccio, senza pietà, implacabilmente imperioso, timido, pieno di ambagi; a' danni suoi simulatore e dissimulatore solenne; finchè durò Cardinale ebbe fama di eccellente governatore dello Stato, e la perse da Papa: in mal punto strinse leghe, e fece guerre, e conchiuse paci.