Anco i Cappuccini ricondussero al canapo; tuttavia anche qui le notti vigilate, le discipline, il silenzio, i digiuni poco soccorso potevano portare alle angustie del cattolicismo: fin d'allora le vesti, la foggia del calzare, i capelli rasi, il salvatico che emanava da loro li facevano contennendi e vili: e poi quelli che più premeva riformare non erano i monaci bensì i componenti il clero secolare; nè parve mai consiglio buono spendere tempo e denaro in rassettare arnesi logori mentre puoi farli più acconci e nuovi.—Degli uomini dell'Oratorio dello amore divino due, dispersi gli altri, rimasero uniti, Gaetano da Tiene, e Giampiero Caraffa; accordaronsi, perchè diversi d'indole; ciò sembra contradittorio, e non è, e pensandoci sopra ne troviamo la ragione in questo, che due uomini pari d'ingegno, e di talento vanno per una medesima strada dove quegli cammina con più risoluto passo, questi con orme più tarde, sicchè all'ultimo chi resta addietro si chiarisce inutile; mentre coloro, che procedono per diverso sentiero si prestano mutuo soccorso, uno si avvantaggia della opera dell'altro, si completano insieme: se entrambi nelle diverse, non però opposte vie, fanno lavoro di pregio uguale meglio che mai, se dispari non monta; imperciocchè uno aderendo all'altro riesce tutto a guadagno: gli uomini, i quali per diversi tramiti tendono al medesimo segno si accomodano fra loro come la guaina, e il coltello. Gaetano fu mite, Giampiero turbolento; quegli parlava rado e soave, questi copioso e veemente: entrambi tenevano ufficio autorevole, chè Gaetano fu Protonotaro partecipante, Giampiero vescovo di Chieti ed Arcivescovo di Brindisi, e li risegnarono per fondare l'ordine dei Teatini; oltre i tre voti consueti stabiliscono di non cercare elemosine, vivrebbero con quelle che sarieno state loro spontaneamente largite; non si astrinsero, almeno da prima, a foggia speciale di vesti, non a riti particolari; si conformerebbero a quelli dei paesi che avrebbero visitati; scopo loro instituire un seminario di preti secolari governato con ordini monastici; intendevano guadagnarsi i popoli con le missioni, coll'amministrare i sacramenti, con la cura degl'infermi. Da prima partorirono non lieve impressione comparendo su pei trivi, e per le piazze col berretto quadro in capo, roccetto e stola, a piè di un crocione, sopra un palco parato di panno nero predicando smaniosi terrori piuttosto che speranze, ed anzi di additare la via del paradiso spalancando davanti gli atterriti a due battenti le porte dello inferno: giovavano al popolo, ma di bene altro soccorso questo aveva mestiero; non erano a bastanza pugnaci; nello instituto non si trovarono ordinati a guerra, e nell'applicazione non penetravano profondo nel cuore del popolo nè con mani gagliarde a modo loro lo plasticavano. Nocque loro il partito di astenersi dall'accatto, onde in breve non poterono ammettere altre persone, che le provviste con maggiori o minori sostanze; di qui ricchezza, e superbia: e procedendo con simile tenore si venne al punto, che per entrare nell'ordine dei Teatini bisognò produrre le prove della nobiltà; il cerchio degli educandi si restrinse, e diventato aristocratico, epperò esclusivo, di ora in poi non valse ad altro, che a fabbricare vescovi.

Dopo i Teatini vennero i Somaschi, fondati da un Girolamo Maini; anco di questi fu intento educare, predicare, assistere gl'infermi, e più specialmente pigliarsi cura degli orfani, pur troppo infiniti a cotesti tempi in Italia per le guerre continue e per le pesti che la desolarono: dopo o insieme co' Somaschi i Barnabiti per istudio dei preti Zaccharia, Ferrari, e Morigia milanesi: buoni tutti a qualche cosa, impari a reggere contro la procella, trattandosi adesso meno provvedere al futuro, che porre argine efficace alla ruina del presente. A tanta mole quasi bastò un matto; e questi fu Inigo, o vogliamo dire Ignazio Lopez di Recalde nato a Loiola nella Guipuscoa. La Chiesa lo ha scritto sopra l'albo dei santi, ed il Gioberti me lo ciurmò uomo grande da paragonarsi con Giulio Cesare in tutto e per tutto, perfino negli occhi grifagni; stravizi d'ingegno, che perse, o non ebbe mai bussola: tu lettore mira se matto o savio potesse essere Ignazio: ei nacque di signorile lignaggio; cresciuto in castello remoto il suo cervello si saturava con ogni maniera di frottole, e di errori da lui parimente creduti, e serbati cari; da prima usò in corte di Ferdinando il Cattolico, poi in quella del duca Najara dove vie più gli prese a turbinare dentro la mente una vertigine di armi, di amori, di cavalli, di dame, di santi, di apostoli, di angioli e di demoni: alla difesa di Pamplona contro i Francesi percosso di terribile ferita in ambedue le gambe, rimase, finchè visse, zoppo.—

Giacente nell'ospedale sul letto del dolore, non consolato da congiunti, o da amici, in sollievo delle sue sofferenze finchè il giorno durava leggeva assiduo i romanzi di cavalleria, massime l'Amadigi delle Gallie, e insieme ai romanzi le vite, o piuttosto le leggende dei santi, di Cristo, e di Maria; durante la notte sognava, ed anco ad occhi aperti vedeva, battaglie stragrandi di angioli e di demoni, giganti immani terribili dragoni strascinati in omaggio ai piedi della Beata Vergine; lo pungeva cocente emulazione per Domenico Guzman anch'esso dalla Chiesa convertito in santo; mirava superarlo debellando gli eretici con isterminati colpi di spada, e con colpi non meno sterminati di devozione; sarebbe ito a Gerusalemme, nelle parti più lontane del mondo a vincere anime a Cristo, anzi sceso dentro lo inferno a sfidare a duello Lucifero, abbatterlo, e mandarlo in dono alla donna dei suoi pensieri Maria: sue armi, daga e vangelo, o piuttosto le miserabili scritture con le quali monaci ignoranti contaminavano questo libro santissimo: così travagliandosi dopo molto stento potè levarsi ranchettando da letto e corse in furia a Monserrato, dove fece la veglia delle armi, ch'era una cerimonia di notti passate nella veglia, nel digiuno, e nella orazione ond'essere creato cavaliere della Santa Maria Vergine: per colmo dello staio si dilettava di comporre versi; io non l'ho letta, ma dicono, che ci avanza di lui una romanza sopra San Pietro, che basterebbe sola come certificato di pazzia per ischiudere le porte del manicomio ad ogni fedele cristiano.

Da Monserrato si condusse a Manresa per quinci recarsi a Gerusalemme, e davvero gli era come andare a Roma per Ravenna: intanto che si allestisce a battagliare i Maomettani, si trattiene nel convento dei padri Predicatori a pregare genuflesso davanti la immagine di Maria sette ore del giorno e a flagellarsi quotidianamente tre volte dentro ventiquattro ore. Ma qui dopo tanta presunzione lo colse lo scoramento, chè gli pareva trovarsi immerso nel peccato fino ai capelli; sè indegno di essere eletto a tanta opera; mancipio senza rimedio dello inferno: confessavasi, e riconfessavasi, nè potendo aver pace statuì finirla col buttarsi dalla finestra. Gli atti di Santo Ignazio c'istruiscono, ch'ei se ne astenne per tema di offendere Dio: io i segreti di Dio non so, ma quasi metterei pegno, che se Ignazio si precipitava giù del balcone non se ne saria preso a male.—Qui fu che una vecchia gli predisse: stesse di buono animo chè Gesù gli sarebbe comparso davanti; ed avendosi egli ficcato in mente cotesta fantasia quasi oracolo della Sibilla cumea un bel di si ferma di un tratto sopra gli scalini del convento dei Domenicani di Manresa e scoppia in pianto, però che proprio lì gli si rivela il mistero della santissima Trinità sotto la figura di tre tasti da organo, senza dire se di ebano o di avorio[1]. Veramente non so che cosa ci fosse da piangere nel vedere tre tasti, ma l'andò così: un poco più tardi circoscritto da un'ostia vide colui il quale adorano i Cristiani Dio ad un punto ed uomo; nè le visioni finiscono, che meditando lungo la sponda della riviera Llobregat nelle acque fuggitive egli degge tutti i misteri reconditi della fede cattolica. Ora se non giudichiamo matto costui io penso che non possiamo pretendere di essere tenuti savi noi. Insomma, se altri lo abbia detto non so, ma io penso che santo Ignazio si abbia a definire un Don Chisciotte di fanatismo religioso; e non di manco questo uomo, che al suo primo comparire nel mondo ci sembra matto, instituiva un'ordine stupendo di forza operosa per modo che se la Curia romana avesse potuto salvarsi non ha dubbio, che solo poteva farlo la Compagnia di Gesù. Considerando questo nostro intelletto umano troviamo com'egli talora deviando a poco a poco dal segno del discorso smarrisca prima, e poi perda del tutto il lume di ragione spento dentro una idea fissa, che lo soverchia; tale altra all'opposto avviluppato dalla idea fissa a mano a mano la dirada, imprime il suo concetto nelle cose e negli uomini circostanti, li trasforma, e li contorce; aggiuntata poi la ragione non le mette già in mano il timone, bensì il remo, e a questa figlia del pensiero di Dio incatenata al puntale tocca pur troppo vogare nella galera dello errore.—I concetti che penetrano profondamente la umanità emanano da due origini le quali sono esaltazione, e meditazione; i primi fuoco, i secondi gelo; procedono quelli a modo di turbine e presto o si snaturano, o rallentano, o cessano; i secondi scavano come la goccia che casca giù dalla volta sopra il sasso del pavimento; e dove si versino intorno al bene durano meno, ma durano.—Gli uomini posti nelle consuete condizioni della vita, quantunque speculino bene, non possono speculare a lungo quanto basta; quindi s'illudono più spesso, che non vorrebbero, e questo nasce perchè delle cento faccie che prestano i casi umani, ne lasciano inosservate la metà, quando ne lasciano poche: l'uomo ristretto in carcere, se di tempra gagliarda, può solo disporre la mente a dipanare un filo lungo e non interrotto di pensieri: fuori di prigione lo caverà a gugliate: anco in monastero al cenobita è tolto meditare pari al prigioniero, come quello che ora la preghiera, ora il refettorio, ora altra cosa interrompono; il carcerato sta solo con la solitudine, veruno lo importuna, veruno lo chiama a mensa: la subiezione del corpo gli viene compensata col regno del pensiero. Napoleone III vince tutti i suoi fratelli in dispotismo, perchè ebbe in sorte educare la mente alla meditazione in carcere; forse non ce lo tennero quanto faceva mestiere; se ci tornasse diventerebbe perfetto.

[1] En figura di tres teclas.

Ripigliamo il filo del nosto Ignazio da Loiola: ai frati di Manresa non parve vero di sbarazzarsi di ospite tanto molesto, e gli fecero ponte di oro quando ei volle condursi a Gerusalemme per convertire gl'infedeli, dove giunto i superiori conosciutolo tosto per nuovo pesce forte temendo, ch'ei non li esponesse a qualche duro cimento gli comandarono se ne tornasse a casa, ed egli cheto come olio ripigliò la via di Spagna: qui predicando le sue bizzarrie stette a un pelo, che come eretico lo condannassero: ma i superiori di Alcalà e di Salamanca conosciutolo a prova obbedientissimo lo persuasero a cessare le prediche; studiasse prima la teologia; la Sorbona unica al mondo per ottenere con profitto nella conoscenza della divinità; così palleggiato si condusse a Parigi, dove quantunque grande e grosso ebbe per cagione della sua ignoranza a piegarsi allo studio della grammatica. Gliela insegnò per ben due anni Girolamo Ardebale, ma egli era come pestare acqua nel mortaio; di 35 anni Ignazio fu licenziato dalla scuola più ignorante di prima. Qui incontrava due compagni sopra i quali acquistò in breve singolare dominio, Pietro Fabro di Savoia, e Francesco Saverio di Pamplona, plebeo il primo, gentiluomo il secondo e, come di lignaggio, di talento diverso; quegli tenace e di mediocre ma compassato ingegno, questi più frondoso, però sopra il compagno fantastico, e proclive alle avventure; entrambi volontà meno austera d'Ignazio, e quindi ottimamente disposti a lasciarsi governare da lui. Raccolti insieme nella medesima cella, in comune digiunavano, pregavano, si esaltavano, e l'uno e l'altro correggendo si contemplavano: un po' più tardi aggiunsero alla loro compagnia Salmeron, Lainez e Bobadilla, co' quali conferendo, un giorno vennero nella determinazione d'instituire una maniera di lega: a questo fine vanno alla chiesa di Montmartre; il Fabro prete celebra la messa; al fine della quale si votano alla povertà, alla castità, ed alla conversione degl'infedeli; caso mai l'andata; o la fermata a Gerusalemme fosse loro interdetta si recherebbero a Roma per profferirsi anima e corpo al Papa, dove meglio giudicasse opportuno gli spedisse, senza compenso, senza patto avrebbero adempito i pontifici comandi: già incomincia a comparire il soldatesco ordinamento.

Essendosi rotta la guerra contro il Turco Ignazio si portava a Venezia dove conobbe il Caraffa; e desideroso investigare che avesse di buono l'ordine dei Teatini per farne suo pro prese stanza nel convento loro; anch'egli a visitare gl'infermi, e ogni altro esercizio di carità, giusta la regola dei Teatini; esercitando vide quanto credito dalle medesime pratiche avrebbe acquistato l'instituto, ch'egli mulinava stabilire: quindi anco di quelle fece tesoro; è fama che col Caraffa entrassero in iscrezio, e lo credo, per la ragione già esposta, che due nature uguali non attecchiscono insieme; la santità non muta le passioni umane, solo ne varia l'applicazione, o il modo di manifestarle. Però Ignazio ed i compagni suoi si accinsero alla prova di supplantare il Caraffa, nè lo tennero difficile opponendo le forme democratiche all'aristocrazia teatina; di vero dopo quindici giorni di preghiere e di digiuno scappano fuori a Vicenza in un medesimo punto, si arrampicano su i poggioli, e dopo agitati i cappelli, pigliano con istrana favella spagnuola mescolata d'Italiano a urlare a squarciagola la parola di Dio: accadde loro quello che negli Atti degli apostoli leggiamo avvenisse a questi primi compagni di Gesù quando dopo la pentecoste scesero per le vie a predicare in tutte le lingue: il popolo pieno di meraviglia esclamava:—sono pieni di vino dolce[1]. Ma il dominio della repubblica non era terra da piantarci vigna democratica; dopo un anno, ebbero a ripiegare le tende, e ridarsi a Roma.—Siccome per fuggire ogni intoppo molesto nel cammino si avvisarono pigliare diverse vie, innanzi di separarsi deliberarono imporre nome allo instituto loro e si trovarono di accordo ad accettare quello suggerito da Ignazio di Compagnia di Gesù; imperciocchè egli dominato sempre dal militare costume, intendesse ordinare la sua regola ad esercito, e quei pochi primi Gesuiti gli paressero appena bastevoli a comporre una compagnia; se fossero stati in numero maggiore, per me credo che ei gli avrebbe distinti col nome di Brigata o di Colonnello di Gesù. Sul principio a Roma furono guardati in cagnesco; in seguito, perchè dettero saggio di sè, la gente prese ad accettarli, poi lodarli, all'ultimo, come avviene, levarli al cielo. Nel 1540 Paolo III gli accettava, li confermò nel 43; convocati ad eleggersi il Generale votarono per Ignazio a cui commisero comporre lo schema degli Statuti della Compagnia; il Generale, che in ogni altra faccenda procedeva assoluto, per questo era obbligato consultarsi co' soci. Per siffatta maniera rimase la società dei Gesuiti simile nel carattere generale alle altre fondate sopra i doveri clericali, e monastici, ma diversa nelle specialità, o negl'intenti: di vero accolte tutte le disposizioni teatine intorno ai riti, alle vesti, ed a quanto altro poteva renderli più spediti, i fondatori aggiunsero la dispensa delle preghiere comuni, e del coro, procurandosi per siffatto modo la maggior somma di tempo per accudire con inquieta alacrità a tutti insieme gl'intenti, che somministravano divisi scopo speciale alle altre instituzioni; però precipui fini di loro la predicazione al popolo, la confessione, la educazione dei fanciulli; per la prima, di eloquio elegante curandosi poco, posero studio nel parlare veemente, nel ripetere le locuzioni popolesche, troppi e figure capaci da scotere forte la immaginativa; con la confessione ora spaventando, ora allargandosi a vituperose compiacenze s'impadronirono della famiglia, dello stato, di tutto; con la educazione le novelle anime foggiarono ad arnesi, o meglio ad armi per conquistare, e difendersi. Accetti al popolo i Gesuiti entrarono in breve nella grazia dei principi. I Farnese gli accolsero a Parma; a Venezia Lainez, messo in disparte il popolo, spiegò il vangelo ai nobili e piacque; Montepulciano, e Faenza si sottomisero a loro con la docilità del somiero: dove comparivano pullulavano scuole, e sbucavano congregazioni come per pioggia estiva tu vedi brulicare le rane di mezzo alla polvere.

[1] Act. Ap. C. 2, n. 13.

Dove poi la nuova società trionfò gloriosa fu la Spagna: di colta conquistava Francesco Borgia Duca di Gandia; a Valenza il popolo traendo a stormi per udire l'Aroz, venuta meno per capacità ogni chiesa, questi lo sermonò allo aperto; e poichè quando la spinta è data senza ragione nè cagione governa l'andazzo, nobili e plebei si misero dietro le calcagna di Francesco di Villafranca malescio di persona, contadino, ignorante; in breve la Spagna ne rimase coperta come dalle barbe della gramigna. In Portogallo non si specolarono meno, che nella Spagna ad aprire loro le braccia, forse più: quinci con regio beneplacito partiva Francesco Saverio per le Indie orientali a procacciarsi fama di apostolo, e di santo: ella fu una smania, un furore, vuoi nei grandi come negl'infimi di pigliare i Gesuiti per direttori spirituali; il presidente del Consiglio di Castiglia, il Cardinale di Toledo, i primi fra i gentiluomini, la famiglia reale, mettevano tutti da sè stessi il collo dentro il capestro.—Dopo la Spagna, il Portogallo e la Italia, primeggiarono a insanire pei Gesuiti Parigi, i Paesi-Bassi e la Germania.

Ignoro se l'esito superasse il presagio: fatto sta, che la Compagnia di Gesù salita a tanto incremento abbisognò di riforma; da prima ella conobbe due classi professi, e novizi; i professi insegnavano; ma essendosi obbligato per voto a impedire in ogni tempo, ed in qualunque luogo missioni, secondo la volontà del Papa, ei fu mestieri creare una classe stanziale di maestri, e questo Ignazio fece instituendo i Coadiutori spirituali: ancora, i professi avevano a campare di elemosina, ma con sussidi raccattati, per così dire, a balzello male si ponno tenere in piedi collegi, onde, riformando, fu detto potessero i collegi possedere beni, ed una quarta parte di Gesuiti col titolo di Coadiutori laici venne instituita per amministrarli come altresì per provvedere alle necessità della vita esterna.—Ciò quanto alla forma; circa la sostanza la Compagnia si propose non già torre l'anima ai suoi alunni, ma sì plasticarla in guisa che non sentisse, non pensasse, nè palpitasse per altro, che per lei; l'amore di famiglia considerò peccato carnale, e fu lodato Luigi Gonzaga perchè favellando a sua madre non le levò mai gli occhi in faccia, nè di minore encomio proseguirono il Fabro, il quale dopo molti anni recandosi in patria non ci si fermò neppure una notte; il retaggio paterno doveva distribuirsi ai poveri prima di entrare nella Compagnia, non già abbandonarsi ai parenti; più tardi le più ree, e sozze colpe commisero per grancire beni a qualsivoglia ragione: lettere non si ricevono nè si spediscono se prima non sieno lette dai superiori; nè basta, poichè tra i Gesuiti l'uomo vuolsi ridurre in mano al Superiore come un cadavere, o meglio come un bastone da viaggio; così egli ha da conoscere l'intimo dell'animo suo mediante la confessione: a questo sembra mettano ostacolo due cose, la prima che il Superiore non può confessare tutti, e se altri li confessa, deve per religione tenersi il confessato segreto: per così poco non si smarriscono i Gesuiti: odano, assolvano, e conservino segrete le confessioni nei casi ordinari i professi, ma i casi riservati deferiscansi al Superiore; ed ecco come questi viene a conoscere regolarmente quanto gli piace e gli giova.