Subito la prese con le cortigiane, che in Roma furono sempre in numero stragrande, e nulla valse a chiarirlo che per la lontananza loro Roma andrebbe deserta; i disordini che ne uscirebbero infiniti; quello che premeva era attutire la lussuria, non già scacciare le meretrici; rimase sul duro, o fuori esse, od egli: e quelle partirono; tra esse, e i bertoni di un tratto Roma si vide scema di venticinquemila, e più persone (chè anime non mi pare che si abbia a dire); fra i creditori di quelle per danari o per robe date in prestanza un diavolio; peggio quest'altro, che degli amanti non pochi si mutarono in assassini, e colto il destro, fiduciosi d'impunità, parte delle sciagurate femmine misero alle coltella, parte annegarono dentro il Tevere: dopo cotesto groppo di danni il Papa consentì a correggere il suo comando: vietò ai medici visitare gl'infermi oltre la terza visita se non si fossero confessati; frugò per le case, pei letti maritali levando scandali quasi polvere turbinata dal vento sopra le pubbliche strade: ai bestemmiatori multa, frusta; e all'ultimo lingua fessa; fino sul vestire più o meno ampio pose norme, e divieti; egli stesso accusò il suo nipote Paolo ai Conservatori di Roma colpevole di vestire brache grandissime; e poichè i Conservatori pensando ch'ei risposero, che i nipoti del Papa non andavano soggetti a simili prammatiche, egli tutto acceso soggiunse: «anzi hanno ad essere i primi, sostenete il mio nipote, e dopo avergli cavato di bocca chi gliele ha fatte condannate lui e il sarto.» Che fosse pietà ei non conobbe mai; non mitigò sentenza veruna, non perdonò: per lui Cristo poteva proprio risparmiarsi le parole: «non voglio la morte del peccatore; viva e si penta,» conciossiachè fosse convinto, che l'uomo non abbia facoltà di emendarsi; le conversioni ipocrisie, passata la paura i rei tornano a fare peggio. Veramente egli non conobbe nipotismo; il nipote Paolo, quello dalle brache larghe, riscattò di mano ai Turchi, e ci spese fino a 300 scudi; gli consentì ancora vivere a Roma assegnandogli sottilmente di che campare la vita; agli altri congiunti diede il puleggio accomiatandoli con qualce po' di danaro; creò cardinale il nipote Michele Bonelli figlio di sua sorella, perchè prete a modo suo era, e gliene facevano ressa i cardinali medesimi.—

Veruno, se non fuggendo, potè salvarsi in Italia dalla truce persecuzione di lui. Al duca di Albuquerque governatore di Milano ordina gli consegni Aonio Paleario, e quei glielo dà perchè il Papa quando si tratta di eretici può farli agguantare in tutte le parti del mondo: a quali strazi fosse sottoposto il misero io taccio; basti, che fra i tormenti lo costrinsero a scrivere certa ritrattazione dove fra le altre cose confessa come il Papa in certe occasioni abbia il diritto di ammazzare di propria mano i colpevoli come leggiamo che facessero il sacerdote Samuele, e lo apostolo San Pietro[1], confessione la quale, a parere nostro, dimostra meno la debolezza del misero lacerato che la fece, quanto la stupida immanità di cui la fece fare. Ottavio Farnese non meno premuroso di tenersi bene edificato il Papa gli mandava in ceppi a sua richiesta Francesco Celaria, il quale anch'esso si chiamò in colpa, e chiese misericordia: nome e cosa ignoti a Pio V; entrambi perirono tra le fiamme: così del pari Pietro Carnesecchi fiorentino: convitollo Cosimo I duca di Firenze, e dopo pasto lo fece legare e trasferire a Roma: a questo tradimento si condusse Cosimo per paura, e per isperanza; paura, che Pio V (come di vero lo minacciò) abolisse la Bolla della istituzione dei cavalieri di Santo Stefano ottenuta da Pio IV; speranza di venire insignito da lui della dignità di Granduca, o di Re per ispuntarla sopra il duca di Ferrara, siccome accadde più tardi. Il Carnesecchi secondo corre il grido andò a fronte ferma, lindo di biancheria, e di panni, chè le altre vesti, e quali! somministrava il Santo Officio; gli fu compagno al supplizio un frate francescano del Cividale di Belluno: altri quindici furono in quel dì i condannati di cui taluno chiuso fra due muri, altri in prigione o in galera perpetue; altri ad altre pene. Anco Venezia per blandire cotesto santo Papa assetato di sangue mise le mani addosso a Guido Ginetti da Fano a Padova e glielo mandò a Roma. Il Fleury afferma che anch'egli fu arso, ma non è vero; dalla relazione dell'oratore veneziano si cava che il Papa lo condannò a prigione perpetua, non mica pei buoni uffici interposti da Venezia, sibbene perchè il Papa non lo giudicò relapso, e più perchè per suo mezzo sperava venire in cognizione di molte cose importanti intorno alla fede; però il medesimo atto della Inquisizione che dannava il Ginetti alla carcere, commetteva alle fiamme quattro eretici, e dieci più multava con pene diverse: non isgomentavano il Pontefice nè altezza di lignaggio, nè potenza di signorie, nè dignità ecclesiastiche; vescovi, prelati, cardinali in prigione senza un riguardo al mondo; anzi nella relazione del Tiepolo leggonsi proprio queste parole: «ha avuto a dire Sua Santità tra i suoi familiari, che desidereria potersi giustificar, se qualche grande, ancorchè cardinale fosse di questo vitio colpevole, perchè faria procedere contro di lui con ogni severità, colla morte, e col foco acciocchè si cognoscesse che la giustitia si estende non solo contro i bassi, et poveri, ma anchora contro i grandi et potenti.»

[1] Quod ipsement summus pontifex, in casu aliquo potest etiam per se hæreticos occidere, ut legimus de Samuele et Petro.

Insomma al pari di Paolo IV in tutto impetuoso, eccessivo, e senza un briciolo di prudenza; onde il sagace Tiepolo riferendo di lui al senato di Venezia dice: «spesse volte nel dare rimedio a qualche disordine incorre in altro maggiore, procedendo massimamente per via degli estremi:» Chi ha vaghezza di conoscere più addentro di lui può leggere il suo catechismo catolico romano; a me non è concesso metterne quì nè anco uno estratto; chi si piglierà lo studio di confrontarlo col Sillabo di Pio IX toccherà con mano se sia vero quanto più volte affermai, che i Papi sono tutti un Papa; gli screzi non contano; per portare acqua al suo mulino essi si rassomigliano come uovo con uovo.

Fuori di casa due cotanti peggio: quasi avesse bisogno di sprone stava li col pungolo addosso a Filippo II demonio meridionale, perchè s'imbrodolasse di sangue; nè rifiniva assillare quell'altro immane uomo il duca di Alva: non tregua, nè pace, nè misericordia, nel sangue si affoghi l'eresia; egli somministrerà armi e danari: se ce ne fosse mestieri apprendetelo da questo; certo frate agostiniano Lorenzo di Villacancio tra le altre cose consigliava Filippo: a tuffare la spada nel sangue degli eretici, se pure non teme, che il sangue di Gesù Cristo non gli si rovescii sopra la testa…. Il santo re David bandì dal suo cuore ogni misericordia verso i nemici di Dio; li percosse tutti, ad uomini non badò nè a donne, ai fanciulli infranse il capo alla parete. Moisè ed Aronne in un giorno solo sterminarono tre mila Israeliti dei cattivi, e fu un bel ratto; un angiolo, e questo è anco più bello, in una notte trucidò 60 mila nemici del Dio vivente. Ora quello che Moisè, e David fecero non avrete a fare voi? O non siete come loro capo di popolo? Non un angiolo del Signore? Ma sì che lo siete, però che la scrittura appelli per lo appunto così le teste coronate, e gli eretici non gli avremo a considerare nemici del Dio vivente?» Fra Lorenzo incontrò grazia presso Filippo il quale se ne valse come consigliere, e mestatore nei rivolgimenti di Fiandra. Avendo più tardi il re dovuto piegare alquanto ai voleri armati dei popoli Pio ne mosse smanioso lamento, ma Filippo gli fece dire in un'orecchio: non si scarmanasse perchè fermo di non attenere pure uno iota di quanto aveva promesso; allora il Papa si tranquillò: qualche volta si pesticciavano, il re non voleva intendere, ch'egli avesse ad obbedire alla Bolla In coena Domini che vieta ai principi mettere le mani su quello dei preti, e il Papa a posta sua non voleva capire di regio Exequatur; da un lato, e dall'altro querimonie grandi, ed anco talora minaccie, ma poi si riconciliavano; uno delizia dell'altro: anzi Filippo essendo caduto infermo, il Papa fu udito pregare Dio di tosargli qualche anno della sua vita per aggiungerlo a quella del suo figliuolo diletto Filippo II. Francesco Goubau di Anversa segretario del marchese di Castel Rodrigo oratore a Roma per Filippo IV raccolse e pubblicò duegentoventiquattro anni fa le lettere di questo Santo Papa; il de Potter nel 1827 ne imprese una seconda edizione a Bruxelles; io le ho lette, e mi hanno messo addosso il ribrezzo; la dottrina, che per loro s'insegna questa: «riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e chi resiste sterminate; perseguitate a oltranza, ammazzate, ardete; tutto vada a fuoco e a sangue purchè sia vendicato il Signore, molto più, che i nemici suoi sono ad un punto i vostri.»

Esorta il Papa con coteste lettere il re di Spagna e il Duca di Alva a sovvenire il re di Francia per disperdere gli eretici; nell'ottobre del 1567 avventa lettere di fuoco a Luigi Gonzaga duca di Nevers, a Girolamo Priuli doge di Venezia, al duca Emanuele Filiberto perchè le mani loro uniscano a quelle di Carlo IX e di Caterina dei Medici per torre via dal mondo gli ugonotti. Al Cardinale di Armagnac governatore di Avignone manda confischi senza remissione tutti i beni degli eretici, e non ne renda particola ai congiunti loro comecchè buoni cattolici[1]: a quello di Lorena suo legato in Francia palesa il rovello, che ciò non sia stato a punto eseguito, dacchè la paura di ridurre i suoi cari nella miseria avrà virtù di trattenere i vacillanti, Dopo la battaglia di Giarnae esorta Carlo IX a rammentarsi Saulle; costui in onta al comando di Dio, manifestatogli mediante il sacerdote Samuele, non trucidava l'universo popolo Amalecita; sentì di qualcheduno misericordia, e lo salvò, onde in pena di questo orribile misfatto più tardi perse il regno e la vita: esempio che ogni re deve tenersi davanti agli occhi, perchè impari che trascurando la vendetta degli oltraggi di Dio, questi non volga contro lui l'ira, e il gastigo. Nel giorno medesimo scrive alla dilettissima figliuola in Gesù Cristo Caterina dei Medici: badi bene a non tentennare, non si rimanga, finchè gli eretici non sieno spenti tutti (deletis omnibus). Da capo a Caterina, al re, a tutti perchè s'impietrino e la vendetta inesorabile empia di terrore la Francia: lo esempio di Saulle parendogli proprio al caso ecco lo rinnuova scrivendo al duca di Angiò, facendogli sapere, che Dio lo rese vittorioso appunto perchè sgozzasse quanti gli capitavano sotto: e stringendo tutto in una parola dirò, che gli occhi dopo lette l'epistole di cotesto santo vedono cosa dintorno colore di sangue.

[1] «Ne bona hæc propinquis ipsorum, aut affinibus quantumvis bonis et catholicis aut alia quavis ratione perveniant.»

Pio non aspirò il fumo del sangue della scellerata strage che va distinta col nome di notte di San Bartolommeo; ma l'ammannì, la eccitò, la ordinò, sul punto di morire la toccava con le mani; di fatti quando il Cardinale nipote fu spedito in Francia per frastornare le nozze di Margherita col re di Navarra, Carlo IX tale si aperse con lui: «dirvi tutto non possiamo, ma in breve conoscerete a prova come non vi abbia cosa che valga a confermare la religione nostra in Francia, e a disperdere i nostri nemici quanto queste nozze… voi ve ne chiarirete fra poco: io voglio punire questi malvagi felloni facendoli tagliare tutti a pezzi, o non essere re, perdendo affatto la corona; e facendo questo obbedirò a Pio stesso, il quale mi eccita ad ogni momento di promovere in simile guisa l'onore di Dio, e quello della mia corona…. credete in me, anco un po' di pazienza, e il Santo Padre sarà costretto a confessare che non si poteva provvedere più, nè meglio per la religione.»

Tuttavia il Santo Papa non rimase privo di credenza del macello francese; gli letificarono il cuore le stragi di Caors, di Tolosa, di Tours, di Amiens; nè quivi cessarono la beccheria se non quando videro non avanzare più persona da uccidere; nè poteva fare a meno, imperciocchè gli editti regi ordinavano così: «si corra addosso agli empi sonando le campane a stormo; da per tutto si perseguitino, con ogni arnese si assaltino, come bestie feroci si sterminino, come lupi, come cani arrabbiati desolazioni del regno; se ne rompano le case; non rispettinsi anni, qualità, nè sesso: ferro e fuoco da ogni luogo a mo' d'interdetto.»

Non sono invenzioni dei Convenzionali gli annegamenti di Nantes, bensì imitazioni regie e chiesastiche, dacchè leggiamo che il governatore di Macon facesse quotidianamente buttare nella Saona all'ora della passeggiata a mucchi gli eretici; di che pigliavano maraviglioso diletto le buone dame cattoliche.—A Nantes, e a Lione il popolo inferocito saldò il conto dei sacerdoti, e dei re. Il santo Pontefice aveva mandato milizie ausiliarie a partecipare in guerre siffatte; le comandava un Gabrio Serbelloni. Io sono stato lunga pezza esitante se dovessi tacere o raccontare gli orrori di questa gente benedetta da Pio V, ma mi sono risoluto a dirle perchè uomo apprenda prete, che sia. Io non le chiamo belve perchè farei torto ai lupi, nè appongo aggettivi, perchè non ne conosco veruno abbastanza orribile che loro si attagli: alla presa di Orange il Serbelloni fece precipitare sopra spuntoni, alabarde, e picche gli ugonotti, appenderli e tuttavia vivi arderli a lento fuoco; le donne, svergognate prima, poi messe a bersaglio dagli archibusieri, o impiccate fuori delle finestre; dei fanciulli non si parla… le gentildonne le quali innanzi di patire oltraggio si erano uccise, furono esposte ignude alle scede della ciurmaglia con corna ficcate nelle parti sessuali: parecchi perirono negli spasimi di scottature cagionate dall'arsione di Bibbie di Ginevra abbruciate sopra il corpo loro.—Le abominazioni dello antico Egitto i soldati papalini rinnovarono in Francia; i contadini francesi li chiamavano: «ammazzatori di donne, e di fanciulli; amatori di capre;» però quante capre trovavansi nei luoghi da loro traversati incendevano.