Sopra ogni altro precipuo fondamento della Compagnia la obbedienza; quella del soldato, che pure è piuttosto immane, che eccessiva, non bastò ad Ignazio; egli la esagerava spingendola a segno ormai non più umano; nel solo Superiore stanno scienza, potestà, ed afflato di Provvidenza divina; il singolo ha da credere, che adempiendo quanto gli viene prescritto dal Superiore non commette peccato veniale nè mortale; assoluto il dominio di costui; da prima era obbligato a consultarsi co' professi del luogo dove si trova; poi l'obbligo fu tolto tranne i casi di riforme dello statuto, ovvero di soppressione di case e di collegi. Il pasto, l'ora delle preghiere, dello studio, e del vitto, la veglia, il sonno, il vestire, il camminare, tutto prescritto dal Superiore, il quale a sua posta aveva dintorno i delegati dell'ordine che lo vigilavano, e un censore, che lo ammoniva. In caso di colpa gravissima, i delegati avrebbero potuto convocare l'assemblea generale della Compagnia perchè avvisasse. E' sembra che a questo modo l'uomo isolato e subietto avesse a diventare ebete; e pure la non andava così: imperciocchè con tanta profondità di consiglio si vedono congegnate le prescrizioni, che non si toglie all'uomo sprofondarsi nello sviluppo delle sue facoltà a patto però che rimangano isolate, e solo al servizio del Superiore: per questo tanto bene le monarchie si accomodarono dei Gesuiti: non mai il servaggio conobbe più solenni maestri di loro; e i re l'avrieno sempre tenuti fra i più squisiti arnesi di regno là dove non si fossero accorti all'ultimo, che scopo dei Gesuiti insomma era comandare in ginocchioni.—
Gesuiti, e razza dei Gesuiti in convento o fuori, quanti sussurrano dentro gli orecchi delle generazioni: agire è cosa che fa sudare, patire forse può lodarsi, morire con le mani giunte baciando la mano del re, e più del sacerdote maestro e donno dei re, perfezione suprema; per bene comprendere questo importa meditare assiduo; nè vi ha cosa che si confaccia meglio alla meditazione quanto le tenebre; mira l'asino, e il cavallo; perchè macinino bene il grano, ovvero attingano l'acqua dai pozzi fa mestiere bendarli: lasciamo che altri comandi; noi reputiamo singolare benevolenza di Dio possedere un re, e meglio un sacerdote che c'insegnino quello che deva operarsi da noi: felicità grande è il maestro pratico, la guida sperta che ci governi, e ci conduca; la nostra assidua meditazione ha da cadere sul modo di eseguire puntualmente quanto ci venga comandato e non sopra altro. Udire e obbedire non solo si dice dagli schiavi del Sultano, ma sì dagli Angioli del Dio di Moisè, e si deve celebrare massima virtù da quanti ha sudditi il Principe creato proprio ad immagine di cotesto Dio.
Se bene consideri vedrai, che i vantati Statuti dei Gesuiti a fine del conto consistono in questo, che giunsero ad adattare allo spirito la istruzione medesima la quale nella milizia si applica alla materia; in questo si posero interi anima e corpo; oltre tenersi liberi da qualsivoglia cura, non accettarono cariche, nè benefizi, quantunque sotto mano gli avessero tutti; non digiuni, non veglie, non fatiche eccessive; i Gesuiti avevano bisogno di tutte le loro forze per durare nelle battaglie della disputa, della predicazione, e dello insegnamento. Se leggi le lettere del padre Segneri vedrai come il Papa medesimo lo presentasse di canditi, e di non so quali ortolani; il Granduca Cosimo III di cioccolata più volte, ed egli stesso gli chiede vino generoso per cavarne lena a mostrarsi valente operaio nella vigna del Signore.—A conseguire simile scopo di leggeri si comprende come lo insegnamento avesse ad essere cura suprema dei Gesuiti; di fatti, a Roma esercitando una volta i letterati nocque piuttostochè giovasse alla religione; i Gesuiti intesero soppiantarli e ci riuscirono; sempre conformi a sè stessi immaginarono metodi affatto soldateschi, e discipline, e pene; insegnavano gratis, come predicavano, e celebravano la messa; vietato non solo chiedere, ma accettare elemosine: nelle chiese non tenevano cassetta: gli scampoli disprezzavano: si contentavano rubare la pezza. Anco questo modo d'insegnamento ebbe sequele terribili nella società nostra, e durano; le scuole ordinate a mò di esercito con soldati, e ufficiali diventarono pugnaci.—Noi dobbiamo venerare la Provvidenza, la quale volle, che simili forze ordinate in pro della tirannide, e dello errore, o non durino, o durino poco; un verme segreto le corrode; la stessa violenza dei moti le fiacca; circoscritte dentro un termine ingeneroso o cattivo s'intristiscono ripiegandosi sopra sè stesse, dacchè paia certo, che la sola bontà sia progressiva durevolmente. Chi mai al mondo potè ridurre le anime umane a stiletti come il vecchio della Montagna?—I Giannizzeri un pezzo sostennero il Sultano, e poi ei gli ebbe a trucidare quanti erano, così gli Sterlitzi in Russia, e così i Mamalucchi in Egitto; in pari guisa il Papa, dopo avere provati i Gesuiti sua lancia, e suo scudo, gli sperdeva quasi piante venefiche. Merita non mediocre considerazione come i Gesuiti scolino, per così dire, dai luoghi che primi inondarono; nel 1606 ebbero a spulezzare da Venezia; da Napoli e dai Paesi-Bassi nel 1618; dalle Indie nel 1622; di Russia nel 1676; dalla Francia nel 1764 per opera della Pompadour, e del duca di Choiseul, affaticandocisi attorno con le mani e co' piedi un gobbo, lo Abate di Chauvelin, onde motteggiando dicevano: quello che uno zoppo fondò disperse un gobbo: nel 1767 li bandiva la Spagna; nel 1769 il Portogallo dove furono incolpati di tradimento contro la persona del re d'intesa con la casa Tavora; e forse non fu vero.—La vita, la morte e la resurrezione dei Gesuiti porgono manifesto segno della demenza dei Papi, i quali con miserabile non meno che ridevole presunzione si sostengono infallibili. Paolo III nel 1539, informato dal Cardinale Guidiccioni sul conto della regola proposta da Ignazio, dà cartaccie; nel 27 Settembre 1540 con la Bolla: Regimini militantes Ecclesiae l'approva; Clemente XIV nel 21 Luglio 1773 con la Bolla: Dominus redemptor la sopprime; la resuscita Pio VII nel 7 Agosto 1814 con l'altra Bolla: Sollicitudo omnium. E non basta; tanto Clemente che li spenge, quanto Pio che li riaccende, si affermano inspirati dallo spirito santo; il primo si conduce alla soppressione dei Gesuiti mosso dalla voce universale; il secondo compiacendo alle istanze dei fedeli li rimette sul candeliere; Clemente in virtù della sua autorità in materie religiose distrugge per sempre la Società di Gesù, i suoi instituti, e le sue opere; Pio in virtù della pienezza della potestà apostolica da valere in perpetuo restituisce ai Gesuiti tutte le concessioni, diritti, facoltà e privilegi, che prima possedevano, e mantennero nello impero di Russia; dacchè sbanditi da tutto il mondo costà si ricoverarono, e tra i Cosacchi parvero civili. Lo Spirito santo inspirò Clemente, ed inspirò Pio: entrambi questi Papi infallibili; il sì e il no, il bianco e il nero non si contrastano in loro: prediletta stanza quando lo Spirito santo scende in terra il cervello loro: bisogna pur dire, ch'ei sarebbe meglio albergato nella locanda della Luna.—
Quasi non bastassero queste zanne alla romana belva ne provvidero, o piuttosto ne rinnovarono un'altra più terribile di tutte, intendo parlare della inquisizione, e ciò pei conforti dei Cardinali Caraffa, che poi fu Paolo IV, e Bürgos Alvarez di Tolcdo. Antica, lo abbiamo veduto, era la inquisizione, esercitata unicamente dai monaci, i quali col volgere del tempo ammansivano, ovvero la sfruttavano a proprio profitto, od anco maneggiando eresie diventavano eglino stessi eretici.—
I nostri novellieri raccontano casi d'inquisitori, che assai di lieve componevansi a danari, le cose della fede adoperando giusto per ami da pescare; quanto a' frati avversi a Roma basti ricordare il Savonarola, il quale appunto uscì dall'ordine, ch'ebbe la inquisizione un tempo per retaggio privilegiato: pertanto instituivasi un'inquisizione romana. Come da Roma un dì leggi, ed eserciti si diramarono per l'universo; come a Roma tutto le vie del mondo misero capo alla fontana, dove i gladiatori, superstiti al circo, lavavano le ferite, e il ferro insanguinato, così ora da Roma non più aquile, ma avvolto avevano a dipartirsi per inviluppare le menti entro una rete di errore e di terrore. Ignazio loiolita, ed i suoi si precipitarono a sostenere l'opera di sangue col bramito di fiera.—Furono eletti sei Cardinali presieduti dal Caraffa e dallo Alvarez inquisitori universali in materia di fede, con facoltà di sostituire, e procedere, e giudicare in disparte dal tribunale ecclesiastico ordinario; senza distinzione tutti sottoposti alla loro potestà; le pene che potranno infliggere, carcere, morte, e confisca di beni. Se vuolsi avere esempio moderno della rabbia religiosa di costoro tu non potresti rinvenirne riscontro, tranne nella rabbia politica dei montanari della Convenzione di Francia: presto, predicava colla spuma alla bocca il Caraffa, ferro e fuoco al male prima, che incancherisca; basti a punire il sospetto; non arresti nascita, nè grado; del pari tremino principe o plebeo, prelato o paltoniere; se taluno cerca schermo dietro la protezione dei potenti, guai! di uguale colpo percotansi protettori e protetti; verso cui subito si confessi in peccato, e si prostri qualche po' d'indulgenza si potrà adoperare.—Tale Asino dà in parete tal riceve, dice il proverbio, nè ardere significa persuadere; però da persecuzione sorse persecuzione; qui porrò l'eresie che reputavano gl'inquisitori degne di fuoco, avvertendo che non sono tutte, ed anco per minor fallo bisognava morire: da ardersi chi credeva non le opere proprie bensì i meriti di Cristo salvassero il cristiano; da ardersi chi credeva bastevole la confessione avanti Dio, però che nè Papa, nè Sacerdoti abbiano facoltà di rimettere i peccati; fuoco a cui afferma Gesù Cristo non presente nell'ostia consacrata; fiamma a chi sostiene il Purgatorio fandonia e però inutili le preci pei morti; si brucino coloro, che negano la facoltà nel Papa di concedere indulgenza e perdoni, e dicono potersi i preti ammogliare legittimamente, dannosi i conventi, troppe le feste, ridevole il divieto delle carni e di altri cibi nei giorni prescritti dalla Chiesa: che più? morte e fuoco a chiunque affermi, sostenga od anco pensi la setta luterana capace a condurre le anime per la via della salute.—Furono le accademie scientifiche perseguitate; quella di Modena e l'altra di Napoli chiuse; chi professava lettere visto in cagnesco, la censura resa insopportabile, lo Indice ampliato. Monsignore Giovanni Della Casa compilò il catalogo dei libri proibiti: sommavano a settanta; in breve se ne compilò un secondo più ampio, finchè in quello del 1529 fra le opere degne di fiamma il Casa potè leggere annoverate anco le sue: così sottile fu il rovistare, così ardente il distruggere, che taluni libri scomparirono affatto, come il Benefizio di Gesù Cristo; a Roma incenerirono cataste di libri; anco Omar praticò a quel modo in Alessandria, entrambi papi, o califfi, entrambi interessati a mantenere nello errore il fondamento della propria dominazione.—Chiamaronsi anco parecchi secolari a puntello dello instituto scelleratissimo: con immunità e con danaro presente e poco, con isperanze infinito e future si aizzavano; di spie un nugolo: l'antica semenza dei guelfi e ghibellini rinfocolata; alle vecchie si arresero nuove e mortalissime ingiurie; i Principi, paura fosse, o male creduta utilità, porgevano aiuto; esecutori essi medesimi delle sentenze di sangue, la quale cosa il prete significò con la formula ipocrita:—riporre il condannato al braccio secolare: appena Napoli ardì impedire la confisca dei beni; Venezia, stata fino allora l'asilo dei fuorusciti per cause politiche o religiose, colta da vertigine, della quale si pentirà amaramente e presto, quanti piglia condanna a fiero supplizio; postili sopra due barche li manda in alto mare fuori delle lagune, dove li costringe ad assettarsi su di una tavola; ad un segno queste si scostano, e i miseri traditi sprofondano nelle acque invocando per l'ultima volta il nome di Gesù; sazievole, nè utile al mio intento riferire i nomi dei tanti tribolati; basti questo, che non salvarono nè fama di vita religiosa, nè veste monastica, nè professione di sacerdozio, nè stato principesco. Renata di Ferrara provò nemico il Duca suo sposo: divisa dalla Francia, senza che alcuno la ripigliasse per lei, ella annacquava con sue lacrime il vino. La più parte dei fuggiti perì senza ricordo del dove e del come; certo cadde nelle insidie parate a mo' di trabocchetto; non fu udito nè manco il rantolo della agonia. Antonio dei Pagliaricci, queste, ed altre nefandigie raccontando, ci afferma come veruno comecchè, di cuore cristiano poteva impromettersi di morire nel proprio letto. Però non tutti rimasero presi, nè tutti si spensero, anzi scamparono i più gagliardi e diventarono atleti contro Roma; celeberrimo tra questi Bernardo Occhino, che di generale dei Cappuccini diventò eretico, esiziale per anni, per dottrina, per santità di costume, e potenza mirabile di predicazione; fuggì, traverso mille pericoli, Pietro Martire Vermigli, e dopo lui uno stuolo dei suoi alunni da Lucca. Celio Secondo Curione col bargello e gli sbirri in camera, essendo atticciato, e gagliardo si fa largo a sergozzoni, e ripara tra gli Svizzeri; migrarono da Modena Filippo Valentino e quel Castelvetro che come scrittore troppo fu sotto allo Annibal Caro, ma come uomo (e questo è quello che conta) di troppo lo superò.—Questi tutti andarono ad ingrossare la schiera dei settari di Lutero, di Zuinglio, di Ecolampadio, di Melantone, e di Muncero. La provvidenza poi, che governa le vicende umane, come se questi non bastassero a sostenere la lotta ecco evoca, non so donde io mi abbia a dire, Calvino anima, e volto di scure affilata; egli di petto ad Ignazio fu lima contro lima: e per me ho fede, che se i loro spiriti sopravvissero al corpo, di presente non si abbiano a trovare divisi, bensì incoli di un medesimo luogo, che di certo non sarà il paradiso.
Queste le armi della tetra instituzione, che ha nome Papato allora, adesso, e sempre; affetto, ragione, il tempo stesso, il quale ha virtù di vincere non che i cuori il metallo e il granito, niente possono su i preti composti a curia Romana: udite come bandisse ieri al mondo Pio VIII: «egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi sofisti, denunziare le opere loro ai tribunali, bisogna dare i corpi loro in balìa della inquisizione, e mercè le torture richiamarli ai sensi della vera fede della sposa di Cristo.» Ed oggi Pio IX con solenne enciclica, quasi dispettando il secolo, indice guerra alla libertà della coscienza, e dei culti al suffragio universale, alla libera stampa, alla inviolabilità della famiglia, a tutto insomma che non sia regresso verso concetti ormai sommersi nei, gorghi del tempo.—Di qui imparino i settari, che ci governano, con quanto senno essi argomentino; tristo, è vero, ma conforme a sè sempre il Papato: non per virtù, non per generosità, e manco per intelletto l'umano consorzio sarà felicitato con nobili conquiste, bensì per viltà, per anarchia, per repulsa invincibile o per minaccia dei nostri nemici; a questo modo andremo debitori della pena di morte abolita ai fratelli La Gala, di cui fu imposto si rispettasse il capo scellerato; la libertà civile alle pubbliche e private fortune manomesse: la indipendenza agli assalti dell'Austria; la libertà religiosa alla ostinazione del Papa: anco da fetida erba nasce il giglio, ma i gigli usciti fuori così nè olezzano, nè durano.—
Nè le armi sole, ma assicurato il tempo opportuno il Papa bandisce il Concilio di Trento; il tempo era destro però, che allora Carlo, e i due capi della riforma germanica si travagliassero in aspre guerre fra loro, onde gli facevano mestieri i soccorsi della Chiesa e più dei soccorsi gli premeva non gli procedesse nemica. Il Papa si liberava, intimando egli il Concilio, dalla minaccia dello Imperatore di volerlo aprire egli stesso: chi ha in mano il timone governa.—Da noi non si attende la storia del Concilio di Trento; ne possediamo due, quella del Pallavicino, e l'altra del Sarpi, le quali dettate con opposto intendimento, può chi ha voglia di studiare, ponendole a confronto, assai bene conoscere gli umori dei tempi e la verità delle cose.—Chi non può o non vuole attendere a siffatte ricerche sappia, che il Papa instava si cominciasse a discutere su i dommi, l'Imperatore all'opposto dalla riforma; la ragione delle contrarie sentenze questa: la riforma dei costumi confessata necessaria non si poteva contrastare; i libri santi non offerivano riparo, anzi condanna; difficile poi presagire dove, riformando, si sarebbe messo capo; all'opposto spuntandola sul domma la riforma sarebbe andata soggetta a regole e a freni o non avversi, o secondi agl'interessi della Chiesa. Tuttavia i prelati romani per non entrare in iscrezio collo Imperatore composero, che si sarebbe discusso nel medesimo punto sopra il domma, e sopra la riforma; ma in fatto poi si cominciò sul domma, e si venne addirittura a mezza spada mettendo in campo la quistione, se nel solo Evangelo si trovasse compreso tutto quanto importa alla nostra salute. Non ci è mestieri troppa levatura per conoscere, che vinta questa sentenza, il cattolicismo aveva finito; però ogni estremo sforzo si adoperava a rigettarla, e prevalse l'altra che la tradizione della Chiesa propagata dagli Apostoli sotto la protezione dello Spirito Santo fino ai tempi presenti deve accettarsi ed osservarsi quanto e più la santa Scrittura; a questo modo l'interesse del sacerdote rimase, siccome già era, sostituito alla dottrina di Cristo. Roma vinse nel Concilio per perdere più tardi senza rimedio nel mondo. Nè di minore importanza parve spuntarla intorno alla giustificazione, dacchè se veniva deciso la medesima effettuarsi unicamente pei meriti di Cristo, e non in virtù delle opere la Chiesa si trovava a chiudere bottega di sacramenti; e tanta fu la rabbia dei disputatori, che mancate le ragioni contesero a pugni, e se ne ricambiarono dei solenni il vescovo della Cava, e certo monaco greco. Ributtata la definizione assoluta, con asprezza pari respinsero qualsivoglia ammenda, massime quella delle due giustizie, che insomma era un'empiastro moderato col quale si presumeva stabilire, che per salvarsi si chiedessero ad un punto i meriti di Gesù Cristo e la virtù delle opere: pro le stavano Scripando, e i Cardinali Polo, e Contarini, contro il Cardinale Caraffa, e i Gesuiti Salmeron, e Lainez: prevalsero gli ultimi, che ogni sapienza pongono in questi due termini: fermi o addietro.
Quando consideriamo la perpetua contradizione dell'uomo sovente, ci sorge nella mente il dubbio se davvero egli possieda discorso, e se per esso proprio si distingua dagli altri animali; di vero il sacerdozio romano piegò al Concilio mosso dal senso del bisogno della riforma, e chiuso nel Concilio pesta le mani e i piedi per rimanere inalterato o concedere solo ammende, che non hanno costrutto; appunto come le Monarchie ridotte al verde oggi accettano le Costituzioni per convertirle in arnesi di tirannide due cotanti peggio di prima.
Il Papa parve, e tuttavia sembra, capo di cotesto moto di offesa o di difesa del cattolicismo, e certo ogni cosa ebbe approvazione da lui; egli convoca il Concilio, egli lo dirige; da lui emanarono le Bolle dei nuovi instituti monastici, sua la Bolla che invia Saverio alle Indie, sua quella, che fonda l'arcivescovado nel Messico; chi altri se non esso, mediante il nipote Rinaldo Farnese arcivescovo di Napoli, tribolò il vicerè Pietro di Toledo a rizzare la Inquisizione in cotesta città, donde le fiere sommosse per le quali dopo tanta uccisione di uomini e' fu mestieri deporne la voglia? E pure nonostante queste apparenze non visse per avventura uomo nella cristianità, che sia co' principeschi consigli, o sia co' privati costumi, più di lui attraversasse l'esito della riforma.—Nei primordi del pontificato si stringeva in lega co' Veneziani, e lo Imperatore contro i Turchi; dopo spazio non lungo di tempo fa alleanza col Turco e il re di Francia contro lo Imperatore: combatte con armi spirituali e temporali alla scoperta i Luterani e di celato se la intende con loro.—Così Papa e Imperatore accordatisi a Vormazia per annientare la lega di Smalkalda, il primo manda, giusta il concerto, armi in soccorso col cardinale nipote Alessandro; sbigottito poi dalla prospera fortuna del suo collegato, di punto in bianco richiama il cardinale Alessandro coll'esercito: mentre la Germania settentrionale trema del progresso del potere pontificio, il Papa esulta delle battiture che dà l'elettore Giovanfederigo al duca Maurizio, e aizza segretamente Francesco I sovvenire i Luterani, finchè tengono le armi in mano; osso duro a rodere per Carlo essere tuttavia cotesto; col mezzo dell'Oratore francese lo ammonisce così: «S.S. ha inteso che il duca di Sassonia si mantiene gagliardo, di che piglia inestimabile contentezza, giudicando, che il nemico commune in virtù di questi intoppi si troverà inetto al compimento delle sue imprese, onde pensa, che tornerebbe a grandissimo benefizio comune sovvenire di sotto mano coloro che gli resistono, e dice che voi non potreste fare spesa che fosse più utile.» Nè questi suoi disegni, o piuttosto intrighi, rimasero punto nascosti allo Imperatore, il quale prevalendolo sempre nelle armi mandava al suo Oratore, perchè lo partecipasse al Papa: «avere conosciuto, pur troppo, il pensiero di S.S. essere stato quello di porlo a cimento in impresa zarosa e poi abbandonarlo, per ciò avere alla sprovvista richiamato le sue milizie; nè di questo più che tanto importargli però che prive di soldo, e indisciplinate gli erano piuttosto di danno che di benefizio; amareggiarlo questo altro, nè volerlo sopportare, che senza suo avviso avesse trasferito il Concilio a Bologna.» Piegava allora Paolo sotto la mano di ferro delle Imperatore; ma quietata alquanto la paura, eccolo da capo alle insidie; però, che non si neghi Gian-Luigi Fiesco aizzato non meno dal re di Francia, che dal Papa tramasse la congiura contro Andrea Doria, che andata a vuoto, questi più tardi barattò a Paolo con la morte del figliuolo Pierluigi. Duro freno a mordere, ma dalle labbra fermenti del Papa in cotesto acerbissimo caso uscì spuma non parole, e cauto si mise ad annondare una nuova lega ai danni dell'odiato Imperatore con Francia, Venezia, Svizzera, e il Turco: quantunque avesse scomunicato gl'Inglesi, pure consigliava Enrico II a pacificarsi con Eduardo VI per non provarlo d'impedimento alla guerra, che imprenderebbero pel bene della Cristianità.—
La Chiesa si era ridotta al termine di che parlammo per colpa dello strazio che ne manarono i Papi in benefizio dei loro figli e nipoti: per questo diventò necessaria la riforma, che lo stesso Paolo III prescrisse, e verun Papa mai dava come costui esempio pernicioso dei medesimi errori.—Creò cardinali suoi figli o nipoti Alessandro, e Ranuccio Farnese, e Guido Antonio Sforza figliuolo di Costanza Farnese di dodici, di quattordici, e di quindici anni; e non che ad altri allo Imperatore, che gliene toccò qualche parola, rispose, contro il suo costume alterato; e promosse altresì alla porpora Niccolò Gaetani discendente di Bonifazio VIII e congiunto con la casa Farnese; fra i trentasei cardinali, ch'egli elesse, occorre anco un Roderigo Borgia dei duchi di Gandia, onde non istette per lui che un'altra volta il sangue di Alessandro VI non rese sacro il soglio di San Pietro.—Usurpò Camerino alla ultima erede dei Varano, allegando le femmine escluse dalla successione del padre, nè lo rese già alla Chiesa, bensì lo tenne per darlo a Ottavio suo nipote nel modo stesso che dal manto della Chiesa aveva sbarrato Castro per investire il figliuolo Pierluigi, e Nepi per coprire l'altro nipote Orazio. Le paci e le guerre nelle quali egli spinse la Chiesa miravano sempre ad avvantaggiare i suoi; la quale cosa sovente gli veniva fatto di conseguire con destrezza mirabile. Quando prima si pose in mezzo paciere tra Francesco e Carlo a Nizza pescò a Pierluigi il Marchesato di Novara da una parte, e dall'altra provvido ad allogare sposa in casa di Francia la nipote Vittoria col duca di Vandome; a questo, non avendolo ottenuto subito, e poco dopo essendosi rotta da capo la guerra tra Francesco e Carlo, egli ebbe con inestimabile cordoglio a renunziare; ma guasta una tela il ragno ne incomincia un'altra; quindi Paolo più tardi torna agli amori francesi, e gli riesce fidanzare il nipote Orazio con la bastarda di Enrico II.—Ardendo pel desiderio di lasciare alla sua casa un principato che le fosse scala ad acquisiti maggiori ora delibera investire Pierluigi del ducato di Parma e Piacenza e lo sgarò nonostante, che messa la pratica in Concistoro il cardinale Caraffa non intervenisse, anzi nel medesimo giorno visitasse le sette Chiese come straordinariamente si costuma tra i Cattolici nelle gravi sciagure, ed ordinariamente il Venerdì santo; e il cardinale da Trani con onesto sermone tra le altre cose lo ammonisse «e che diranno di siffatto partito i Luterani, ora che il Concilio è aperto, vedendo il patrimonio della Chiesa dai Papi stessi, i quali come fedeli tutori dovrebbero mantenerlo, e difenderlo, essere dato ad altri?» Al Papa non piacque cotesto suono, nè lo menò buono il Collegio dei Cardinali; per la quale cosa se non si rinnegò allora Dio, nè si manomisero i suoi precetti per lacerare in parte il dominio della Chiesa e gittarlo in pastura all'uomo forse più nefando, che mai vivesse al mondo, vorremo noi credere al Papa adesso, che afferma i comandamenti divini impedirgli di rendere la potestà dei suoi domini al popolo italiano per comporsi una Patria potente, e felice?