E poichè Roma tiene della natura della lupa, la quale dopo il pasto ha più fame di pria, oppressa Ancona, si volta a Perugia a cui di subito cresce il prezzo del sale niente meno che il doppio; la città si oppone, e il Papa scomunicatala prima le intima la guerra; i Perugini non se sbigottendo punto depongono le chiavi della città a piè di un Cristo drizzato in piazza, e deputano venticinque difensori alla tutela della Patria. Basta l'animo per meritare la propria salvezza non basta per provvedere alla comune: i venticinque non seppero raccogliere forze e pecunia, e lo avessero anco saputo non avrebbero potuto rendersi gagliardi su le armi da fronteggiare Pierluigi Farnese, che mosse ai danni loro con bene 10,000 italiani, e 3,000 spagnuoli; e' fu mestieri mandare oratori i quali con la corda al collo, vestiti a scorruccio chiedessero inginocchiati perdono al Papa di avere avuto ragione. Questo il perdono del Papa; le armi cedute, ogni franchigia tolta, dei venticinque difensori fuggiti le case a terra, il consueto morso di una cittadella imposto; tutto il governo ridotto in un'ufficiale eletto dal Papa di cui il nome basta a chiarirne il compito: «Conservatore della obbedienza alla Chiesa.» Qualunque gravezza d'ora in poi i Perugini avessero a sopportare senza dire un fiato.

Ora considerino i discreti, comecchè religiosi e cattolici, se veramente il Papa per disfare simili nequizie sia facultato dalla parte di Dio ad opporre il non possumus.

Quasi correndo adesso io compirò l'arringo toccando dei Papi fino a Pio IX non perchè faccia mestiero al mio assunto al quale parmi di avere soddisfatto, ma sì perchè a causa della lunga laguna si verrebbe a perdere la tradizione dei Papato, quantunque a cui poteva averla smarrita troppo bene gliela fece risovvenire l'enciclica, e il sillabo di Pio IX. Fu Ugo Buoncompagno uomo di vita gioconda, non imperito di giurisprudenza, nei negozi versato, di costumi facile, conobbe amori verecondi, ed ebbe un figlio, ch'egli amò ma non promosse a scapito della Chiesa, tenendolo sempre nei limiti di decente agiatezza non mai lo chiamò parte delle faccende di stato; molto meno consentiva usurpasse l'autorità principesca, onde certa volta ch'ei si attentò liberare di prigione due giovani amici suoi di studio lo bandì da Roma senza remissione, e lo avrebbe privato di ogni suo ufficio se le preghiere della sua sposa contessa di Santa Fiora non erano; non fu avaro, non violento, anzi propenso a donare, e benigno, e nondimanco acconsentendo alla spinta perversa di Roma quando gli giunse la nuova della strage, che piglia nome di san Bartolommeo, ordinò gazzarra al Castello Santo Angiolo con lo sparo di tutte le artiglierie, e fece falò; inoltre rendeva solennissime grazie a Dio, e bandiva un giubbileo perchè gli universi cattolici n'esultassero.

E tutto questo pareva poco per manifestare la letizia infinita del fatto, sicchè allogava a valenti pittori parecchi quadri che rappresentano, il primo Coligny investito da un sicario cattolico mentr'esce dal Louvre; l'altro la strage orribile degli Ugonotti; il terzo Carlo IX che in Parlamento si vanta di avere sollevato il boia in cotesta fatica; questi quadri durano tuttavia nel Vaticano nella sala appellata dei Re (e ci stanno bene) la quale precede la cappella sistina. La memoria di cotesta scalleraggine compariva raccomandata anco troppo alla esecrazione pubblica, ma non contenti i preti degli affreschi vollero commetterla anco alle medaglie; di vero Gregorio XIII ne fece coniare una, e stupenda la quale certo gesuita dabbene ci descrive così: da un lato rappresenta il macello orribile esegito da 60,000 uomini degli eretici nella capitale, nel corso di tre giorni e di tre notti, secondo il consiglio di Dio sovvenuti dal suo aiuto celeste[1]; dall'altro è la immagine del buon Gregorio. Per colmare lo staio il santo Padre spediva in Francia legato a latere il Cardinale Orsino con la istruzione, che insista fortemente perchè la cura tanto bene incominciata co' rimedi bruschi non guasti con importuna umanità[2]; in così degna gara è naturale non volesse rimanersi addietro Carlo IX, ond'egli pure commise una medaglia dove da una parte si mira con un mucchio di cadaveri sotto i piedi, e dall'altra un fascio di allori fra gigli, corone, e collari di San Michele. La Convenzione provvide, sotto la finestra del braccio del Louvre, che sporge di più sopra la Senna, si murasse una lapide con la iscrizione: di qui l'infame Carlo IX di esecranda memoria bersagliava il suo popolo con lo schioppetto. Napoleone Bonaparte la fece levare; deliberato di crearsi tiranno s'imparentava con ogni regia nequizia: ora i re, secondo loro natura, uno la ripiglia per l'altro.

[1] non sine Dei ope, divinoque consilio eam stragem
perpetratam esse in numismate percusso docuit Gregorius.

[2] insistat fortiter neque curam asperis remediis
inchoatam prosphere perdat leniora miscendo.

Gregorio quando avesse voluto operare diversamente non sarebbe riuscito, imperocchè oggimai i gesuiti, e i teatini si arrogassero verso i Pontefici l'ufficio che i profeti giorno esercitavano co' re, e co' sacerdoti d'Isdrael; cresciuti nel deserto, custodi rigidi delle vetuste discipline, di repente comparivano per rampognare, punire, e correggere; assillato da cotesti mali cristiani, fino con 400,000 scudi per volta sovvenne Carlo IX nella impresa di lacerare da cima in fondo la Francia; da lui prese vigore la lega contro Enrico III, Enrico IV, quegli ucciso, questi ribenedetto dai preti perchè picchiava forte, e spesso: egli istigatore delle ribellioni d'Irlanda contro Elisabetta; egli irrequieto sollecitatore della guerra di Spagna contro la Inghilterra; e in quella il Vicario di Dio parve capire alla rovescia lo intendimento del suo padrone, però che una ventata delle solenni mandasse a rotoli la grande armada; onde Elisabetta, anch'essa, coniò la sua brava medaglia con le navi spagnuole sottosopra, e il motto: affiavit Deus et dissipatti sunt. Così degli uomini chi piglia Dio per un lembo, e chi per un'altro secondo le sue bizze, ed egli infinitamente buono compassiona la follia di tutti e si lascia fare.[1]

[1] Prova dell'arrogante potenza abbilo in questo, che mentre la gente tremava al solo pensiero di provocare l'ira di Sisto V, al gesuita Francesco Roledo, quando costui promesse a cardinale il Gallo suo servitore, bastò il cuore di predicargli in faccia: «allorchè si conferisce un'officio pubblico in mercede di servizi privati si pecca: non perchè uno sia buon coppiere, o scalco gli si commette senza nota d'imprudenza un vescovato ed un cardinalato.»

A questo Papa dobbiamo il lunario cioè commise lo acconciasse a un Lilio calabrese, perchè i Papi da per loro non saprebbero nè manco fabbricare lunari; in compenso rovesciò sul paese questi altri danni: non volendo imporre nuovi balzelli sul popolo, e d'altra parte abbisognando di danaro cominciò da sopprimere franchigie, privilegi, e fin qui fece bene; poi sottopose a dazi la tratta dei grani e qui fece male: inoltre ricercato sottilmente quali fossero i beni feudali commise s'investigasse se fossero ricaduti alla Camera o per linea estinta degl'investiti, o per censo insoluto e così trovando si comperassero senza misericordia; prescrizione di tempo remotissimo non bastava, conveniva produrre la prova del dominio; cosa non pure difficile, ma impossibile; di qui universale sgomento; veruno o pochi si tenevano sicuri; taluni erano spogliati; troppi più tremavano di restare in camicia; agl'Isei levaron Castelnuovo, Corcona ai Sassatelli, Lonzano e Savignano ai Rangoni de Modena, Alberto Pio per evitare liti rendeva a patto Bertinoro; ma non si contentò la Camera; ella volle anco Verrucchio: dopo lo sbigottimento, come succede ecco sorgere il desiderio di resistenza, e col desiderio un legarsi, un raccogliere armi; per ultimo un prorompere in manifesta rivolta; rovinati per rovinati, dicevano i feudatari, giova morire con le spade in mano per la salvezza dei nostri beni. Impedita la libertà di commercio da questo Papa ignorante Ancona decadde per risorgere mai più; dalle economie manomesse nacque perturbamento nell'amministrazione, si rinfocolarono le parti, e procedendo di male in peggio da prima le furono soperchierie, e subito dopo omicidi, assassinamenti, e di ogni maniera immanità. A torme furono visti masnadieri scorrazzare la Campagna, e le Marche, gli assoluti dai Tribunali sovente essi condannavano e finivano; i dannati all'opposto assolvevano, e allora assalito il carcere ne li traevano fuori. Li conducevano uomini nobili, e prestanti nella milizia, un Piccolomini principe di Amalfi, un Malatesta, uno Sciarra od altri di minor fama. Il Papa spediva uno esercito sotto la condotta del suo figliuolo Giacomo, con facoltà da disgradarne le moderne russe in Polonia, ma non fece frutto, e ciò perchè essendosi egli alienati con le sue improntitudini gli animi del re di Spagna, del Senato Veneziano, del Granduca di Toscana, del Duca di Ferrara, insomma di tutti, questi si pigliavano diletto a dispettarlo, offerendo asilo nei propri Stati ai rifuggiti; nè per cosa al mondo consentendo a restituirli. E' fu mestieri ch'ei concedesse perdono al Piccolomini; dicono, che leggendo l'indice dei misfatti ch'egli ebbe a perdonare, lasciasse cascarsi dalle mani il foglio come vinto da ribrezzo, ma gli toccò a provare peggio, e fu (io lo dirò con le parole della relazione dell'oratore veneto Priuli) che monsignore Odescalco avendo ottenuto si rendesse certo prigione al prete Guercino famoso masnadiere conosciuto col nome di Re della campagna tanto con questo mezzo gli divenne amico, «che si è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era ordinata assolvendolo sua Santità da 44 omicidi commessi. Et mentre si faceva la espeditione, è venuta nova che il ribaldo ha ammazzato quattro suoi nemici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine, e la indegnità grande, pur non sa rimediarla.» Di vero anco questo estremo oltraggio non gli fu risparmiato, però che offerta la grazia a certo masnadiero Martinazzo, questi la ricusò dicendo: «io non so che farmene, mi torna più continuare bandito, che ridurmi a vivere in casa mia.»

Di Sisto V assai si favella, ma lo conoscono pochi; anco ieri leggendo non so che Diario, vidi appuntarmi di averlo nel Paolo Pelliccioni di troppo alterato: e' non sanno quello, che si dicano; non mai sommo pontefice meritò più di lui il nome di sommo carnefice: nè io lo infosco, bensì i suoi gesti; di vero quale concetto dobbiamo formarci noi di un Papa il quale inaugura il suo pontificato con la impiccatura di quattro giovanetti di Sora per l'orrore di portare archibugi comecchè mostrassero la licenza del porto di arme loro concessa da Mario Sforza luogotenente del Duca di Sora? E più tardi senza nè anco forma di processo intendeva mandare alcuni sciagurati alla forca, e udito come al suo fiero talento si opponessero le prime norme della giustizia tempestando esclamava: «orsù processateli, a patto che me gl'impicchiate prima di desinare, e abbiate in mente, che stamane ho fame.» Forse parrà troppa la esecrazione al Vicario di Cristo, al quale mentre altri dimostra non potersi con l'ultimo supplizio finire un giovanetto per pochezza di anni dalla legge reputato incapace di dolo, egli ferocemente beffando risponde: «ciò non tenga, se gli mancano anni per mandarlo alla forca ecco io gliene dono una dozzina dei miei[1].»