[1] Vuol essere servito molto delicatamente, e nel principio del suo pontificato non bastavano venticinque piatti; beve molto più, che non mangia: il vino è possente, gagliardo, nero e tanto spesso, che si potria tagliare col coltello, e dimandasi mangiaguerra. Relazione di Bernardo Navagero.
La storia ricorda avere questo vecchio concepito profondissimo odio contro gli Spagnuoli, il quale era come ereditario nella famiglia di lui, che nei ricordi del regno di Napoli vediamo sempre disposta a seguire le parti di Francia, e a pigliare le armi contro gli Spagnuoli; essendo egli cardinale consigliò Paolo III a impadronirsi di Napoli: non rifiniva mai di levare a cielo la Italia, quando principi nati o naturati in lei la governavano, paragonandola ad una cetra di quattro corde mirabilmente armoniate fra loro Napoli, Milano, Venezia e Chiesa; nè di maledire le perdute anime di Alfonso di Arragona, e di Ludovico il Moro, che ci avevano chiamato gli stranieri per sostenere le scambievoli querele. Seduto a mensa quando gli lavorava dentro il vino mangiaguerra buttava fuoco e fiamme vituperando gli Spagnuoli di dannati, razza di mori e di giudei, feccia del mondo; e via di seguito; sè millantava destinato a sbrattare la Italia da cotesta pestifera genia.
Cause all'odio suo molte; talune private, ma potentissime tutte; private erano, averlo lo Imperatore escluso dal consiglio di amministrazione del regno di Napoli, molestarlo nel possesso dei suoi benefici, vituperarlo con parole, scapestrate in tutti, ma nello Imperatore indegnissime cause pubbliche, la persuasione che Carlo talora avesse favorito la causa degli eretici, e i tentativi di lui per farsi dichiarare da Paolo III suo successore nel papato; i quali intenti comecchè paiano adesso strani non furono nuovi, chè anco Massimiliano suo avo ci si provò, e quando Carlo li ripropose non se li vide mica scartare come enormità, leggendosi nei dispacci del Mendoza come essendosi aperto in proposito col Cardinale Gambara, questi lo accettò averne scritto al Papa, che rispondendo disse non trovarci niente di male; e senz altro lo uccellò: per ultimo, la conoscenza forse, che Paolo ebbe come Carlo non riuscendo nello intento di farsi eleggere Papa disegnava torgli il potere temporale, e di ciò porge testimonianza il suo testamento pubblicato in Ispagna ai giorni nostri dove occorrono questi notabili precetti al suo figliuolo Filippo.
«Art. 5.» «Dopo avere ridotto tutti i principi in condizione di semplici governatori bisognerà torre al Papa ogni dominio temporale, oltre la città di Roma… si avranno poi a chiamare persone dotte, affinchè per via di concioni e di scritture insegnino ai popoli essere improntitudini pontificie le scomuniche ai principi per negozi puramente temporali, nè Cristo avere trasmesso mai siffatte facoltà alla Chiesa.»
«Art. 6.» «Spogliato il Papa di ogni suo possesso, fie mestieri professargli reverenza profondissima per quanto concerna la sua autorità spirituale e tenerlo a Roma, come già fu in Avignone, subietto ai principi regnanti.» Ed altra volta avvertimmo come Carlo, tenendo prigioniero Clemente VII, pure ordinava in tutte le cattedrali dei suoi vasti stati si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; leggesi altresì, che dopo morte, stessero a un pelo per processarlo come eretico, e s'egli ne uscì illeso si riversarono le ire sacerdotali sopra il suo teologo e predicatore arcivescovo di Toledo Carranza. Però non si creda mica che Carlo non fosse devoto, anzi bigotto, ma l'autorità papale egli voleva sottoposta a sè in sostegno della sua tirannide, mentre il Papa disegnava usarla per mettersi sopra di lui; le inimicizie loro gara di dispotismo. Il Papa si lega con la Francia contro la Spagna, dove Carlo continua a vivere non da Imperatore, ma da frate; indi a breve la Francia voltabile fa tregua con la Spagna; il Papa indracato di guerra manda a Parigi il Cardinale Caraffa per rompere la tregua; ma i Francesi stando sul niego, per isgararla, prima da Napoli poi sbracia Milano; di Napoli consente si componga un regno per un figlio del re Enrico II, di Milano per un'altro: la nostra Caterina dei Medici era stata tanto feconda, che bisognava pure pensare di ammannire una pastura di popoli ai regali appetiti; ancora, vediamo, che cosa intendono i Papi per restituire libertà alla Italia; trarre dall'asse chiodo con chiodo, agli Spagnuoli sosituire Francesi; lo sfogo delle vendette sacerdotali appellano cura, e utilità della Patria. In questa guerra, Paolo IV, modello quasi perfetto del romano pontefice, strinse alleanza con Soliman; così per vendicarsi di Carlo reo di avere favorito i Luterani, e non era vero, egli si acconta co' Turchi; e fa anco peggio, perchè conosciuto come l'oratore di Filippo Garcilasso della Vega di tutti questi tramestii ragguagliasse il suo signore, e non faceva altro che adempire il proprio dovere, lo caccia in prigione, in prigione altresì il Taxis, direttore delle poste spagnuole per avere spedito i dispacci, e per di più lo tortura; l'oratore imperiale Saria, il quale commosso da tante enormezze si affretta a moverne lamento col Papa, dopo averlo fatto aspettare per più di un'ora alla porta, appena è intromesso. Parmi utile che gl'Italiani conoscano (essendo cose ormai poco note o affatto dimenticate) come Filippo II, uomo piuttosto furibondo di religione cattolica, che cattolico, riunito un congresso di teologici di Salamanca, di Alcalà, e di Vagliadolid, non che dei più illustri giurisperiti spagnuoli, innanzi di rompere la guerra al Papa, volle lo chiarissero intorno ai seguenti quesiti i quali di unanime accordo furono risoluti in pro della prerogativa regia: «in caso di guerra difensiva contro il Papa possono sequestrarsi le rendite dei beni di coloro che spagnuoli o no li posseggono in Ispagna, quante volte rifiutino obbedienza al sovrano del pari, e nel medesimo caso possono sequestrarsi le entrate dei benefizi ecclesiastici, e vietare ogni spedizione di pecunia a Roma: o che sarebbe peccato convocare un Concilio per esaminare un po' se Papa Paolo sia stato canonicamente eletto? E non importerebbe alla incolumità della Chiesa instituire una inchiesta sopra gli enormi abusi della curia romana, ed avvertire alquanto, senza lasciarsi scarrucolare dai preti, di metterci sesto davvero?
Per altra parte il duca di Alba vicerè di Napoli (e imparino i ministri del nostro regno italiano come, ora fanno tre secoli, uomini salutati campioni del cattolicismo costumassero con Roma) inviava al Papa lettere ortatorie perchè smettesse ogni disegno di guerra, e il Papa rispondeva cacciando il messo in prigione, e taluni aggiungono mettendolo al tormento; al tempo stesso avendo ammannito armi ed esercito il vicerè faceva alle pontificie capestrerie tenere dietro il castigo: occupa le terre della Chiese, e da per tutto appicca i cedoloni con le armi del sacro collegio, annunziatori, renderebbe le terre al nuovo Papa eletto legittimamente, industriandosi di porre in iscrezio Papa e Cardinali. Cadde Anagni dopo piccola resistenza, e andò a sacco; la subita resa preservò Tivoli; a Roma desolazione e paura; solo il Papa imperturbato; allora gli gettarono a palate lodi di costanza; a noi adesso sembra, qual'era, vecchio stupidamente incaponito: all'oratore Veneziano, che gli metteva parole di pace rispose: uscissero gli Spagnuoli di su quello della Chiesa; poi avviserebbe; certi gentiluomini francesi presi in sospetto di negoziare tregua col duca di Alba minacciò del capo, e alla minaccia aggiunse il sacramento di Dio e dei suoi santi; ma siccome co' giuramenti, e con le minacce non si sostengono guerre, così Paolo si sbracciò ad abborracciare un'esercito non badando, per formarlo, più allo storto, che al diritto, e però come prima si era amicato col Turco, adesso pigliava al soldo della Chiesa Tedeschi luterani; perseguitava di odio immortale (egli almeno afferma così) Carlo V perchè non procedeva modo suo feroce con gli eretici, ed egli se li pigliava a difensori; se lo Imperatore, o il Re gli avessero pur tocco un po' di calugine s'inalberava sbuffando, gli eretici condotti dal Papa sberteggiavano lui, la fede, e i riti cattolici, ed egli, purchè la sua sterminata superbia rimanesse soddisfatta, sopportava in pace.[1] Ponete mente, che di qui scappa fuori una grande lezione; questo Papa, reputato atleta della fede cattolica, guerreggia popoli cattolici con armi luterane e turchesche. Ma ogni difesa cedendo alla fortuna spagnuola, espugnata Ostia, sconfitto lo esercito, invano facendosi dal Cardinale Caraffa prove di egregio valore, il Papa ebbe a piegare la cervice arrogante, e chiedere tregua. Egli vi si condusse nella speranza d prossima vendetta ragguagliato com'era dei Francesi accorrenti alla riscossa; non la dissentì il Duca di Alba perchè prudentissimo, e perchè anch'egli avesse rilevato di fiere battiture, massime allo assalto di Ostia, onde rimase conchiusa per 40 giorni: questa nuova giunse a Carlo mentre s'incamminava al romitorio di San Giusto, e gl'increbbe così, che con parole acerbe censurò la tregua come quella che concedeva tempo ai Francesi di soccorrere Roma; questo piissimo Imperatore mentre stava per entrare in convento moriva di voglia di mandare a sacco una seconda volta la sede della Chiesa cattolica; anzi ci si trovò presente a coteste sue querele arroge, com'egli borbottasse fra i denti altre parole irate, che non si poterono capire.
[1] «Quel pontefice per ciascuna di queste cose fosse cascata in un processo avrebbe condannato ognuno alla morte ed al fuoco le tollerava in questi come i suoi difensori.» Relazione di Bernardo Navagero.
I Francesi arrivarono di corsa condotti dal duca di Guisa, le terre della Chiesa occupate dagli Spagnuoli furono riprese in un batter di occhio; il Papa non capiva in sè dalla contentezza, di benedizioni e di promesse dispensò un diluvio, ma quando il Guisa fu sul punto di entrare su quel di Napoli il duca di Montebello nipote del Papa gli condusse pochi fanti di aiuto: presero Campli e col vessillo della Chiesa ci furono commessi fati, che i Turchi non avrieno potuto peggiori; famoso va per le storie l'assedio di Civitella dove si ruppero le forze francesi e del Papa davanti la resistenza disperata dei cittadini, massime delle donne. Certa cosa ella è che se i soli soldati avessero condotto le difese, i Francesi vincevano: ma a sbaldanzire la burbanzosa prosunzione dei soldati gesti antichi di popolo non bastano, nè anco i moderni; le forze del popolo sempre durante il pericolo s'implorano, passato il pericolo si dispettano sempre. Questa lega incominciata con le benedizioni finì con lo scaraventare, che fece il Guisa un piatto nel capo al duca di Montebello; sopraggiunsero acquazzoni a guastare le opere francesi, sicchè il Guisa stizzito ebbe a dire: «anco Dio è diventato Spagnuolo!» Il duca di Alba campeggiando ributtò il nemico fuori del regno; non mancarono in cotesti tempi censori, i quali lo ripresero per non avere assalito i Francesi nella ritirata, principalmente al passo del Tronto, ma egli rispondeva: le fortune della guerra mutabili; suo intento sbrattare il regno dai Francesi, e questo avere conseguito; non doversi mai cercare miglior pane, che di grano, nè egli volere giocarsi Napoli con la casacca di broccato del duca di Guisa. Però non istette guari che gli assalitori diventarono assaliti: Segni pagò per Campli; francesi o spagnuoli espugnando bene saccheggiavano, stupravano, uccidevano, gli uccisi, e i rubati italiani. Il duca di Alba all'improvviso di Fabio si tramuta in Marcello, e con audacissima mossa si avventura a sorprendere notte tempo Roma; nè gli andava fallito il disegno se considerando uno irrequieto agitarsi di torce, e certi cavalli proprompere fuori delle porte non avesse temuto, che Romani avvertiti del pericolo mandassero pei soccorsi al Guisa accampato a Tivoli; per la quale cosa il duca di Alba non volendo essere tolto in mezzo a due fuochi rifece i passi. Gli storici affermano che il duca di Alba non si apponesse al vero, imperciocchè il Caraffa perlustrasse la città non per avviso speciale, ma sì per abito di militare diligenza; e i cavalleggieri fossero usciti con tutt'altra intenzione, che quella di chiamare i Francesi. L'oratore di Venezia Bernardo Navagero afferma intendimento del duca di Alba essere stato sol quello d'impadronirsi della persona del Papa e così troncare di un colpo la guerra tuttavia bene nota il Prescott nella vita di Filippo II è difficile credere, ch'egli avesse potuto, entrato ch'ei fosse, contenere quella, che il nostro Niccolini definisce:
«Avara crudeltà di Catalogna.»
E volente, o no si sarieno rinnovati i recenti orrori del contestabile di Borbone, ed i più antichi dei Goti; e a questo modo la pensa anco il Campana, il quale dichiara quanto allo assalto notturno degli Spagnuoli il cardinale Caraffa averne avuto odore dal segretario Placidi, e quanto al sacco essere cosa ormai stabilita fra i Tedeschi che si trovavano col duca di Ala. I Romani commossi dal pericolo con vivissime istanza, che facevano sentire la violenza, chiesero al Papa smettesse la guerra; ma questo vecchio indracato li chiamò vili, ribaldi, degeneri da quegli antichi Romani, che innanzi di sottomettersi ai Goti elessero morire di fame, ma a fiaccargli l'orgoglio giunsero a un punto la nuova della sconfitta dei Francesi a San Quintino, e il richiamo del Guisa, il quale si mostrava tanto di cotesta impresa ristucco, che a cui non voleva saperlo andava dicendo: «nè manco con le catene lo avrieno tenuto in Italia.» Il Giusa pertanto in compagnia dello Strozzi fu dal Papa, ed espostagli la condizione delle cose lo confortò alla pace: narrasi, che udite le costui parole con mal piglio il Papa dicesse al Giusa: «Andate via, e con voi rimanga il convincimento di avere operato poco in pro' del vostro re, meno per la Chiesa, niente per l'onor vostro.» La pace sforzata in virtù di questi casi venne conclusa, non però senza contrasti attese le esorbitanze del Papa, che per primo patto volle andasse il duca di Alba a chiedergli perdono a nome del suo re, e a quante rimostranze gli movevano per procedere più temperato rispondeva: «caschi il mondo, io non ci renunzio, non mica per me, sibbene per l'onore di Gesù Cristo!» Come s'egli fosse Cristo, e a Cristo premessero onori siffatti; il duca che fumava di superbia non meno di Paolo stava duro a respingere il patto, ma venutogli dal re ordine espresso di accettare, piegava la testa: si recò a Roma, si genuflesse al Papa, gli baciò il piede; tuttavia levatosi ebbe a dire «hoggi il mio re ha fatto una grande sciocchezza, e se io fossi stato in suo luogo, et egli nel mio il Cardinale Caraffa sarebbe andato in Fiandra a fare quelle stesse sommissioni a Sua Maestà, che io vengo hora di fare a Sua Santità.»