Chi volle ridurre il processo del Papato a teorie afferma, che il Conclave tenne nello eleggere i Papi questa ragione, al rigido surroga il mansueto, al parziale per Francia lo zelatore per Austria; ma non pare vero, almeno sempre; e così essendo siffatte alternative accadono non mica per consiglio, bensì per irrequietezza dei cervelli umani. Di vero, che Giovambattista Castagna ovvero Urbano VII. sostituito a Sisto V. si sarebbe mostrato diverso da Sisto non comparisce; anzi sembra lo indicasse egli stesso, allorchè sedendo a mensa con altri cardinali e con lui non rinvenne pera, che non fosse fradicia esclamò:—è tempo che le pere cessino; Urbano VII. durò nel papato non bene intere due settimane: ombra che segna la sua apparizione su le pareti del Vaticano e passa.
Ora la Spagna nel presagio che Francia pigli il sopravvento propone, o piuttosto impone al Conclave uno strano partito; ella farebbe una nota di sette candidati; eleggessero tra questi cardinali il Papa; non piacque; nè Spagna nè Francia la spuntano; il nipote di Sisto V. cardinale di Montalto incapace a creare il Papa, attissimo ad escluderlo se non gli garbasse; pure si accorda a promovere colui che gl'incresce meno: di qui la elezione di Gregorio XIV. Costui sparnazzò la pecunia improvvidamente raccolta da Sisto V. in usi improvvidissimi; sovvenne la lega di Francia contro il Re di 15,000 scudi il mese, e di fanti e di cavalli condotti dal suo nepote Ercole, e se non bastavano prometteva maggiori soccorsi: rinnovò la scomunica a danno di Enrico IV, spedì fino negli Svizzeri ad arrolare fanti con danari, e indulgenze; se queste operassero meglio di quelli non è chiaro, perchè gli uni e le altre buttavano con la pala, e gli Svizzeri avuti i quattrini pigliavano anco le indulgenze, che a qualche cosa a quei tempi la gente le credevano, e troppo anco ai nostri le credono buone: morì dopo 190 giorni di pontificato: ben pel mondo che morì presto; unico elogio degno di lui. Da capo gli Spagnuoli propongono sette cardinali, ed il Conclave fra questi elegge Giovannantonio Facchinetti da Bologna; anch'ei fu lampo, ma di luce maligna però che spedisse pecunia alla lega, consigli ad Alessandro Farnese per mantenere in subbuglio la cristianità. Adesso quelli, che l'odio divise, accorda, come per ordinario succede, l'interesse; i cardinali spagnuoli acconsentono a non procedere più ostili alle creature del Montalto, e questi per compenso promette non avversare i parziali di Spagna, che subito si pone coll'arco del dosso a fare riuscire il suo, il quale si chiamava Santorio, ed era cardinale di Sanseverino; in lui accadde una stranissima cosa; già lo credevano eletto; i camerari secondo l'uso davano il sacco alla sua cella; già gli emuli prostrati lo supplicavano di perdono, ed ei facile concedeva, dichiarava in pegno volersi appellare Clemente, tuttavia tremavano, avendolo a prova sperimentato feroce, quando ad un tratto il cardinale Altemps verificando trova mancare un voto ai due terzi onde la elezione diventa legale: allora preso coraggio dal pericolo il cardinale Ascanio Colonna esclama ad alta voce: «egli è chiaro; qui si vede che Dio non vuole Sanseverino, e nè anco io lo voglio.» Ripresero gli scrutini, e ad ogni volta egli perdeva voti i quali si logorarono sopra cinque; finalmente rimase eletto Ippolito Aldobrandino, che buono o reo consiglio lo persuadesse volle accettare il nome di Clemente scelto prima dal Santorio. Quale e quanta l'ambascia di questo non si crederebbe oggi, se avendo scritto egli le proprie memorie non ce ne avesse lasciato testimonianza irrecusabile; «la notte successiva, egli narra, fu la più dolorosa di tutta la mia vita; l'afflizione profonda, l'ansietà dell'anima (mi attenterò a dirlo?) fecero trasudare da tutto il mio corpo sangue!»
Chi Clemente VIII fosse non importa ricordare; nacque da Silvestro Aldobrandino fuoruscito di Firenze per colpa piuttosto di avere odiato il tiranno, che amato la libertà: fu grasso, fu avaro, fu gottoso, cupo, giurisperito, e ladro insanguinato; all'Austria caro per avere, negoziando, tratto fuori dalla prigione di Polonia lo arciduca Massimiliano. I principali fatti di lui questi: Enrico IV. assoluto, Ferrara ripresa, la famiglia Cenci assassinata per libidine di ricchezze: l'ultimo delitto negò temerario quanto inverecondo un Gesuita in certo suo libro impresso a Milano, e inutilmente, imperciocchè F. D. Guerrazzi nella ultima edizione della Beatrice abbia chiarito la malignità di costui con documenti usciti dalla mano propria del medesimo Papa. Quanto a Ferrara, la rabbia, bisogna dirlo, era fra i cani: i vulgari su la fede dei poeti credono che il magnanimo Alfonso fosse magnanimo davvero; le città sotto il suo dominio diventarono deserte; nabissati i canali, le riviere ostruite, per sabbie ammonticchiate la navigazione sul Po impedita: il duca venditore esclusivo del sale, esattore di un balzello sopra tutti i contratti, qualunque derrata entrasse in città aveva a pagare il dazio; ma questo anco ai dì nostri costumasi con la giunta del bollo; quello che non si costuma fra noi è il principe, come Alfonso di Ferrara, unico fornaio dello stato, e impiccatore di sei miseri co' fagiani legati ai piedi uccisi nel parco ducale: di omicidii commessi per via di sicarii non si parla nè manco. L'Ariosto nell'Orlando lo leva a cielo; nelle satire è altra cosa. Il Tasso sel sa se meritava le laudi che prodigo troppo gli sbraciava: il mondo sa la lunga prigionia a cui lo dannava, ma forse una causa più o meno giusta per questo possiamo supporre ch'egli avesse, ma il mondo ignora come lo lasciasse penuriare così anco nei giorni di favore da obbligarlo di mettere in pegno allo ebreo certi arazzi di casa e perfino le camicie; ed io non so immaginare sfregio più grave di quello, che gli fece quando con questi due versi ordinò gli desse il suo fattore una botte di vino:
«Una botte di vin sia data al Tasso, «Mangi, beva, poeti, e vada a spasso!»
E più tardi scrivendo il Tasso al duca di Urbino ecco a che riduceva in prosa il magnanimo Alfonso cantato in versi: «il duca per naturale inclinazione è dispostissimo alla malignità, ed è pieno di una certa ambiziosa alterezza, la quale egli trae…. dalla coscienza del proprio valore, del quale in molte cose non si dà punto ad intendere il falso.»—
Disperato di prole, e pure repugnante a menomare la sua autorità, tardi elesse Cesare cugino suo erede, il quale ammonito come Clemente intendeva ricuperare ad ogni patto Ferrara feudo chiesastico deliberò mostrare il viso alla fortuna raccogliendo armi ed armati, munendo le fortezze, e facendo ogni altra provvisione di esperto capitano di guerra; e il Papa dal canto suo non si arrestava; anch'egli data la stura ai tesori di Sisto arrola eserciti, ammannisce grande apparecchio, conduce generali illustri, e non omette scomunicare Cesare con parole esecrabili, a suono di trombe e di tamburi, mentre le campane rintoccavano a morto, e gittando, giusta il costume, dalla loggia di San Pietro una torcia accesa sopra la piazza del Vaticano: però le sarieno state novelle, se Spagna non pativa, che il Papa facesse, e Francia non lo aiutava a fare; Cesare di Este assai si confidava a Filippo, tanto, che lo propose arbitro della lite, e si profferse mettere presidio spagnuolo nelle sue fortezze; non meno si riprometteva da Enrico avendolo gli Este sovvenuto nelle sue angustie di un milione di scudi, il quale se gli fosse stato restituito gli dava abilità di mettere insieme tale uno esercito da contrastare qualunque più potente principe della cristianità non che il Papa, tuttavia al maggiore uopo gli venne meno ogni cosa; Filippo vecchio, e sfiduciato, vinto ormai dalla sua impotenza piuttostochè persuaso della umana pochezza come dal suo testamento si manifesta rifuggiva a commettersi da capo alle ansiose vicende della guerra, però scrisse ai suoi Vicerè d'Italia lasciassero correre: Enrico era nemico mortale della gratitudine: troppo gran servizio il milione di scudi, ond'ei potesse rimunerarlo con altro, che col perseguitare il creditore; e poi lo stringeva necessità di tenersi bene edificato il Papa, il quale o favellasse sincero oppure fingesse sempre dubitava della lealtà della sua conversione, per la quale cosa non gli parve vero potere gratificarselo alle spalle altrui; e da ciò venne che non solo consentì al Papa di operare a modo suo, ma sì gli scrisse avrebbe mandato in soccorso di lui uno esercito intero oltralpe, e se non bastava sarebbe accorso in persona: se poi lo avesse fatto, è un'altro paio di maniche. La Corte romana per lo inopinato ardore di Re Enrico andò in visibilio; di eretico dannato al fuoco eterno per poco non lo salutarono Giuda Maccabeo, e Gedeone. Il cardinale di Ossat gli scriveva: «non ho parole, che bastino per significarle quante lodi, benevolenze, e benedizioni la Maestà vostra siasi tirate addosso in grazia delle sue profferte.» Don Cesare abbandonato dagli amici di fuori, dentro insidiato ebbe a cedere; Clemente acquista Ferrara, la quale da prima resse benigno, poi mano a mano acerbo, più acerbo, e finalmente acerbissimo; tanto, che per sospetto volesse il popolo ferrarese dare la balta il Papa ci fece costruire la fortezza, e i Ferraresi si condussero a lamentare il dominio estense; cosa d'altronde ordinaria nelle tirannidi, che la nuova desti il desiderio dell'antica non perchè paia quella più dura, ma veramente sia.
L'assoluzione di Enrico IV fu negozio, che dopo averlo succhiellato da una parte e dall'altra visto che tornava ad ambedue si sarebbe tosto conchiuso, ma il Papa andava giravoltando un po' per tema di Spagna, un po' per cavarne più, che potesse: così tentato prima Filippo, che ormai, come avvertii, aborriva da nuove guerre, ed impartita al negozio indole religiosa per modo che il piissimo Re spagnuolo l'avesse a trangugiare lodandolo aperto, ed in segreto maledicendolo poteva avventurare il passo, ma allora appunto cominciarono le ambagi di Roma; tuttavia quando tirate troppo le corde fu temuto, che le si rompessero il Papa calò, molto più che nel mezzo tempo Enrico faceva a vittoria succedere vittoria; in Francia per la solita voglia di saltare dallo scacco bianco al nero, o piuttosto per paura accadde un solenne voltolone. La Sorbona revocando i suoi decreti dichiarò la monarchia d'istituzione divina, necessaria la obbedienza al Re quantunque respinto da Roma, e poichè il becco emissario ci ha da essere sempre questa volta toccò ai gesuiti; anzi in quel torno un Giovanni Chatel avendo assalito Enrico per ammazzarlo e trovato che a costui avevano guasto il cervello le prediche dei gesuiti, questi ebbero ad uscire dal regno come seduttori della gioventù, perturbatori della quiete pubblica, nemici dello Stato e del Re.—I patti apposti alla assoluzione del Re non gravi per ora quanto alla sostanza, ma quanto all'apparenza eccessivi, imperciocchè Enrico dovesse farsi rappresentare da un'oratore a posta il quale nel portico di San Pietro genuflesso ebbe a leggere la supplica regia, e a sopportare di essere percosso con le verghe su le spalle secondo il rito di Roma quando assolve gli scomunicati.—
Dicono che Enrico esclamasse:—Parigi vale bene una messa!—Se questo dicesse ignoro; certo parmi che da eroe non adoperasse, bensì da uomo di stato valoroso, imperciocchè secondo che avviene nei perturbamenti politici, le parti estreme si fossero combattute, e stremate; gli eccessi vicendevoli le avevano scemate di credito, e la parte mezzana standosi da canto cresciuta di forze, ampliata di aderenti per avere quiete accettava il Bearnese a condizione si rendesse cattolico; e il Bearnese considerato, che contro questa parte non sarebbe mai venuto a capo nè anco se i suoi ugonotti fossero stati interi, epperò molto meno poteva riprometterselo adesso che erano laceri; pensando altresì come a cotesta parte per vincere basti stare fermo, di un tratto staccatosi dagli amici, a piè pari le salta in mezzo, e regna.—
Anco il Papa ci fece il suo civanzo, oltre quello che apparve stipulato, e questo fu, che si amicò la Francia senza romperla con la Spagna, onde alla occasione si procurava la scelta della servitù; alla Italia poi invece di uno pose sul collo due gioghi, consueti doni del Papato. Di Alessandro dei Medici, che prese nome di Lione XI altro non è a dirsi, eccettochè visse soli 27 giorni; i Francesi, i quali lo reputavano a loro propizio ci spesero per ispuntarla contro gli Spagnuoli 300,000 scudi; li giuntò la morte, e per questo li posero in canzone gli Spagnuoli, che messi su l'avvisato attesero con diligenza maggiore alla nuova elezione donde uscì fuori Cammillo Borghese in fama di loro parziale, che tolse nome di Paolo V.—Anco di lui breve, comecchè agitasse gravi cose, ma all'argomento nostro non pertinenti; poco seppe dei governi del mondo sprofondato negli studi forensi nei quali acquistò nome di sofista, e d'ingegno cupido, mascagno, e presuntuosamente cocciuto; siccome per essere eletto Papa egli si astenne dai soliti intrighi, ebbe fede sul serio trovarsi assunto alle somme chiavi per virtù dello Spirito Santo; oltre questa fede egli n'ebbe un'altra, e fu, che lo avessero ad uccidere di ferro, o di veleno; per la quale cosa sospettando di tutto, e di tutti viveva misera vita; impaurito atterriva, e a danno suo lo seppe il misero Piccinardi cremonese, il quale compose non so quale poema satirico nè manco in ispregio di lui, sibbene in odio di Clemente VIII; il misero poeta non lo aveva per altro pubblicato con le stampe, anzi lo teneva sotto chiave; lo denunziò una donna; Paolo ne prese occasione per ispaventare, e siccome la voglia sua parve piuttosto immane, che feroce, magnati Romani, oratori di principi amici lo supplicarono per cotesto fallo non volesse fare sangue, ed ei lo promise: ma quando se lo aspettavano meno gli mozzò il capo a Santo Angiolo, e ne prese i beni. Proseguendo nella tumida presunzione scomunica il reggente di Napoli per avere dannato alle galere per cause attenenti ad interessi chiesastici un protonotario, e un libraio; si arruffa con Savoia a cagione di benefizi, con Genova per avere vietato le assemblee dei Gesuiti scuola perpetua di subbugli, con Lucca la quale ordinò i decreti degli officiali del Papa non si eseguissero se non dopo ottenuta l'approvazione del Governo; con Venezia poi molti e vari i capi di contesa nè spirituali tutti; litigavano pei confini su quel di Ferrara, per le pesche, e per la navigazione del Po; il legato di Ferrara fece pigliare alcune barche peschereccie dei Veneziani; questi per rappresaglia si portarono prigioni una frotta di papalini, e con navigli armati sostennero a forza le loro ragioni. Ma il Papa più pertinace che mai pretende i diritti regali su Ceneda, e i Veneziani non gli danno retta; egli ordina i giudizi dei tribunali vescovili della Venezia si deferiscano a Roma, i Veneziani minacciano a cui obbedisce guai; il Papa scomunica i renitenti, i Veneziani provvedono non sorta effetto civile la scomunica: poi venne il negozio delle decime; il Papa le volle per sè, non le potendo ottenere, dispensava da pagarle; se non le poteva esigere egli nè anco i Veneziani le dovevano avere; anco su i libri si levarono querimonie infinite: larghi i guadagni di questa industria a Venezia; il Papa si affaccendava quotidianamente a proibirli mettendoli allo Indice; a questo mo' impedito che a Venezia si stampassero e altrove emendati alla sua maniera procurava si pubblicassero a Roma: questo volgere l'autorità spirituale in prò della bottega uggioso sempre, insopportabile adesso perchè lesivo gl'interessi del commercio, di cui ogni mercante è tenero, e i Veneziani ne furono tenerissimi. I Veneziani dal canto loro non tenevano le mani a cintola, e con lo escludere dalle assemblee chiunque tra loro per professione, e per elezione dipendesse da Roma, taglieggiare il clero fino alla carne, pretendere, che i benefizi ad altri, che paesani non fossero, non si avessero a conferire, e questi soli presiedessero alla inquisizione, vigilare ogni ritrovo chiesastico, impedire, che pure un quattrino ricapitasse a Roma rendevano pane per focaccia. Insomma alle romane improntitudini significate a questo modo, che gli stati volendo anco in minima parte mescolarsi nei negozi della Chiesa, dirigerli, molto più contrastarli commettevano tirannide pagana; lo imperatore non può giudicare i Papi, ma sì i Papi gl'Imperatori; l'anima ha da vincere la carne, lo spirito supera la materia: da quando in quà la pecore si rivolterà al suo pastore, o lo vorrà sermonare? Il sacerdote va esente da qualsivoglia balzello; ha da essere pagato non già pagare; egli appartiene alla famiglia di Cristo: mirate i Leviti, tutto Isdrael contribuiva loro la decima. E i sacerdoti non rendono con inestimabile usura questo po' di benefizio terreno pregando pei peccatori, ed offerendo il sagrifizio? Da Cristo scende il sacerdozio cristiano così, che spento l'ultimo prete (inorridisco a pensarlo!) preti non se ne potrebbero trovare più nè anco a pagarli cinquanta centesimi l'uno; degl'Imperatori, dei Re, Duchi, Granduchi, Arciduchi eccetera poi il popolo ne possiede la stampa. Tanto affermano il vecchio, e il Nuovo Testamento, i dottori della Chiesa, i Concili, e perfino le Bolle dei Papi.
Tra i Veneziani allora viveva un frate servita Paolo Sarpi uomo di costumi illibati, dotto in molte maniere di sapienza umana, d'ingegno acre, e battagliero, indefesso agli studi, nelle dottrine canoniche singolare; e per di più padroneggiato da passione dominante, che era l'odio contro l'autorità temporale dei Papi: il Senato l'oppose a Roma; e il Sarpi solo dimostrò col vangelo, co' dottori, ed anco con i Concili (perchè ce ne ha di tutti i colori) che tutto potere ci viene da Dio e lo ha detto l'Apostolo (il quale se la poteva risparmiare) che ogni persona è tenuta ad obbedirlo, e lo ha detto Dio; al principe sta dettare le leggi, giudicare la gente, imporre le gravezze, ed in questo così chierici come laici dovergli sommissione: per nulla le prerogative del principato eccezione del sacerdozio; al contrario quelle del sacerdozio concessioni del principato; questo dette alla Chiesa possesso e giurisdizione, e l'è protettore, anzi patrono; da lui pertanto a buon diritto dipendono la nomina ai benefizi; e la pubblicazione delle bolle, e via discorrendo. Gli è chiaro che riusciva più agevole mettere insieme l'acqua e il fuoco, che queste due pretensioni contrarie, si venne alle rotte, e il Papa scomunicò il Doge, il Senato, tutti i magistrati della repubblica, e segnatamente i consultori; impose altresì ai preti pubblicassero la scomunica dagli altari, o affiggendola alle porte della chiesa, a chi mancasse guai in questo mondo, e nell'altro. Il Doge Leonardo Donato, eccetto un po' di decreto stampato in un quarto di foglio col quale ammoniva il clero a non curarsi di quelle grullerie, ed a continuare nel debito verso la Patria, non se ne dette per inteso. Avvertiti i Dieci come certo parroco si fosse vantato bandire la mattina di poi la scomunica, notte tempo gli fecero rizzare le forche dinanzi alla Canonica, e bastò; al Vicario di Padova, il quale interrogato dal Provveditore, che cosa intendesse praticare circa la pubblicazione della scomunica, rispose: «io farò quello, che lo Spirito Santo m'ispirerà.» Il medesimo soggiunse: «reverendissimo ci pensi due volte, perchè io so di certo che i Dieci hanno risoluto impiccare qualunque prete a cui lo Spirito Santo inspirasse la pubblicazione.» Lo Spirito Santo, certo per non mettere a repentaglio il Vicario, si astenne da ogni ispirazione. Ricorrendo la festa del Corpus Domini il Senato provvide si celebrasse con solennità straordinaria, e così come sapevano i nostri maggiori mostrarono ai preti che mal presumono trafficare su Cristo come cosa di loro privativa: Cristo è dei cristiani, e meno di ogni altro di loro. Roma arrovellando voleva dire, e fare; quanto a dire ella mantenne la promessa anco troppo, quanto a fare e' fu diverso; la guerra rimase alle minacce; non così circa allo assassinio del povero fra Paolo; la prima volta fu spedito da Roma Rutilio Orlandini per ammazzarlo; di presente gli pagarono un mille ducati; compita la strage avrebbe avuto, chi dice 5000, e chi 50,000 ducati; egli prima di partire mostrò a Flavio di Sassoferrato l'assoluzione del delitto il quale stava per commettere: non importa nè anco notare che i preti negano a spada tratta; ma che non negano, quando torna loro i preti?