Non contento di Parma e Piacenza, poco dopo il Papa armeggia per procurare al medesimo suo indegno figliuolo la duchessa di Milano, e sottilmente arguto insinuava pei suoi negoziatori a Carlo: «a te disdice chiamarti conte, duca, e principe, Cesare sei; non le molte provincie, ma i grandi vassalli hanno da formare la tua forza: dacchè mettesti le mani sul Milanese non godesti un'ora di bene; che tu lo renda al Re Francesco non si consiglia, però che questi dopo il primo pasto avrebbe più fame che pria delle terre italiche; ma nè anco lo devi serbare per te, considerando come cotesto acquisto ti abbia fruttato nemici molti e poderosi, i quali ti stimano insaziabile dei domini altrui: se vuoi, che il mal sospetto cessi, fa una cosa, dà il Milanese a qualche duca; così Francesco I non troverà più partigiani, tu all'opposto ti amicherai per la vita Lamagna e Italia, e perciò franco da ogni impaccio potrai portare le tue bandiere nelle più remote regioni, e rendere il tuo nome immortale.» Ma lo Imperatore considerando come quello, che è buono a pigliarsi si prova ottimo a tenersi faceva orecchia di mercante; e poi quando avesse tentennato le persuasioni di Ferrante Gonzaga e di Andrea Doria, avversissimi ai Farnesi lo avrebbono dissuaso di piegare alle voglie del Papa.—Quando trucidato Pierluigi Farnese, Ferrante Gonzaga occupò Piacenza per lo Imperatore il Papa per via di negoziati pose in opera ogni sua arguzia per ricuperarla; al solito metteva innanzi la donazione di Costantino, e subito dopo quella di Carlomagno; ma visto, che coteste donazioni non facevano breccia allegò la cessione di Massimiliano I Imperatore a Giulio II e la conferma fattane da lui stesso Carlo nell'anno 1521: lo Imperatore nonstante siffatte dimostrazioni perfidiava con lunga scrittura a volere serbarsi Piacenza, ed anzi avrebbe preso anco Parma assegnando per compenso ad Ottavio 40,000 scudi di entrata nel regno di Napoli, somma a cui non erano mai giunte le riprese di Parma e di Piacenza; la quale profferta rincrescendo al Papa per torsi le molestie dattorno propose allo Imperatore lo scambio di cotesto ducato con Siena; ma Siena già era segno di cupidigia di Cosimo I; il quale stava su l'avvisato, avendo scritto fino dal 1537: «al Papa non è rimasta altra voglia in questo mondo, se non disporre di questo stato e levarlo dalla devozione dello Imperatore, ma gli sarà mestiero portarsela seco lui dentro il sepolcro.» All'ultimo considerando, che il ducato di Parma e Piacenza mentre lo aveva tolto alla Chiesa poco restava sicuro in mano ai suoi deliberò restituirglielo cassando il baratto antico di Camerino e Nepi: così da capo il ducato Parma e Piacenza difeso dal pontificale ammanto gli sembrava potersi più agevolmente conservare; e non temeva opposizione dal lato dei nipoti come quelli, che egli aveva sperimentato sempre ossequentissimi a propri voleri, non avesse fatto cosa che in massima utilità loro non ridondasse; ora poi bisogna vedere che avverrebbe pungendoli nello interesse; di vero Ottavio si rovesciò, e non si astenne da adoperarsi di avere a certo pranzo in casa Sanvitali Cammillo Orsino governatore di Parma pel Papa per quivi ammazzarlo, o imprigionarlo, e poi correre la terra; e poichè Cammillo non cadde sul vergone neppure aborrì ricorrere a Ferrante Gonzaga precipuo operatore della paterna strage per ottenere con la forza, quello, che con la fraude non aveva potuto conseguire; Ferrante poi (qualunque fosse l'animo suo, che per me giudico tristo) non si mostrava alieno da porgere aiuto ad Ottavio a patto, che ei tenesse Parma a nome dello Imperatore. Il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento afferma avere Ottavio rigettato la proposta; al contrario il Gossellini nella Vita del Gonzaga dichiara, che fu spedito un corriere allo Imperatore per la ratifica dello accordo; checchè di ciò sia Ottavio scrisse lettere a Paolo III significandogli, che dove si ostinasse a negargli Parma per amore, e' se la sarebbe presa per forza co' sussidi del Gonzaga; giunse questa nuova oltre ogni credere amara al Pontifice, il quale querelandosi diceva la viltà del nipote, che per cupidigia d'imperio acconsentiva stringere la mano intrisa del sangue paterno avergli trafitto il cuore assai più della strage di Pierluigi; ma non gli credevano, nè a torto, imperocchè anch'egli, nonostante cotesto omicidio, o non aveva negoziato con Cesare per barattare Parma e Piacenza con lo stato di Siena? Avanzava una speranza al Pontefice, ed era, che il Cardinale Alessandro non avesse intinto in coteste tresca; ma chiamatolo a sè, conobbe il contrario; allora ruppe in escandescenze, e in mezzo ad una procella di rampogne strappò di mano al Cardinale la berretta sbatacchiandola a terra; all'ultimo tramorti; rinvenuto dopo parecchie ore si giudicò morto, per la quale cosa convocati i Cardinali commise loro pigliassero tosto i provvedimenti che al bene della Chiesa reputassero più acconci; però al tempo stesso o che la cupidigia d'ingrandire la propria famiglia ripigliasse in lui il sopravvento, o per la contradizione inseparabile dalla nostra natura sul punto di chiudere gli occhi sottoscrisse un Breve per Cammillo Orsino e glielo mandò pel suo segretario Antonio Elio vescovo di Polo con ordine espresso di restituire Parma ad Ottavio; se nonchè Cammillo da prima sospettandolo falso, non lo volle obbedire, e poi chiarito dell'autenticità sua, ma al punto stesso della morte del Papa, s'intorò nel rifiuto allegando, che la volontà di uomo sano di corpo e di mente non si aveva a posporre a quella di uomo moribondo per avventura privo di discorso di ragione.

I costumi di questo Papa perversi; da parecchie femmine ebbe figli non pochi: sua madre per temperarne la licenza lo fe' chiudere in castello S. Angelo, donde il futuro vaso dello Spirito Santo si calò per mezzo di una corda; altri poi affermano patisse la prigione a cagione di Brevi falsati: cardinale lo creò Alessandro VI e affermano in salario di libidine dal vecchio Papa sfogata nella sua sorella Clara e sarà; altre cose aggiungono, ma le lascio addietro, perchè molto gravi elle sono ed a me paiono provate poco; assunto al ponteficato condusse onesta vita; egli è ben vero che allora contava sessanta anni sonati; ma ciò non fa caso; anco Alessandro VI giunse a cotesta età e tuttavia nelle senili membra riardeva più tetra la libidine: ma se quanto alla sua persona lasciò poco a riprendere, a veruno dei Papi prima o dopo di lui fu secondo nel patire le infamie della propria famiglia. Margherita tenne sempre in dispregio il marito Ottavio, e se ne aperse col padre Carlo, che le detto facilmente ragione; di nefanda celebrità vanno famose le turpitudini de Pierluigi Farnese: io le ho discorse nella vita di Andrea Doria, nè quì le ripeterò: tanto basti, che quando i Luterani seppero il mostruoso strazio di Cosimo Gheri vescovo di Fano esclamarono: «verun tiranno al mondo avere immaginato modo più truce di martirizzare i santi.» Paolo fu uomo di molta dottrina; lo educò nelle lettere Pompilio Leto, nelle matematiche Alberto Pigho; dimorando nelle case di Lorenzo il magnifico apprese eleganza e vizi; facondo nel dire, e abbondevole, ma avviluppatore così che mal sapeva sviticchiarsi dalle sue medesime reti: magnifico nei palagi, nelle vesti, e nelle suppellettili, e tuttavia laido, onde essendogli un giorno state donate sessanta catinelle, e sessanta boccali di argento ne cavarono fuori certo epigramma, che concludeva: «or come con tanti bacini, e mesciroba conservi, o S. Padre, così sudice le mani?» Vezzo comune a cotesti tempi la fede nell'astrologia, ma a lui Papa disdisse mostrarsi nella pratica di errore siffatto piuttosto eccessivo che zelatore: nè piccolo nè grande negozio s'iniziava da lui se prima non andava certo della influenza degli astri; protrasse a lungo la conclusione della lega con la Francia perchè non rinveniva conformità di nascita tra quella del re Francesco e la sua: non so, se sul declinare della vita si guarisse da cotesta infermità, certo egli ebbe a patire di fieri disinganni; imperciocchè il medesimo giorno, forse la medesima ora nella quale sè predicava beatissimo, ed in felicità si metteva allato di Tiberio (in che potesse estimarsi avventuroso Tiberio io non saprei dire) i patrizi Piacentini dopo avere messo il figliuol suo alle coltella lo spenzolavano, miserando cadavere, fuori delle finestre della cittadella di Piacenza.

Gli archivi di stato di Firenze contengono minuta la storia dei viluppi adoperati nei Conclavi, dacchè d'ora in poi si può dire, che i Medici fabbricassero i Papi. Da prima i voti si portano sul Cardinale Salviati a cui per nocere meglio finse porgere aiuto Cosimo I; poichè ebbe logorato il Salviati al Cardinale Ridolfi il Conclave si volse al Cardinale Polo, e riusciva se non gli apponeva il Cardinale Caraffa dubbio di fede non sana; allora si trastullarono col Burgos per trovare l'uomo sul quale accordarsi. «O perchè non fate me Papa? Disse celiando il Cardinale dal Monte. Io vi prometto, appena assunto Papa, creare Cardinale il garzone, che custodisce la mia scimmia e darvelo per collega.»

Piacque la giocondità del Cardinale, e ci pensarono su; Cosimo lo ebbe caro perchè suo suddito come quello che aveva sortito il nascimento a Monte Sansavino; non garbava agli Spagnuoli temendolo parziale ai Francesi, ma anco qui pose sesto Cosimo, il quale condusse i Farnesi guadagnati col patto di favori ampissimi, e della restituzione di Parma al duca Ottavio, e non se ne poteva fare a meno, imperciocchè i Cardinali Farnesi disponessero di ben ventitrè voti: accomodate a questo modo le cose scese lo Spirito santo ed uscì eletto il Cardinale dal Monte, che tolse nome di Giulio III, in memoria di Giulio II che lo aveva creato camarlingo.

Giammaria Giocchi, che tale si chiamava veramente Giulio III, mantenne Papa le promesse del Cardinale: innanzi tratto risegnò il suo cappello cardinalizio di santo Onofrio al ragazzo amato da lui e glielo mandò fino a Bagnaia di Viterbo. Invano i Cardinali si opposero alla strana elezione, e sopra gli altri il Caraffa che commosso da tanta indegnità (ed egli a suo tempo fece peggio) si astenne da intervenire in concistoro: a quanti esponeva ignota la nascita del garzone, troppo fresco di età, annoverando diciassette anni appena, veruna fama correre dei suoi meriti, piuttosto bocinarsi di sue capestrerie e non poche, il Papa piacevolmente rispondeva: «O voi quando mi avete eletto Papa quale merito avete trovato in me? Io davvero non lo so, pensate se voi!» Dissero, che il giovane nacque a Piacenza da gente povera, che lo abbandonava su la strada, ond'ei menò primi anni da zingano più che altro; il Cardinale dal Monte passando per certa via a Parma vide il garzone alle prese con una scimmia: pigliando piacere alla singolare giostra stette a mirarne l'esito, che fu la disfatta della scimmia senza troppo danno del ragazzo; allora se lo condusse in casa, e siccome il Cardinale assai si dilettava tenersi attorno strani o rari animali ei ne commise il governo ad Innocenzo. Aggiungono, che il ragazzo di giorno in giorno viepiù gli entrò in grazia, non senza taccia di turpe amore; per la quale cosa persuase il suo fratello Baldovino ad adottarselo per figliuolo, gli diè maestri di lettere, lo provvide del prevostato della Chiesa di Piacenza, se lo condusse a Trento, dove infermatosi per consiglio dei medici lo mandò a Verona a pigliare aria; e quando risanato annunziò al Cardinale il suo ritorno a Trento, questi sotto colore di recarsi a diporto fuori della città condusse seco ad incontrarlo una caterva di prelati quasi a testimonio delle stemperate carezze con le quali lo accolse. Il Papa poi a giustificare cotesta sua insania afferma amare il giovane perchè gli avessero presagito gli astrologhi, che alla buona ventura di lui andava legata la sua.—Migliori ricerche oggi ci certificano, che il Cardinale Giammaria impregnasse la moglie di un bombardiere della rocca di Forlì, che a suo tempo partoriva questo fanciullo, il quale dal padre vero derelitto, dal putativo dispettato fuggì di casa furfantando, e accattando per diverse ville finchè il caso non lo fece cascare nelle scuderie del padre Cardinale allora legato a Bologna, dove dopo diversi casi riconosciutolo gli pose soverchio affetto come troppo poco gliene aveva portato prima, a sè ed a lui nocendo con gli eccessi insensati. Certo questa notizia non lava la memoria di Giulio III, pure lo salva da maggiore infamia; e per un Papa ordinariamente la minore vergogna pare quasi lode. Di questo Cardinale chiamato, per ispreto, scimmia, avremo a ragionare più tardi.—

Tutti gli altri empì di prebende e di benefizi; nel dare quattrini poi questo Papa parve rovesciasse la cassetta, e ne scotesse il fondo; ma il guaio che mise da capo a soqquadro la cristianità fu la promessa di rendere Parma ai Farnesi; e questo attenne, anzi Cammillo Orsino nicchiando a consegnarla sotto colore, che ci aveva speso ventimila scudi di suo per difenderla, il Papa glieli mandò liberandosi dalla avara fedeltà di cotesto soldato, nè si fermò qui, chè si obbligò eziandio pagare ad Ottavio Farnese duemila ducati il mese perchè la difendesse. Ottavio poi non solo intendeva difendere Parma, ma sì anco ripigliare Piacenza, mentre Ferrante Gonzaga tornato ai suoi primi odi contro i Farnesi gl'insidiava il Parmigiano, e il Papa ormai di danari si trovava al verde. Ottavio andato a Roma per soccorso senti rispondersi che non solo doveva deporre la speranza di aiuti, ma renunziare alla pensione dei due mila scudi mensili; allora egli più volte chiese, e più volte il Papa gli concesse di legarsi con qual Principe più gli paresse spediente a sostenerlo incolume dagli assalti di Spagna. In quei tempi in fatti di leghe non vi era luogo a scelta, o con la Francia, o con l'Austria, dacché gli altri potentati o con questa o con quell'altra si azzoccassero: di fatti Ottavio si accosta a Enrico II, che lo accoglie a braccia quadre, e pone sopra lui il fondamento della prossima guerra; pigliò ai suoi stipendi il presidio di Parma, e i soldati francesi tornarono a rovesciarsi nel bel mezzo d'Italia. Il Papa accortosi di quel nuovo groppo di guerra o sia, che non desse intenzionalmente alle sue parole la estensione, che pure esse presero o non reputasse Ottavio capace di valersi della facoltà concedutagli, fatto sta, che saltò su i mazzi, e procedendo tutto pieno di stizza tacciava Ottavio di verme prosuntuoso: ed aggiuageva «nostra volontà è confidarci insieme con lo Imperatore ad una medesima nave: allo Imperatore spettano intelletto e potenza;—s'intimi Ottavio recarsi a Roma e subito; depona le armi costui; sè commetta intero alla balìa del socero augusto; se tentenna, guai! lo bandirà ribelle, lo assalirà con le armi spirituali e temporali.» Ottavio rispondeva gli torrebbero prima la pelle, che Parma, e il Papa aizzato dallo Imperatore, e dal nipote Giovambattista dal Monte giovane, che di sè sentendo altamente desiderava acquistarsi buon nome nella milizia rompe la guerra a Ottavio radunando impetuoso armi, e cavalli: cavatosi a un tratto dalla consueta indolenza egli agita adesso cielo e terra per opprimere il Farnese; spedisce tra gli Svizzeri perchè neghino soldati al re Enrico, poi scrive in Francia per dissuadere Enrico stesso da sovvenire il duca Ottavio profferendogli mari e monti se si fosse inchinato a compiacerlo; trovato il terreno duro il Papa monta in furore e grida che se il re non gli lascia stare Parma a lui basterà l'animo di levargli la Francia. I Consiglieri del Cristianissimo non si spaurivano del Papa a cotesti tempi, epperò in brevi accenti gli notificarono, quanto a Parma non voler sentirne parola, quanto al restante intimerebbero un Concilio nazionale in Francia, e lo intimarono, il Papa spaventato prega cessi il re ogni disegno di Concilio; rispetto a Parma, ogni litigio fra loro rimanga cireoscritto là dentro. Ma la contesa si dilatò oltre ogni giudizio umano e valse a mutare le condizioni della Germania, ed anco quelle d'Italia, ma in peggio. La guerra di Parma andò a precipizio, il Papa ci perse l'esercito, ci spese l'ultimo suo soldo, e per colmo di dolore gli ammazzarono il pro' nepote Giovambattista mentre con la consueta prodezza combatteva fuori della Mirandola; i Francesi legati co' protestanti di Germania compaiono sul Reno, l'elettore Maurizio di Sassonia nel Tirolo, Carlo postosi a cavaliere su i monti per contenere amedue è costretto a fuggire da Inspruch per non cascare in mano del nemico.

Quando le faccende riescono per la peggio i soci litigano fra loro, ed è fatto antico, però tra il Papa, e lo Imperatore ricambiavansi i rimproveri, il primo perchè non gli pareva essere stato secondo le speranze o le promesse soccorso, il secondo perchè avendo assunto cotesta impresa pei conforti del Papa, questi avrebbe dovuto buttarcisi dentro a corpo perduto; ma lo screzio era comparso maggiore in materia di religione però, che Giulio avesse promesso riaprire il Concilio, ed anco questo era stato da lui attenuto; tuttavia in breve si accorse come i vescovi spagnuoli mirassero a scemargli l'autorità più rigidamente, che i deputati tedeschi, imperciocchè da un lato essi presumessero rendersi schiavi i capitoli, e dall'altro torre al Papa la collazione dei benefizi, dal che questi com'è naturale aborriva; onde scrivendo al Cardinale Crescenzio esclamava: «non sarà vero, non comporteremo mai, prima lasseremo ruinare il mondo.» Mosso dalle quali considerazioni prese a favorire i protestanti anzi tirarseli a sè con doni, e con pecunia; l'autorità di Cesare per le battiture della fortuna scemando crebbe la baldanza nei germanici; di qui risse, ed oltraggi ai prelati massime spagnuoli, che male sopportando il presente, troppo più temevano pel futuro; onde non parve vero a tutti tornarsene a casa; molto più, che il Concilio non si scioglieva, bensì si prorogava: termini medi dentro i quali si adagiano beatamente le anime codarde.

A Giulio non parve vero uscire dal pelago per immergersi nella naturale indolenza; si chiuse nei diletti della vita, non però volgari, chè temperato ei fu, e cultore dei buoni studi, e delle belle arti; attese a fare stato ai suoi: la duchea di Camerino rapita alla Varana concesse a Baldovino, non in signoria assoluta, ma in feudo; modo che in fine di conto torna ad alienazione sovversiva (secondo le moderne dottrine della curia romana) la Chiesa di Cristo.

Marcello Cervini, che sotto nome di Marcello II subentra a Giulio nella cattedra di San Pietro passa come ombra; lo celebrano buono; forse ei non deve questa reputazione se non al tempo breve, che soggiornò sopra la terra.

Già toccammo di Giovampietro Caraffa, uomo torbido, sempre in contrasto seco stesso o con altrui; renunziò vescovato ed arcivescovato per fondare l'ordine dei Teatini, ma si lasciò eleggere cardinale; contava ben settantanove anni quando lo promossero Papa; parte dei costumi di lui, anzi anco dei detti gli scrittori attribuiscono a Sisto V, però che fosse egli il quale gittata di un tratto la lunga ipocrisia appena vestito il gran manto, interrogato quale desiderava avesse ad essere il suo trattamento e la mensa, rispose: da principe grande; indole impastata di odio senza pure un pugillo di amore; si vantava non avere mai compiaciuto persona di cosa che gli fosse richiesta; bastava, che taluno lo supplicasse di qualche favore perchè subito sorgesse in lui la repugnanza invincibile di concedergliela. Nello intento di sostenere le forze rifinite cibava vivande di molta sostanza e beveva vini gagliardi, massime una maniera di vino grosso napolitano chiamato, mangiaguerra, capace da rompere le pietre[1], pareva, argomentando sulla passata vita, si sarebbe consacrato tutto alla religione, e invece s'intricò in guerre pericolose; ancora, presagivano la fede avrebbe conseguito per lui notabile avanzamento, ed all'opposto le nocque quanto il più tristo o il più inetto dei Papi. Nei primordi del pontificato giurò alcuni patti, che spergiurò, e a cui gliene mosse lamento fece una bravata da mettere addosso il ribrezzo della febbre quartana; spedì monaci di Montecassino in Ispagna a curare la disciplina dei conventi; ad ogni patto esaltò alla porpora il nipote Carlo Caraffa soldato; in costui non una virtù, bensì un vizio il quale nella estimativa del Papa non solo teneva luogo di tutte le virtù ma le superava, ed era l'odio rabbioso contro Carlo V e la sua potenza per cause o lievi o poco onorevoli; le quali furono avergli tolto un prigione senza riscatto, ed impedito il possesso di una prioria di Malta. Egli aveva tuffato le braccia fino al gomito nel sangue umano, e non lo ignorava il Papa, ma avendone fatta la confessione e la penitenza secondo la estimativa pontificia ridivenuto candido come colomba: se questo poi credesse o no Paolo nella intima coscienza ignoro, ma certo agevolmente aggiustiamo fede a quanto a noi piace, che sia. Poco dopo con manifesta tragressione ai patti giurati. Paolo bandiva Cardinale Alfonso figlio del Conte di Montebello garzone di solo diciasette anni.