Francesi, Spagnuoli, Tedeschi, ognuno per parte sua infieriva nella opera di demolizione; Ferdinando imperatore proponeva il Papa si umiliasse come Cristo, ed attendesse a riformarsi sul serio rispetto a sè, alla sua corte, ed allo stato. Il Concilio provveda a migliorare i Cardinali e il conclave, imperciocchè come possa pretendersi che da Cardinali pessimi esca Papa buono, davvero non si comprende; i decreti si ammanniscano dai deputati della varie nazioni; di più, lo imperatore domandava il matrimonio dei preti e la comunione sotto le due specie; si fondassero scuole pei poveri, si depurassero i breviari, le leggende, e le vite dei santi; le orazioni nello idioma nativo ogni popolo recitasse; si mettessero a partito i Conventi, a fine che le male possedute ricchezze a scopi empi non si spendessero; con altre più cose per le quali da cima in fondo la Chiesa sarebbe stata trasformata. Gli Spagnuoli aborrivano dal calice pei laici, dai connubi legittimi pei preti; instavano poi perchè la residenza dei vescovi nelle diocesi si dichiarasse di diritto divino, non già di umano instituto, e questo per sottrarre così di straforo l'autorità vescovile dal potere del Papa. I Francesi in parte aderivano ai Tedeschi, in parte no, ma Tedeschi, Spagnuoli, e Francesi si accordavano in certi punti contrari a Roma; primo fra tutti odioso, la pretensione arrogatasi dal Papa di volere egli solo, esclusi gli altri, proporre le cause da definirsi al Concilio, per la quale cosa l'Imperatore soleva dire due essere i Concili, uno a Trento, l'altro a Roma, e il meno, che contasse quello di Trento; non mancarono motteggiatori a sbottonare che lo Spirito Santo arrivava a Trento dentro la valigia del Corriere.
Roma caduta in queste angustie ecco piglia partito: Pio IV astuto subodora uno astuto, il cardinale Morone, e lo invia a negoziare con Ferdinando; lui vinto, agevole ogni cosa, però che con lui i Francesi si accontassero, e Filippo II per sangue, e per reverenza assai gli deferisse. Duro intoppo non chè persuadere, blandire lo imperatore, il quale si mostrava indracato perchè delle sue proposte di riforme non avessero fatto caso, e perchè il Papa, mercè le istruzioni ai legati governasse a modo suo il Concilio, e tuttavia il destro prelato sul primo punto diede ad intendere, che se le proposte dello imperatore non erano state messe innanzi al Concilio, non si poteva sostenere poi che non si fossero avute nella considerazione, che meritavano, imperciocchè talune di loro avessero fornito argomento a speciali decreti: non potersi negare e non negava la ingerenza soverchia di Roma nel Concilio, ma i Principi via, co' propri ambasciatori non s'industriavano sempre scavalcare Roma? E quì il cardinale usò l'estremo dell'arte pretesca, e della sottigliezza italiana per dare ad intendere a Ferdinando ch'egli voleva gittarsi nelle sue braccia, in tutto e per tutto contentarlo, e al punto medesimo non cedergli un capello quanto ad autorità del Papa.—Torre ai legati la facoltà di proporre riforme per concederla ai vescovi tornava lo stesso, che mandare a soqquadro non pure la Chiesa, bensì lo Stato; ponesse mente lo imperatore alle improntitudini vescovili, alle incessanti pretensioni loro; non avere mestieri incentivi i sudditi laici o no a contradire l'autorità: di punto in bianco i governi di monarchie si sarieno convertiti in oligarchici per diventare in breve democratici: lasciava giudicare al suo senno, se imperatore o Papa per voglia di bisticciarsi, avessero a dare le mani per fabbricare di questa maniera trabiccoli: ecco, si sarebbe potuto assettare la faccenda così; non i vescovi sibbene gli ambasciatori dei principi commettessero ai legati del Papa di proporre al Concilio quanto reputassero spediente, con facoltà di proporlo eglino stessi caso mai i legati si rifiutassero; altri punti concesse il Morone o finse concedere, e per compenso lo imperatore ammollò intorno a parecchie pretensioni, e principali fra queste la riforma del capo, e la dichiarazione se il Papa sia o no superiore al Concilio?
Il re di Spagna fu condotto a piegare in grazia di certo contrasto d'interessi che preme conoscere: i capitoli delle chiese spagnuole possedevano privilegi esorbitanti sicchè sovente contrastavano ai vescovi; di più i prelati spagnuoli avevano mosso querela al Concilio dei carichi co' quali gli opprimeva il governo; e poichè questi formavano parte non piccola delle entrate del re ne veniva che mentre i prelati s'industriavano a ripigliare il perduto, egli mulinava la guisa di tosarli più rasente alla pelle, che mai; invece poneva ogni diligenza in ampliare la potestà dei vescovi come quelli che pochi essendo più facilmente potevano corrompersi, od atterrirsi: quindi il compito del Papa non pure diverso ma contrario a quello del re, però egli promoveva a spada tratta gl'interessi dei capitoli; democratico con la Spagna, despota in Germania: ma poichè Filippo senza la Chiesa non poteva fare, si convenne il Papa tenesse in freno i capitoli, il re ordinasse ai vescovi di procedere meno arroganti, e questi di un tratto sommessi troppo, come troppo per lo innanzi impronti così passarono il segno della obbedienza verso Roma, che il re, quando ei furono tornati a casa, ebbe a dire loro «mi rallegro con le signorie vostre, che andati vescovi al Concilio hanno saputo tornarne vicari.»
In Francia governa sempre un'uomo, che qualche volta fu re, e spesso no; la forma politica non fa caso, repubblica o monarchia bisogna, che ella serva un padrone, e padroni per ora erano i Guisa, di cui gl'interessi li spingevano a mostrarsi zelaori rigidissimi della Chiesa; però protessero il Papa e ne furono protetti, rimossero le gozzaie, blandirono gli umori, dove il danaro valse non istettero su lo spilluzzico s'interposero mediatori felici tra i principi e Roma, onde il Papa più volte e in occasioni solenni ebbe a professarne al cardinale di Lorena ampissime grazie.
Pertanto il Papa accordatosi co' principi venne di leggeri a capo di ogni difficoltà; anzi per meglio tenerseli bene edificati renunzia alla riforma, che anco di loro doveva decretare il Concilio; quanto alla sua la promette sconfinata; solo lascino fare a lui, nè essi, nè il Concilio se ne mescolino.
Intorno al diritto esclusivo dei legati pontifici a proporre partiti, il Papa collo imperatore si erano accordati, e dicemmo come; restava ad assettare lo screzio con gli Spagnuoli, i quali essendosi spencolati a contrastarlo ora non vedevano passatoia per uscirne con decoro, ma ecco pronto il Morone a trovare un sutterfugio il quale consistè nella dichiarazione, che ad ogni prelato spettava il diritto di chiedere e dire quello che a lui Papa era concesso chiedere, e dire secondo gli antichi Concili: la parola proporre posero sotto lo staio.
Rispetto alla residenza dei vescovi pretesa di istituzione divina, ed alla incompatibilià dei Cardinali di tenere vescovati, abbazie, e benefizi curati e' fu fatto un empiastro; all'arcivescovo di Granata non garbava, e si ammanniva a contrastare in isgravio della sua coscienza; ma il conte di Luna lo persuase, che se la coscienza non gli consentiva a parlare contro il suo convincimento, nulla ostava a farla tacere: pertanto fu dichiarato, nel decreto, che i vescovi, e i cardinali, non potessero lungamente stare lontani dai vescovadi, e dagli altri benefizi con la cura delle anime; tale essendo il precetto di Gesù Cristo; così di scancio fu decretato, che i cardinali potessero possedere vescovadi, e abbazie, e che la residenza dei vescovi non era di diritto, bensì raccomandata da Cristo. Il Cardinale Morone poi promise, che una volta affermata l'autorità del Papa a forma del Concilio fiorentino, avrebbe consentito si dichiarasse la residenza dei vescovi di diritto divino, ma anco queste l'erano lustre sapendo che del Concilio di Firenze veruno voleva udirne parlare, e i vescovi o si accorgessero del tranello o no, abboccarono.
Composti a questo mo' gl'interessi del corpo, gli altri dell'anima aggiustaronsi di rincorsa; nelle tre ultime sessioni fu provvisto alla ordinazione, al matrimonio, alle indulgenze, alle immagini, al culto dei santi, e ad altre parecchie non lievi riforme. Non mai Concilio fu iniziato con intenzioni, ed anco con atti così ostili a Roma, e non mai alcuno rimase concluso con maggiore servaggio verso l'autorità pontifica; e non reca stupore, imperciocchè i prelati sovvenuti in prima nella opposizione dai principi trovandosi allo improvviso derelitti s'industriarono con la nuova sommissione ricattare la protervia antica. Il Papa, che si volle riformare ne uscì assoluto peggio che mai, molto più, che con una Bolla, vietò che altri chiosasse, e interpretasse le dottrine del Concilio, ed instituì una Congregazione di Cardinali deputata a interpetrare i decreti del Concilio; e di che sappia la facoltà d'interpretare in mano a Roma ogni uomo conosce; significa leggere nel Vangelo bianco, dove sta scritto nero.—Despota peggio che mai uscì il Papa dal Concilio di Trento, ed è vero, ma despota di seconda mano, arnese di servitù straniera alla Patria; il Concilio chiuse la porta a qualunque composizione co' cristiani di Oriente, e co' protestanti; sguinzagliò il fanatismo, che poi non volle, e più tardi non seppe reprimere. I popoli sperarono dal Concilio riforme gravissime; e rimasero delusi: le due tirannidi unite ai danni d'Italia la ridussero peggio che cimitero, però che questo raccolga quanto di materiale avanza alla creatura umana, mentre le nostre terre di ora in poi si fecero sepolcri di anime. Napoli e Milano spagnuoli; Venezia trepidante per trame occulte, o per manifeste violenze. Genova, Firenze, Mantova, Parma, Ferrara tratte schiave dietro al carro della Monarchia Spagnuola. Siena stramazzata per fame sul terreno imbevuto del sangue dei suoi migliori figliuoli; Lucca beffa di repubblica. Emanuele Filiberto, Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola, Giovannandrea Doria, ed altri imperiti a combattere per la Patria, eroi per vincere battaglie ed espugnare terre in pro dello straniero; per la tirannide fulmini, per la libertà paralitici; lingua, andazzo, e tutto dentro, e fuori spagnuoli; intantochè i grandi stati intorno alla Italia si formano, la Italia per colpa propria, ed altrui si rompe in brandelli; poi viene la pace di Castello Cambrese, che marca la Italia in fronte, come nei tempi feudali i baroni marchiavano gli schiavi propri per non confonderli con gli schiavi dei baroni vicinali.
Pio V rimase come sfinito dagli sforzi durati pel Concilio di Trento; prima, che le riforme dei costumi si ponessero in esecuzione egli si dispose a godere del benefizio del tempo per sollazzarsi: di offici divini non volle intendere; di negozi meno che mai; prese a costruire fabbriche magnifiche, ogni dì feste, e conviti: le stemperatezze della corte di Lione X intendevano riformare, e rinnovavano. Ma il fanatismo, di che toccai, appena sveglio minaccia lo stesso Pio; un Benedetto Accolti, il quale nientemeno presumeva essere consultato dal Padre eterno intorno alle cose da farsi in questo mondo, ed anco palesava lo stabilito fra loro, non senza offerirsi a provarlo vero con lo sperimento del fuoco, macchina insidie alla vita del Papa. Causa della strage i fatti del Papa diversi dalle parole: costui incapace, anzi indegno, a reggere il gregge cristiano, Pastore di Cristo, si aggiunge un complice a cui promette un diluvio di beni nell'altro mondo; in questo non tanti, pure una buona derrata per la parte del successore di Pio: si appostano per trucidare il Papa, alla vista del quale manca loro il coraggio: da per loro si accusano; dovevano essere mandati allo spedale dei matti, e li mandarono al supplizio!
Ecco un santo, e sia per la chiesa; per noi uomo santo significa buono, che cammina diritto nelle vie del Signore di tutta misericordia; io lo dimostrerò a filo di storia; chi legge giudichi. Costui nacque di piccola gente a Bosco presso Alessandria, e si nomò Michele Ghislieri; si rese frate domenicano, in breve fece prova di fanatismo feroce, onde lo deputarono inquisitore, e lo preposero agli uffici di Bergamo e di Como come quelle che per la prossimità degli Svizzeri, e dei Tedeschi, o della Valtellina od erano o correvano rischio di riuscire più contaminate di eresia: dei modi suoi selvatici basti udirne tanto, che spesso ebbe a fuggire, o nascondersi in remoti tuguri: a Como lo presero a sassi: da Bergamo fu bandito dal governatore Niccolò da Ponte per colpa della improntitudine sua, non essendosi peritato da citare dinanzi al suo tribunale Vittorio Soranzo vescovo di cotesta città per provarlo intorno alla fede; il conte della Trinità a Fossano minacciò gettarlo nel pozzo: nella relazione dell'oratore veneziano Paolo Tiepolo se ne ricava la causa, che fu non volere costui pagare certa tassa per sopperire aì bisogni della guerra; però la minaccia non era annegamento, bensì bastone; e quando cotesto conte fu spedito dal duca di Savoia a complire il Papa per la sua esaltazione, questi glielo ricordò, ma al punto stesso aggiunse, che molto lo teneva caro e lo aveva in pregio perchè nemico acerbissimo degli eretici. Questi ed altri siffatti meriti supremi ora ed allora presso la Chiesa, per la quale cosa prima lo promossero commissario della inquisizione, poi vicario dello inquisitore generale; poco dopo Paolo IV volle consacrarlo vescovo di Nepi, e Sutri, ed indi a sei mesi Cardinale, e Inquisitore generale: eccessivo l'ufficio; e troppo più eccessivi i modi di esercitarlo, sicchè Pio IV lo cacciò via dal Vaticano, e lo ammonì a procedere con maggiore discrezione, se pure non voleva andarsene diritto come un cero in Castello. Diventato Papa invece di mutare costumi, levò la muserola alla immane indole sua: non conobbe giocondità alcuna di vita; il cibo più che parco, la bevanda acqua mista a poco vino, e al Tiepolo che gli osservò a quel modo non potria durare rispose sarebbe già morto se non costumasse così; mangiare la carne per medicina; non lasciò mai la camicia di rascia che come frate soleva portare; lunghe le preghiere, spessi i digiuni, i cilizi, le lacrime, le processioni a piedi, e capo ignudi, l'estasi, e i deliqui, insomma nulla difettava in lui di ciò, che forma un santo vero a mo' della Chiesa.