E tuttavia si avrebbero a ricordare, che il Cardinale Barberini poi Urbano VIII, andava in Parigi promettendo nonchè assoluzione indulgenza a cui ammazzasse fra Paolo, Clemente VIII, aveva concesso mediante uno elegantissimo breve in virtù del quale era dato facoltà a taluni cittadini di Rieti di spengere senza sospetto di pena in questa e nell'altra vita gli assassini del padre loro. L'Orlandino, messo appena il piede su quello della repubblica, fu preso, e strozzato in un bacchio baleno: più avventuroso, o piuttosto più misero di lui Ridolfo Poma il quale forse pei conforti del Papa stesso, e certo poi di Cardinali, Prelati, e Chiesastici di ogni risma legatosi con parecchi preti, e parecchi ribaldi assalito a tradimento il Sarpi presso al suo convento nella contrada di Santa Fosca lo lasciò come morto per terra trafitto da venti coltellate. Tuttavolta ei sopravvisse, e all'Acquapendente, che nel medicargli quella delle ferite la quale dalla manca orecchia destra gli passava tra il naso e la guancia notò non averne mai veduto altra più strana, egli avvertiva: «la è fatta stylo romanae Curiae.» Nè qui rimase l'odio, che non perdona mai, imperciocchè Roma non aborrisse a gran pezza Calvino, e Lutero quanto fra Paolo; s'industriarono farlo avvelenare nel cibo, ovvero nei panni co' quali curava certe sue infermità emorroidali; essendosi salvato il Poma lo ridussero prima al disperato, poi lo aizzarono a tentare da capo assassinarlo; e così durarono un pezzo le insidie finchè la coscienza pubblica in Italia, in Francia, e in Germania si rovesciò contro la infamia di Roma: allora il Papa, e i preti si avventarono a un tratto su quanti poterono mettere le mani addosso, e come dettava loro la paura di rivelazioni temute, la rabbia di minacciosi rimprocci e la speranza inane di coprire con la ferocia nuova la complicità antica gl'imprigionarono strepitosi, in mezzo ad apparecchio eccessivo, e li posero in parte dove non videro più luce: intanto i Veneziani in silenzio avevano agguantato gli altri, e segretamente consegnati all'acqua o alla terra. Interpostosi Enrico IV, tutti questi dissidii si composero; i Veneziani in apparenza piegarono, in sostanza no, chè mantennero inalterata la propria giurisdizione sul clero, e la legge intorno i beni stabili chiesastici. Assettate le controversie venete Paolo ad altro non attese, che a fabbricare congregazioni, instituire ordini religiosi, ed a promovere lo incremento di casa Borghese; ai tempi suoi si rinfocolò più che mai tra Gesuiti e Domenicani la lite intorno la immacolata Concezione; quelli l'affermavano, questi la negavano, ei fe' silenzio, e messosi in mezzo impose silenzio ad ambedue come per riservarne la gloria di deciderla al nostro Pio IX; e vietò anco un'altra cosa, e fu che il Galileo si astenesse come da eresia dallo insegnare la dottrina del moto della terra: altro non occorre dire di lui, ed è già troppo il detto.

Ormai la storia del Papato diventa di papa in papa più inutile pel nostro scopo; ora coglierò in qua e in là qualche fatto, il quale confermi il concetto, che egli da sè come potenza temporale non può reggere: commesso alla protezione di potenze straniere si sente sbatacchiato ora da questa parte, ed ora da quella, servo spregievole e mal fido, sicchè lo Spirito Santo uccello smarrito batte incerto l'ala senza più sapere dove ei si abbia a calare. Gregorio XV. tenta riprendere lo spirituale per servirsene di leva a rifare lo stato; ma lo spirituale solo non fa prova, ed ei reputa venirne a capo stringendosi in società con l'Austria; però mettono in comunella fra loro sacramenti, e carnefici, missionari, e sbirri; l'Austria tiene i popoli pei piedi, il Papa li converte con la corda al collo; e tuttavia ella parve prevalere; la Germania rimase inondata di frati predicatori, le prediche dei quali se convertivano tanto meglio, se non convertivano subentravano i soldati a disertare gente e paesi; felici i banditi! Le missioni, seme di rabbia, e di furore in Europa, attecchirono in America, e ciò perchè in Europa opprimevano, in America parevano affrancare; fra popoli eruditi Roma faceva ufficio di spegnere, tra ignorantissimi appariva luce di intelletto; qui niente aveva da insegnare; costà se non tutto, molto. Anco in Francia la Chiesa sembrò rifiorire, però che la baronia, d'indole ad un punto prepotente e servile, considerando adesso la Monarchia di concerto con la Chiesa, non trovasse il suo conto a dare del capo dentro un'arnese tanto gagliardo; e poi capiva che governo aristocratico la Francia non patisce; costà gli aristocratici comparvero e compariranno sempre a mo' di penero cucito all'orlo del mantello reale o imperiale: arrogi a questo, che la dottrina della riforma impaziente di autorità senza quasi addarsene aveva incamminato i popoli alla repubblica, e già se n'erano visti i segni; e se ai Monarchi la repubblica garba quanto il fumo agli occhi, nè manco piace agli aristocratici che quelli sono monoliti, e questi frantumi di tirannide schietta. Dove tu cerchi se la Chiesa se ne avvantaggiasse, tu trovi il contrario, e ciò perchè gl'interessi andarono tutti da un lato, e veramente furono i più; la fede rimase dall'altro scarsa, ma depurata da ogni terrena miscela, epperò miglior seme per fruttificare, e per vincere. Anco nei Paesi Bassi, per testimonianza del Bentivoglio fu visto agitarsi un moto tendente al cattolicismo, e i piedi guazzavano sempre nel sangue per le guerre contro Roma; certo il Bentivoglio come nunzio romano merita piccola fede nei suoi scritti, e tuttavia quanto egli afferma può darsi, imperciocchè non so se accada, come affermano nell'aria, ma sicuramente nello spirito umano, la corrente, che succede, tira nel verso contrario a quella, che passa. Nella Inghilterra comparivano indizi di non lontana mutazione; costà reggeva il figliuolo della Maria Stuarda vago di procurare a Carlo suo primogenito nozze spagnuole, e Gregorio in istile di gente innamorata gli scriveva: «la vecchia radice della pietà cristiana feconda un giorno di sì bei fiori fra i monarchi inglesi germoglierebbe da capo nel suo cuore.» A questo modo al Papa pareva camminare in bussola; sopra tutti appoggiavasi, lo sostenevano tutti; ad un tratto Austria e Spagna si legano contro Francia a cagione delle alpi elvetiche; il Papa esse tirano chi di quà e chi di là; era mestiero risolvere, e commettere la tiara all'alea delle battaglie; prevalse la buona fortuna di Gregorio XV. eletto a comporre le liti, e lo faceva forse, se la morte non gli avesse tronco le pratiche. Subentrato a Gregorio Urbano VIII. dei Barberini cambia aspetto ogni cosa; Gregorio in cuore austro-spagnuolo, in sembianza no, Urbano poi francese affatto in apparenza ed in sostanza; ed a rilevare inoltre i fiacchi spiriti di Francia ecco sorgere ministri Vieuville e Richelieu; allora il nuovo Papa butta all'aria le nozze di Carlo Stuardo con la infanta di Spagna ponendo per patto nella dispensa, che il Re si obbligasse a costruire chiese cattoliche in ogni provincia del regno; Giacomo, il quale, a quanto pare, aveva per la sua testa un po' più di tenerezza del figliuolo Carlo ne dismise il pensiero: nè basta; in odio all'Austria, e alla Spagna Urbano si accosta ai protestanti, e fidato alla Francia mulina non so quali disegni: di un tratto, la Francia, seguendo la vecchia usanza, conchiude la pace di Monzon, e pianta i collegati su le secche. Questo saggio della lega francese gli avrebbe pure dovuto aprire gli occhi, ma non valse; intricatosi nella successione di Mantova chiama i Francesi a pigliare parte nelle faccende in Italia; egli li sovverrebbe con i danari, e con le armi: allora al Papa non cadeva in mente essere il padre dei fedeli; crisma contro crisma egli spingeva e portava: sempre invasato dall'odio contro l'Austria nella guerra dei 30 anni parteggia per Gustavo Adolfo di Svezia, e favorisce i protestanti: dopo fabbricato il porto di Civitavecchia, lo dichiara franco, e vede frequentarlo più che tutti pirati barbereschi, i quali ci vanno per vendere ai sudditi del Papa le rapine fatte a danno dei Cristiani, nè lo vede solo, ma se ne avvantaggia, e ci ha piacere: forse e' fu per simili meriti, che abolì il decreto del Senato e del Popolo romano proibitivo della erezione di statue al Papa, dicendo, che stava bene per gli altri non per lui frivolissimo uomo, poetastro astioso e presuntuoso.

Il Papato ormai non ardisce più concupire i reami altrui, nè anco si attenta sbarrare un gherone del manto di San Pietro, solo ne cincischia brandelli per coprirne le spalle ai suoi figliuoli, e questi si tirano da parte a rosicchiarli come gatti il ventriglio. Sisto V al cardinale nipote assegnava centomila scudi di rendita, all'altro co' danari della Chiesa comprò il principato di Venafro, e la contea di Celano. Quello che ardisse Clemente VIII. non si ricorda; donò ai suoi un milione fra tutti; poi ad ognuno sessantamila scudi di entrata; mancatigli i beni della Chiesa, arraffò gli altrui, aiutatori giudici, auspice il boia. Paolo V. co' suoi Borghese procedeva anco più largo; il Cardinale Scipione ebbe 150 mila scudi di rendite ecclesiastiche, Marcantonio il principato di Sulmona, palazzi, ville, vasellami di argento, gemme, suppellettili che valsero un tesoro; di danaro un milione; e più strano ancora il privilegio di ribandire gli sbanditi, instituire fiere, imporre gabelle sopra altrui, non pagarne essi; andare immuni da confische, impunità per qualunque maniera di devastazione: più discreto Gregorio XV. il cardinale Ludovisio provvide con 200 mila scudi di rendita, il fratello Orazio con 800 mila scudi di monti, con la contea di Fiano e il principato di Zagarolo.

Urbano VIII. si spinse a tale enormezza, che parve a molti, ed a me pure esagerata; ciascheduno dei tre nipoti gratificò con 100 mila scudi di rendita, compreso il padre Don Carlo; oltre questo occorre scritto in più parti, come le somme donate dal Papa alla sua famiglia toccassero il valsente di 105 milioni di ducati. E' sembra che anco al Papa così immane spreco stesse su la coscienza, sicchè elesse certa commissione per esaminare se si avesse a correggere: la Commissione scrisse con una mano avesse facoltà il Pontefice come principe temporale a fondare un maiorascato nella sua famiglia con gli avanzi delle rendite pubbliche del valsente di 80 mila scudi di rendita netta; alle nepoti potere assegnare la dote di 180 mila scudi: il Vitelleschi generale dei Gesuiti consultato intorno questo parere lo sottoscrisse con due mani; al Papa presso a morire gli tornò lo scrupolo a galleggiare sopra lo stomaco; per la qual cosa egli ebbe a sè il cardinale Lugo, e il Gesuita Lupis, che risposero a coro non dovere permettere il fratello, e i nipoti suoi avessero a rendere pure un baiocco, e ne misero innanzi questa stupenda ragione: «tale e tanto è l'odio, che si sono tirati addosso i nipoti del Papa, che giudicano non solo giusto, ma necessario per l'onore della sede apostolica lasciarli in istato di conservare il fasto principesco anco dopo la morte del Pontefice! Alessandro VII. considerando come più prudente consiglio sia fuggire, che resistere alle tentazioni, eletto Papa vietò ai Chigi recarsi a Roma; e nientemeno gli fu apposto a peccato dal padre Oliva rettore dei Gesuiti, onde il Papa dabbene per non precipitare giù dentro lo inferno chiamò i Chigi a Roma, e Mario fratello fece provveditore dell'annona, e rettore di giustizia nel Borgo, il nipote Flavio cardinale nepote provvide con 100,000 scudi di entrata, l'altro nepote figlio di Agostino diventò principe, ebbe Aricia, principati, nozze illustri, tanto altro bene di Dio, onde potè fondare una delle trapotenti famiglie di Roma. Non so se i Pamfili arraffassero più dei Barberini, certo è che ne vinsero i modi tuttochè turpissimi. Olimpia Maldacchina cognata d'Innocenzio X, apre traffico di offici; vende, e baratta, nè solo dentro, ma fuori dello stato, frapponendosi per sensali gli oratori stranieri; empie il Vaticano di clamori a cagione di bizzosi puntigli con la nuora Olimpia Aldobrandina; il Papa caccia prima la nepote, poi la cognata, quindi ambedue, finalmente le richiama, nè cessano le domestiche liti; ludibrio di sacerdozio infemminito.

Ma per tornare a Urbano VIII., spinto dai dispetti dei nipoti muove guerra ad Odoardo Farnese per togliergli Castro, come già aveva tolto alla ultima donna di casa della Rovere, Urbino, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia, e Montefeltro: di qui vicende le quali per essere da un lato degne di riso, dall'altro non disertavano meno i popoli: invano il Papa cavò da Santo Angiolo 500 mila scudi del deposito di Sisto V. per sostenere la guerra, e invano ce ne spese dintorno altri quattro milioni e mezzo, e s'indebitò per sette chè legatisi ai suoi danni i vari stati italiani egli ebbe a ribenedire a forza il Farnese, e rendergli Castro: dicono, ch'ei ne morisse di dolore; ed aveva torto, imperciocchè dovevano essergli di conforto la città di Roma ingombra di ruine, il titolo di eminenza largito ai Cardinali, e soprattutto la tortura a Galileo, e la condanna della eresia del moto della terra.—Innocenzo, empiti i suoi di facultà, moriva con settecento e più mila scudi di peculio privato; saccheggiaronlo i parenti, che negarono fargli le spese del funerale, e gli diede sepoltura, tre dì dopo ch'ei fu morto, un canonico spendendoci attorno uno scudo: qual seme, tal frutto: sangue di prete non può fallire:—prima di cessare, Innocenzio riprese Castro, e ne abbattè le mura, proprio perchè questa terra avesse ad essere la pietra del paragone della perduta autorità pontificia; di fatto, sforzato dalle prepotenze di Francia la ebbe a rendere più tardi Alessandro VII. insieme a Ronciglione. In breve toccherò dello strazio francese in onta al papato, ora aggiungo il trattato di Wesfalia concluso senza pure farne motto a Papa Innocenzio, che non mancò di protestare e di buono, e gli altri tennero coteste proteste in conto di rondini dell'anno passato. Chiunque osserva mira accadere adesso alla Curia romana quello, che succede a' nobili spiantati, cupidi di crescere le apparenze alla stregua, che la sostanza scema: in questo secolo andò famosa la Corte di Roma per isquisiti trovati di ossequi, che si appellano etichetta, da disgradarne Spagna, e formare la disperazione dello stesso Luigi XIV; infiniti i puntigli su le precedenze tra cardinali, prelati, e famiglie Romane; a cui si apriva la porta spalancandone ambedue le imposte, ad altri una sola; quando passava la carrozza di qualche pezzo grosso, il pezzo minuto fermava la sua: frivole cose queste, non frivolo ma grave oltremodo questo altro: il Papa Alessandro VII. proprio pigliando il Vangelo a contro pelo non patì tenersi dintorno persone, che non fossero nobili di ventiquattro carati, e ne allegava per ragione, che i principi della terra circondandosi volentieri di servitori gentileschi, doveva credersi che tanto più Dio si avesse a compiacere nel vedere il suo servizio compito da personaggi, che andavano per la maggiore: ma! tanto è, il Chigi veniva da Siena, e sembra che nè anco lo Spirito Santo entrando nei cervelli arruffati dei sanesi li possa ravviare.

Fino da questo tempo gli uomini di stato considerando come i monti caduti in mano di stranieri, i quali tiravano la rendita standosi fuori, e non contribuivano a spesa (I Genovesi ne cavavano 600,000 scudi ogni anno) prevedevano la miseria crescente nei popoli; ma chi reggeva, non dava retta, appunto come adesso costuma il governo d'Italia: ma ti dia la peste!, almanco allora erano preti schietti, e correva il secolo decimosesto, mentre oggi siamo al decimonono, e ci regge gente soda, ma soda davvero. In cotesti tempi uno arguto ingegno paragonò il governo papalino al barbero spossato, cui, per eccitarlo a correre, si raddoppiano le perette finchè non crepi; mirate un po' se questa similitudine potesse accomodarsi ai casi nostri.—

Ora i nostri liberaloni larghi di cintura dopo essere stati un pezzo col sasso in mano per lapidare i monaci, presi da terrore, lo buttano in terra; la corte romana due secoli addietro non faceva a spilluzzico; segno a strazi continui erano i frati a Roma; non concedevasi loro la mitra, molto meno il cappello per non inquinarli; nè manco un fallito, nota Antonio Grimani, nella sua relazione della corte di Roma, si gioverebbe a pigliare il cappuccio. I conventi parvero troppi, e vani; ne restrinsero il numero; Innocenzo X. ne soppresse buon dato perchè, egli disse, senza tante invenie, sono fatti spelonca di lussuria, e di delitti; anzi Alessandro VII. propose spontaneo ai Veneziani levassero di mezzo quanti più potessero monasteri, e del ricavato dalla vendita dei loro beni si servissero nelle guerre contro i Turchi: alla quale proposta i Veneziani contrapponendo certi loro dubbi, il Papa riscrisse: «non gingillassero, facessero come il buon contadino che pota i sarmenti per crescere vigore alla vite.»

I Gesuiti all'opposto ingrassano mangiando i frutti del male di tutti: in grazia loro Innocenzo X. con la bolla Unigenitus, che ribadì Alessandro VII, s'inimica i Giansenisti condannando come eretiche cinque sentenze del libro Agostino, nel quale Giansenio presumeva avere spillata la dottrina del santo vescovo d'Ippona: poi li facoltò a eleggersi oltre il generale un vicario, che fu l'Oliva: non si badò al come vivessero, nè come trafficassero, nè in breve costumassero peggio degli altri frati, e non pertanto riputandosi essi necessari, i precetti pontifici sprezzavano da per tutto, massime nelle missioni; alfine ne commisero delle così grosse, che Clemente XIV. gli ebbe ad abolire; ma ormai nè lo stare, nè lo andare giovava a Roma: meglio di Clemente XIV., e di Benedetto XIV. compresero il papato quei pontefici, che s'intorarono a nulla mutare: certo il papato così non può vivere, ma se si muove casca; di vero Pio IX. avendo un micolino fatto le viste di uscire dalla carreggiata risicò andare in fascio in meno che non si dice un credo. I Gesuiti argine alla fiumana del secolo non possono e non poterono opporre; tuttavia remossi loro, la filosofia dilagò; i Gesuiti sono pel popolo quello che l'ellera è pei muri, che prima li rompe, e poi li tiene ritti.—I Gesuiti soppressi da Clemente XIV. ispirato dallo Spirito santo, e per sempre, restituì Pio VII in virtù della ispirazione del medesimo Spirito santo e per sempre: altri di cotesta voltabilità dello Spirito sorride; per me l'ho per buona, e le fo di cappello, prima però che dia una solenne smentita alla cocciutaggine di Pio IX, e poi perchè nutro speranza, che un giorno o l'altro egli abbia a chiarire lui o un altro come la miglior cosa che possa fare un Papa sta nel disfare il papato.

Progredendo per sintesi noi vediamo Roma, come il gladiatore ferito a morte, stramazzare, rilevarsi sul gomito, di nuovo cadere, boccheggiare, insomma se mi si consente il detto, vivere di agonia. Le diete Germaniche dal 1654 al 1658 attendono rigidamente a limitare la giurisdizione dei nunzi; Genova, Napoli e Savoia aspreggiano Roma; il peggiore male glielo fa la Francia destinata a minarla sia che le proceda nemica, ovvero amica, ma come amica due cotanti più infesta. Finchè gli stati di Europa durarono in pace Roma servì tutti, e da tutti si fece pagare i salari, ma venuti in rotta fra loro chi aveva ella a servire? E' bisognava indovinarla: nella guerra della successione di Spagna, il Papa accostandosi all'Austria si aliena Francia, la quale intesa corpo ed anima alla utilità presente non pone fine, nè modo alle sue persecuzioni; da prima Luigi XIV confisca i beni chiesastici; altri grava di pensioni; durante la vacanza dei vescovati risquote le rendite della mensa; gli si oppone il Papa Innocenzo XI, che minaccia scomuniche, Luigi gli aizza contro il clero francese servitissimo, che non si perita così abiettarsi a quel superbo: «noi ci attentiamo appena a movere domande per tema di limitare lo zelo della V. M. La deplorabile libertà dei lamenti oggi si muta nella soave necessità di lodare il nostro benefattore.» Essendo poi convocato in assemblea cotesto clero, compiacendo al Governo, decretò i quattro articoli famosi, fondamento delle libertà gallicane; al tempo stesso Luigi per darsi sembiante di ortodosso incrudelisce a danno degli ugonotti; ma chi troppo l'assottiglia la scavezza, e Roma non si lascia pigliare da siffatte lustre, onde il Papa trovando il conto a rammentarsi che ei presume rappresentare il Dio delle misericordie ammonisce Luigi, che Gesù Cristo praticò altri modi e volle che fosse condotta, non già strascinata la umanità nel tempio. Luigi quantunque cristianissimo fumava d'ira, e durante i suoi deliri avrebbe cozzato non che contro il Papa contro Dio, e già per sostenere il diritto di asilo nel palazzo e nelle contrade circostanti al palazzo del Cardinale d'Este protettore dei Francesi a Roma aveva preso pugna con Alessandro VII cacciando via di Francia il nunzio, occupandogli Avignone, minacciandolo di Concilio e di guerra; onde cotesto Papa tapino per ottenere pace ebbe a mandare il cardinale nipote a Versaglia a chiedere perdono; Mario suo fratello giurò non aver preso parte nella contesa, e tolse esilio da Roma, la guardia corsa fu licenziata, una piramide eretta dove si leggeva incisa la superba vanità di Francia, e la paura del prete imbelle, lasciando incerto chiunque la vedesse se la prepotenza galla superasse la viltà del prete romano, o questa quella: il Papa riebbe Avignone, ma gli toccò restituire Castro e Ronciglione ai Farnese, e cedere le valli di Comacchio al duca di Modena. Più duro cozzo accadde con Innocenzo XI. risoluto propugnatore della regalia, che dichiarava usurpata da Luigi XIV, il quale riuniti 34 vescovi, e arcivescovi, e 35 deputati ecclesiastici della diocesi fa bandire solennemente le libertà della chiesa gallicana dettate dal Bossuet; ripiglia Avignone, sostiene il nunzio a santo Olone, si appella al Concilio e manda con fanti e cavalli il marchese Lavardin a Roma per atterrire ed oltraggiare lo atterrito Papa che soppresso l'asilo non solo al palazzo di Francia, ma eziandio a quelli degli altri oratori pubblica la scomunica contro chiunque si attentasse ripristinarlo; e aveva ragione: tuttavolta il Papa sta fermo, bene può starci plaudendo l'Europa la resistenza di un vecchio imbelle al tracotato re, il quale più tardi oppresso dalla fortuna e dagli anni diceva: «non mi fate rammentare, che in «casa mia ho comandato sempre, nell'altrui sovente.» Morto questo Papa e subentratogli Alessandro VIII, Luigi renunzia al diritto di asilo, trista causa di tanta lite, e rende Avignone; trionfo più splendido ebbe Innocenzo XII. che respinse ogni modo di ritrattazione del Clero francese se non contenesse renunzia chiara e lampante alle proposte della Chiesa gallicana; il Clero francese con la corda al collo confessava il suo torto prostrato ai sacri piedi di Sua Santità con dolore inestimabile. Se cerchi il motivo di tanta vicenda, lo troverai nella mutata fortuna di Luigi XIV vinto dalla Europa legata contro lui, e nella viltà dei preti di Francia pei quali vittoria o sconfitta non muta abbiezione: e noi italiani uomini per gratificarci gente siffatta ci dovremo rendere come loro lumbrichi? E perchè? Per conficcarci i chiodi con le nostre mani dentro le carni; mentre essi che oggi ci vogliono compagni nella umiliazione, domani ci pretenderanno compagni nello insulto. Verun popolo cattolico ha recato crudeli offese alla Curia Romana, al cattolicismo, anzi alla religione di Cristo più dei Francesi, anco ai più avventati rincrebbero le turpi scede, onde un giorno fu segno il rito cattolico, e gli ornamenti sacerdotali, e i sacri vasi laidamente profanati, come la vera filosofia si sgomentò nel vedere in Francia il culto della dea Ragione sostituito a quello di Dio; Dio poi restaurato a mediazione del Robespierre. La Francia da due terzi di secolo s'impadronì dei beni ecclesiastici, comecchè si presumesse sostenerli, dagli interessati, beni della Chiesa universale, e incorso nella scomunica chiunque si attentasse sbocconcellarli; Avignone, e il contado venassino ripresi e per questa volta non più restituiti: gli ordini religiosi saranno i voti disciolti la elezione ai benefizi popolare come nei primordi della Chiesa. Roma certo odiava la Francia, nè davvero aveva causa di amarla; però con preci, e conforti, insomma con tutti gli arnesi dell'armeria spirituale ella promosse la lega dei Principi contro la Repubblica; inoltre la invendicata strage del Basseville le tirò contra le ire di Francia, la quale anco senza pretesto si sarebbe mossa ad angariarla; di fatto ecco allo improvviso voltarle contro le armi, e solo consentire posarle a prezzo di quadri, di sculture, e di ventun milione di lire. Il Papa piangeva, per così dire, a goccie tanti bei milioni frutto della vendita di tanti miliardi d'indulgenze, ed in mal punto porse orecchio all'Austria, di che avuta notizia il Bonaparte sperde le milizie inferme del Pontefice e lo costringe alla pace di Tolentino, dove il Papa, bene e meglio potendo, cedeva alla Francia oltre Avignone, e il contado venassino, già presi, Ferrara, Bologna, e Ravenna. Passato appena l'anno colto il destro da una sommossa, della quale impossibile adesso conoscere, e difficile anco allora, chi innocente, e chi reo, la Francia decreta il potere del Papa abolito; a lui, che implorava lo lasciassero morire in Roma risposero: avrebbe potuto morire da per tutto; gli strapparono dal dito l'anello, gli posero a sacco le camere, gli tolsero le cose necessarie così alla mondizia della persona, come al vestire, e strascinatolo in Francia, quivi poco dopo ottantaduenne periva. Allora il Direttorio trovando come il governo dei preti non potesse accordarsi con quello di Francia rinvenne, fra i suoi tanti, l'uomo (Merlin) che dettando il rapporto per la decadenza del Papa non si peritava scrivere: «rammentate la strage dei Francesi in Sicilia, e voi sentirete Niccolò II. darne il segno; aprite la storia sanguinosa dei Borgognoni e degli Armagnacchi e ci vedrete il dito di Bonifazio IX; se ponete mente alla tirannide di Luigi XI ecco Sisto IV l'approva. Mirate Gregorio XIII che seduto in trono accetta dalla Lega la spaventosa offerta del capo di Coligny. Quando Enrico IV pretendeva come suo retaggio il trono di Francia, Gregorio XIV ci spedisce contro un esercito, e Clemente VIII ci comanda di pigliarcelo per Re. Prorompe la Fronda, ed Innocenzo X protegge il cardinale di Retz. Innocenzo XII benedice i carnefici delle Cevenne, ed allorchè le bambinesche liti del giansenismo guastavano le menti, la voce di un prete straniero, Clemente IX, entra di mezzo a scompigliare, e inasprire.»

Napoleone trovando creato un nuovo Papa se ne valse, come Carlomagno, per consacrare il delitto; l'uno l'altro ingannò; l'uno l'altro tradì: se vuoi penetrare dentro le viscere del Concordato leggilo nell'Apologia del Foscolo, e confronta con la saccente vulgarità in proposito del Thiers compilatore senza più dei sofismi bindolissimi del Bonaparte.