[1] Di Sisto V. nove vite, 4 stampate e 5 manoscritte; delle stampate sono scrittori Robardi, Leti, Tempesti, Lorenta; delle manoscritte Gualterio, Galetino, Anonimo, una altra vita emendata proprio da Sisto V; poi si hanno Memorie autografe dello stesso Pontefice, ed altre memorie; per ultimo le relazioni degli oratori Veneti Priuli, Gritti, e Badoero, ed i dispacci Veneti dal 1573 al 1590.
Danno a Sisto facile la lode di sterminatore di banditi, e ciò ch'è peggio ai giorni nostri ripetono siffatto resultato doversi alle immani asprezze di lui, e questo non risponde al vero; al contrario si deve ai buoni uffici co' quali seppe nei primordi del suo pontificato conciliarsi i principi circostanti, ond'egli gli ebbe a provare benevoli quanto malevoglienti Gregorio, per la quale cosa disperati di asilo, sicuri di non potersi oggimai sottrarre alle meritate pene scomparvero: essendo anco a quei tempi per esperienza conosciuto dai rettori di stato non la gravezza bensì la sicurezza del castigo quella che tira indietro gli uomini da mal fare; la quale sentenza occorre significata nei ricordi di messere Francesco Guicciardini con queste parole di oro: «le pene eccessive… non sono necessarie, perchè da certi casi esemplari in fuora, basta, a mantenere il terrore, il punire e' delitti a 15 soldi per lira, pure, che si pigli la regola di punirli tutti.» Di vero, quando Sisto reputandosi bene assodato prese a fare il viso dell'arme ai principi non più Filippo II ordinò ai vicerè di Napoli, e di Milano obbedissero i comandi del Papa quanto e meglio dei suoi; Venezia, e Toscana gli procederono avverse, e allora, che cosa gli valse segnare ogni giorno della sua vita col taglio di una testa? Che i campi, le strade, e le foreste gremite di pali co' capi mozzi fittici su? E che salutare co' dolcissimi nomi quelli fra i suoi governatori i quali con maggior copia di teste mozze lo presentavano? Sul declinare della sua vita i banditi sguinzagliati dai principi tornarono a nabissargli lo stato; Piccolomini in Romagna, Sacripante in Maremma, Battistelli nella campagna di Roma; nel luglio del 1590 scorrazzarono fino alle porte della eterna città: sopra gli altri principi infesto Filippo di Spagna, il quale non andò immune dal sospetto di avere fatto propinare il veleno a Sisto.
Ed anco i Baroni romani inaspriti da Gregorio egli si conciliò, fino a dissimulare l'omicidio del suo nipote Felice commesso per ordine di Paologiordano Orsino, il quale non si fidando di coteste lustre si cansò con la sua Accorambona a Venezia; e a torto, imperciocchè il Papa s'industriasse imparentarsi con le case baronali Orsini e Colonna maritando due sue nipoti con Marcantonio Colonna, e Virginio Orsini, assegnando doti, doni, ed elargizioni le quali a cotesti tempi giudicate mirabili, oggi parrebbero immani; per certo tra danari, gemme, entrate, e di ogni ragione comodi non portarono le spose ai loro mariti meno di un milione di scudi per una. A cui ben guarda in questa agonia d'imparentarsi con le precipue famiglie baronali d'Italia ravvisa il villano che ha in uggia la memoria del suo umile stato.—Il nipotismo da Pio V abolito rispetto ad alienazioni in pro della famiglia del Papa di parte dei domini della Chiesa, Sisto rinnovò in altra guisa e fu sbraciare a ribocco entrate, e benefizi ai suoi congiunti. Provvide il cardinale Montalto di una rendita di centomila scudi fra patrimonio proprio, e benefizi, 250 mila e più glieli donò in case, suppellettili, e vasellami; poi cariche, offici a fusone tanto che fu estimato ed era il più ricco cardinale di Roma; così alla stregua gli altri parenti.
Certo non sarebbe giusto censurare Sisto se difettò della notizia dei precetti economici, che altri in queste faccende più versato di lui, a quei tempi ignorava; tuttavia anco allora parve strano creare debiti, e scorticare i popoli: per provvedere a immaginate necessità. Stupenda mania di Sisto radunare pecunia, tantochè Gregorio avendo lasciato l'erario al verde Sisto tenne sul serio che costui avesse commesso peccato grave da doverlo scontare per lo meno col Purgatorio; per lo che un bel giorno ordinò celebrassero non so quante messe per l'anima di cotesto Papa morto spiantato. Sisto pertanto durante il suo breve regno giunse a depositare al Castello S. Angiolo 5 milioni di scudi di oro; che ragguagliati al pregio della moneta dei giorni nostri farebbero un 300 milioni di lire; in vari tempi vincolò l'uso di cotesto tesoro a varie costituzioni, che volle giurate dai Cardinali, e furono non si spendesse in tutto o parte eccettochè per riscattare la Terra santa dalle mani del Turco, ovvero nella crociata universale contro lui, bene inteso però non prima, che l'esercito cristiano non si sia trasferito a proprie spese nelle terre degl'infedeli; ovvero se così tremenda soprastasse la fame al popolo romano, che non sovvenuto perisse; del pari in caso di moria: ancora, se qualche terra della cristianità corresse pericolo di cascare nelle mani dei nemici della fede: a più forte ragione, se fosse minacciato il dominio della Chiesa da qualunque principe infedele o no, il quale non istesse già su le mosse, ma fosse già mosso ai danni suoi: per ultimo se senza spenderci danari non si potesse ricuperare taluna terra alla Chiesa, e ricuperata conservarla. Questa costituzione corresse l'anno terzo del suo pontificato dichiarando potesse adoperarsi il tesoro per guadagnare provincie, o liberarle, a patto però che le dovessero rimanere in potestà della Chiesa ossivvero, permutarle in altre più proprie a benefizio di lei: insomma prestare a usura.—
I cinque milioni non furono nè anco quelli ch'egli ricavò dalla pratica detestabile della Curia Romana, cui egli estese ai limiti estremi, vo' dire creare nuovi uffici e venderli; di vero trovo come da 36,550 uffici e cariche venduti egli tirasse scudi 5,547,630; però depositava 547,630 scudi di meno di quanto aveva raccolto da questo brutto mercimonio: fra gli offici esposti allo incanto ne occorrono parecchi singolari, il Soldano ovvero carceriere di Torre di Nona, i custodi delle catene, i Prefetti delle carceri, i Sensali di Macerata, e perfino 100 Giannizzeri! Sicuro, il Papa teneva presso sè i suoi Giannizzeri nè più nè meno come il Turco, e ne raccattava la somma di scudi 68,000. Instituì ancora undici monti, tre vacabili, e otto no; ovvero imprestiti redimibili, e non redimibili. Ora bisognava pure in qualche parte pescare il danaro per sopperire al soldo degli uffici venduti, e all'interesse dei monti, che nel sottosopra puoi calcolare un venti per cento, epperò un milione, e più di scudi; quando egli fu assunto al pontificato scrivono la rendita della Chiesa sommasse a 1,746,814 scudi; alla morte di lui toccava i 2,576,814 scudi, che fanno 830,000 scudi di vantaggio; i modi, ch'ei pose in opera diversi affatto dagli usati da Gregorio, o sia che non ci fosse più nulla da levare di sotto ai feudatari, o sia, che Sisto volesse gratificarseli quanto gli aveva tribolati il suo antecessore: tutto sottomise a dazio, grano, vino, olio, le sostanze alimentarie di prima necessità, che più? Fino le povere alzaie, che tirano sul Tevere contro corrente i navicelli in compagnia dei bufali ebbero a pagare il balzello: alterò la moneta, e barattatala con la buona, anco questa dopo averla falsata rivendeva: buttò a terra il commercio aggravandolo di due per cento sul valore delle merci introdotte nella città; le quali cose considerando il Leti, quantunque si palesi ammiratore dei modi di amministrare di Sisto, non può astenersi da confessare: «lasciò il popolo così angariato, che da quel tempo in poi…. non si è sentito parlare che di povertà e di miseria avendo continuato i popoli ad essere esangui, e meschini.» Narrano come coteste diavolerie gli mettesse in capo certo ebreo portoghese chiamato Lopez, ma io noto, che i Preti nel magistero di piluccare danaro non hanno mestiero d'insegnamento, e possono tenere cattedra; di consigli non voleva saperne; in altri negozi talora si accomodava, ma in quanto a fare quattrini Sisto non pativa avvertenze; però avendo consultato il cardinale Albani di Bergamo, che cosa gli paresse del dazio sul vino rispose: «io approvo tutto quello, che piace a vostra Santità, tuttavolta, veda, approverei con più cuore, se questa tassa a vostra Santità dispiacesse.» Quando la tirannide imperversa questa opposizione apparirà anco troppa.
Celebrano autori così chiesastici come laici la magnificenza di Sisto nell'ornare Roma di fabbriche eccelse, e veramente meritano lode; però non fu, come pure si doveva avvertito, che spesso le sue costruzioni attestano altrettante distruzioni, ovvero trasformazioni; il famoso Settezzonio di Severo, reliquia davanti alla quale sembrava si fermasse il Tempo per ammirarlo non per distruggerlo fu abbattuta da Sisto e ne fece trasportare le colonne a San Pietro; gli era entrato l'uzzolo addosso di buttare giù ogni cosa, tra le altre il sepolcro di Cecilia Metella monumento illustre dei tempi della Repubblica; i romani atterriti da questa salvatichezza fratesca, gli stessi cardinali, eziandio quelli che più zelavano la fede cattolica si misero intorno al Papa scongiurandolo a deporne il pensiero, ai quali egli rispose: «che avevano torto perchè egli aveva avuto in mente di torre via le turpezze, sostituendo edifizi degni di ammirazione.» A malincuore pativa albergare nel Vaticano le statue di Apollo e di Laoconte; dal Campidoglio poi risoluto le mandò via; anzichè sopportarcele gli avrebbe dato fuoco: ebbero ad esulare dalle sedi terrene Giove e gli altri Dei consenti come già furono banditi dalle celesti: la terra e il cielo governano fati inesorabili! solo trovò grazia al cospetto del Sacerdote del nuovo Dio Minerva a patto, che deposta la lancia pigliasse la croce; così Pallade cecropia fu vista con l'elmo in testa, la gorgone sul petto, e la croce in braccio in sembianza di convertita alla religione cattolica romana. In pari guisa, remossa dalla cima della colonna traiana, l'urna la quale, secondo che ricordava la fama, conteneva le ceneri di Trajano, ci fece porre la statua di bronzo dorato di San Pietro, e gliela dedicò, per guisa che sembra lo Apostolo abbia operato le imprese contro i Parti e i Daci non già Traiano; non diversamente si comportò con la colonna antonina eretta dalla pietà di Marco Aurelio al suocero benemerito Antonino Pio, Sisto la incoronò con la statua di bronzo dorato di S. Paolo e gliela offerse in dono, onde S. Paolo a questo modo sembra il domatore dei Marcomanni, impresa che si contempla scolpita a vitalba intorno alla colonna: in entrambe Sisto procurò s'incidesse il suo nome, e se così giovasse, a poca spesa acquisteremmo nome di supremo fabbricatore fra quanti vissero e vivranno figliuoli dell'uomo. Degli obelischi non parlo anch'essi dallo Egitto trasportati a Roma dapprima onorarono gli astri, poi gli uomini. Sisto parve quasi un Nume per averli drizzati sopra la base, in Egitto coloro che li svelsero dalle viscere della terra non furono tenuti per superiori agli uomini. Storici che scambiano la storia co' panegirici gli attribuiscono molti, e sperticati disegni; tra gli altri quello del taglio dello stretto di Suez, che avrebbe tronche le ale al moderno Lesseps; forse egli potrà averli concepiti, ma per uomo di stato piccolo vanto è questo; imperciocchè d'immaginazioni Ludovico Ariosto sapesse partorirne più stupende; il nodo sta a chi governa di attendere a cose proporzionate alle forze, e con indefessa cura ridurle in atto e compirle. Rispetto a politica terminò peggio di Gregorio XIII essendosi inimicati il re di Spagna, e i Guisa senza guadagnarsi Enrico IV, che non fatto capitale di lui, anzi contro lui si propose re alla Francia; se cotesto re, abiurate le dottrine tornava in grembo alla Chiesa, ciò accadde più tardi non per opera di Sisto bensì per quella di Clemente VIII.
Notai come la fede cattolica prevalesse a furia di fuoco, e di forca in Italia e nella Spagna; adesso mi occorre aggiungere che parve anco volesse allagare sempre a modo di lava nei Paesi-bassi, in Francia, in Germania, e perfino nella Svezia, ma l'arco teso si ruppe; la ragione calpestata levò la testa tornando più gagliarda alle lotte, che all'ultimo non perde mai, anzi qui in Italia dove il trionfo del cattolicismo sembrò intero cosicchè i Preti pensarono potere tornare in ballo co' miracoli di Madonne, che piangevano, ridevano, o favellavano, e talora apparivano traverso un pagliaio, tale altra su di una siepe; qui nella potente Italia cessati gli studi teologici, e la opposizione scolastica lo ingegno si raccolse pigliando a consultare il manoscritto originale di Dio, vale a dire l'universo e la natura, buttati via i libri dei dottori: anco qui la Chiesa romana, quasi per istinto avvertita del pericolo, accorse a spegnere; a che prò? Ella non poteva immaginare, che meglio di venti cattedre avrebbe distrutto l'ammasso dei suoi errori un fornello di chimica; gl'Italiani devono, per così dire, ringraziare i Papi se scacciati dal sentiero dove sarebbero riusciti calvinisti, o luterani, o socciniani trovarono la strada della filosofia: le sette più o meno si proposero a fine la riforma, emenda, non estirpazione di errore; la filosofia di altro non si appaga, tranne dell'assoluta verità. Senza jattanza, per me credo, che verun popolo al mondo racchiuda in sè come lo italiano nostro istinto ed attitudine non di riformare, bensì di trasformare la vita della umanità.
Seguono tre Papi, che poco fanno e male: dirò succinto di loro. Intanto è degno di considerazione grandissima come secondo tira il vento gli uomini mutino voglie e concetti. Nella politica occorrono di tre maniere teorie, talune precedono più o meno lontano i fatti e queste talora imbroccano, e talora no; altre sorgono contemporanee ai fatti, e queste quasi sempre troviamo fallaci perchè più che da ragione dettate dalla passione; altre poi si cavano fuori dalla materia dei casi accaduti; e queste per ordinario danno ottimo argomento di governo. In questi tempi furono sposte teorie strane e per la sostanza, e per gli uomini, che le professavano; i chiesastici, i gesuiti, soprattutto il più assoluto diritto dei popoli per isgararla contro principi eretici bandivano: il solo Papa preposto da Dio al potere spirituale; non così al temporale; nondimanco anco questo gli sottostà a mo' che il corpo serve all'anima: certo il Papa per ordinario non esercita autorità alcuna sopra le leggi degli altri stati, ma se il principe negasse ostinato una legge necessaria alla salute delle anime, ovvero volesse imporne un'altra dannosa il Papa non solo può ma deve ordinare la prima ed abolire la seconda.—Errore solenne credere, che Dio abbia conferito all'individuo facoltà regia, ei la concesse al popolo universo; però in lui il potere, e in lui la facoltà di torlo ovvero darlo altrui; così il Bellarmino, il Sa negli Aforismi pei Confessori cavati dalle sentenze dei Dottori, Suarez ed altri parecchi: il Mariana nel trattato del Re, e della sua instituzione detta il panegirico di Giacomo Clemente il quale innanzi di uccidere Enrico III volle consultarsi con teologhi profondi in divinità: un'altro gesuita, il padre Boucher predicava: veruno potersi presumere legittimo re se non eletto dal popolo; solo un confino posto alla libera volontà di lui, e questo consistere nella scelta dello eretico; dove ciò faccia, la maladizione di Dio gli cascherà sul capo. Quando innanzi al Parlamento di Francia si deliberava sul partito della cacciata dei Gesuiti comparve un libretto di massime tratte dagli scrittori chiesastici, massime Gesuiti ostili ai principi, e come i Francesi costumano quando la vogliono spuntare ne diffusero a centinaia di migliaia anco per la Italia, e per la Spagna; oggi a ristamparlo in Parigi ci sarebbe il caso di rifinire in prigione. Simili dottrine poi non mica invise al popolo, all'opposto, da lui professate smanioso come quelle, che servivano al suo talento di contradizione, ch'è l'anima dell'anima del popolo francese, e Filippo II (mirabile a dirsi!) travolto dall'agonia di soverchiare la Francia le accetta, e le promuove anch'egli potendo più in lui la rabbia di nuocere agli emuli, che la necessità di provvedere a sè.
Per converso i protestanti sovvertitori nella fede, procedevano conservatori nella purità della monarchia sostenendo: Dio solo impone i principi al genere umano; a lui il diritto di suscitare, e atterrare, concedere, ovvero torre la potestà. Certo ai dì nostri il Signore non cala sopra la terra per regalarci un re, ma per virtù sua ogni stato osserva certe leggi nella elezione del principe; per modo, che se un principe venga promosso a norma di quelle, si può dire, che la voce di Dio ammonisca i popoli ad obbedirlo per re; da lui poi pendono i re avvenire per diritto legittimo di successione. Alla legge bisogna stare; se la si potesse offendere sotto pretesto delle colpe del principe, addio stati; la eresia non libera dall'obbligo della obbedienza, perchè in ciò che offende Dio non hai ad obbedire; nelle altre cose sì.—
Appena però il Papa, e i re ebbero messo in comune manette, sbirri, e carnefici, la Chiesa buttò via le dottrine sovvertitrici; da quel giorno in poi, ella non rifina mai bandire che i popoli hanno ad obbedire sempre ai re, e in tutto e per tutto; e non le mancano autorità; prima Cristo, dopo Paolo: il primo lo volle significare col detto: «date a Cesare quello, ch'è di Cesare.» più chiaro l'altro: obbedite ai principi etiamtsi discolis. Passione vince prudenza anco nei savissimi, sicchè a seconda l'interesse più urgente l'uomo stesso sostiene a volta a volta il diritto, e il rovescio; e talora eziandio nel medesimo punto, donde la perdita di reputazione nelle autorità e la voglia nei popoli di sovvertirle quando cascano in dispregio.—