E la legione del Garibaldi quale, e come composta? Da prima la formarono alcuni uomini, nè manco una compagnia, superstiti ai combattimenti di Moranzone e di Luino, vi si aggiunsero poi i bersaglieri mantovani i quali licenziati a Torino nell'ottobre, vennero a Pontremoli nel novembre del 1848 dove ebbero dal ministero democratico toscano armi, vesti, ed anco un po' di danaro; sul finire del mese raggiunsero il Garibaldi a Ravenna, nella quale città egli menava vita stentata; allora crebbero fino a 700; altri soldati racimolarono in più parti, massime a Ferrara, Mambrini capitano, e Ferrari tenente; difettavano di armi, di vesti, di tutto, ed in questi arnesi furono spediti a vigilare i confini verso Napoli; alla metà di aprile in Anagni ottennero armi, vesti poche, causa di contesa fra loro. Costà giunse la nuova dei Francesi sbarcati a Roma, e dicevano per combattere al fianco degl'Italiani, nè poteva correre diverso il grido, perchè una repubblica mossa ai danni di altra repubblica partorita in certo modo da lei pareva mostruoso, ma presso cotesta gente le opere quanto più assurde credibili. I legionari di Garibaldi da un lato lieti di tanto appoggio e al punto stesso zelatori della propria fama sbracciavansi a segnare un foglio, col quale chiarivano ch'essi intendevano combattere separati dagli ausiliari; non si confondano i meriti; il cimento distinto stimolo alla emulazione; quando a torli d'inganno ecco arriva un messo perchè si avaccino a Roma minacciata dai Francesi, e i legionari andarono; taluno di loro pensoso delle sorti finali della Patria, tutti anelanti conoscere chi più valente al paragone delle armi o i Tigri di America (com'essi sè medesimi chiamavano) ovvero i Lioni di Affrica, essendo stati cavati la più parte dei Francesi dall'Algeria.

Da tanto che i Francesi furono sorpresi, basti sapere che addosso ad un ufficiale nemico morto in battaglia furono trovate le istruzioni per lo assalto, giusto nel vero modo in che fu fatto: il quale era irrompere con forze bipartite contro la porta Angelica, e sopra la porta Cavalleggeri punti fra loro distanti 630 metri in linea retta dentro Roma e quinci, sperdendo ogni impedimento dinanzi, fare capo dai diversi lati nella piazza San Pietro che giace in mezzo a cotesto spazio: di fuori poi girando le mura lo intervallo fra le due porte cresce fino a 2490 metri: ma poichè sotto le mura di città difesa male camminano eserciti, per poco che ti allontani a cercare più sicuro sentiero ti toccherà discorrere fra le due porte un tratto ben lungo di 4000 metri; così i due corpi si ponevano in avventura senza che l'uno potesse per la soverchia lontananza sovvenire all'altro; mentre ai Romani sortendo da castello Santo Angiolo era fatta abilità pigliare gli assalitori di porta Angelica di fianco, ovvero alle spalle, gli altri spinti contro la porta Cavalleggeri con mosse uguali potevano essere combattuti dai nostri usciti da porta San Pancrazio.

I Francesi mossero da Civitavecchia a Roma la mattina del 28 aprile: erano 6000 e più provveduti di tutto; la sera giunsero a Palo e vi si fermarono; il 29 accamparono a Castello Guido 18 chilometri più in su verso Roma; di qui il Generale spediva innanzi a speculare il fratel suo capitano Oudinot, che ritornò referendo guasti i ponti, sfondate le strade, però difficile non impossibile procedere innanzi; avere incontrato non so quale pattuglia romana che seco lui ricambiò parole, ma sul punto di tornarsene gli aveva fatto fuoco addosso, onde due cavalli erano rimasti morti, e prigione un cacciatore impigliato nelle redini del cavallo caduto.—Così il giornale delle operazioni dell'artiglieria dettato dal Generale Vaillant; altri poi addirittura afferma, che i Romani al primo apparire dei Francesi avevano spulezzato a scavezzacollo; lasciando a chi leggeva la cura di accozzare insieme la fuga dei fanti romani con la prigionia di un cavaliere francese.

Ma la faccenda si crede altrimenti. Il rapporto ufficiale consegnato al ministro della guerra romano racconta come i nostri al comparire dei Francesi gl'intimassero lo stare; l'Oudinot negò; interrogando con quale argomento lo impedirebbero essi risposergli: con la forza; di qui mano alle armi, e i Francesi fuggirono, non già i nostri.

Il Generale Garibaldi nelle memorie inedite, di cui per somma cortesia volle farmi copia, a questo modo discorre intorno a siffatto particolare: «al far del giorno io aveva davanti a me un soldato francese di cavalleria inginocchiato chiedendomi la vita. Io lo confesso comecchè poca cosa fosse l'acquisto di un prigioniero, me ne rallegrai, ed augurai bene della giornata. Era la Francia inginocchiata facendo ammenda onorevole per la vergognosa condotta dei suoi governanti.» Ci vorrebbe altro per la Francia se volesse fare ammenda per tutte le sue vergogne! nè tale le consente la indole superba solita a coprire le antiche con le nuove vergogne: umiliata si umilia, ma bisogna che prima ne tocchi, e di molte: ora la perdita di un prigione non era capace ad esercitare tanta virtù; vuolsi piuttosto considerare non dirò l'abiettezza, bensì la ignoranza del soldato francese comune a troppo grande parte di loro, imperciocchè quel pauroso supplicare mercede da altro non poteva partirsi eccetto dalla credenza, che barbari e atroci noi altri le leggi di guerra anzi quelle della umanità non osservassimo. Un'altra cosa non isfuggi allo arguto Garibaldi, e furono le armi, che cadute nella fuga ai Francesi, e da lui esaminate considerò come troppo di lunga superassero le nostre.

Omero invocò le Muse per rammentare i nomi dei gloriosi, che si travagliarono allo assedio di Troia; io in questo tempo scarso di poesia mi sono raccomandato a quanti si trovarono allo assedio di Roma per salvare dall'oblio più che per me si potesse prodi Italiani, però seppi che il primo sortito all'onore di adoperare le armi contro lo straniero si chiamava Maestri genovese, reduce da Montevideo monco di un braccio perduto a Moranzone: la intera pattuglia poi comandava il Bicchieri, nizzardo; e ciò non senza legittimo orgoglio nota nelle sue memorie il Garibaldi.

I Francesi giunti al bivio della strada di Civitavecchia distante 1500 metri da Roma non si bipartirono, ma conforme loro persuade la consueta superbia tirano innanzi di conserva per la via che mena a porta Cavalleggieri. Di tratto in tratto incontravano scritto sui muri, ovvero sopra cartelli pendenti da pertiche l'articolo quinto della loro costituzione, e i Francesi leggevano e ridevano, usi a tenere le costituzioni in pregio di fazzoletti da naso, e peggio. Anco il giornale del Generale Vaillant ricorda queste iscrizioni; erano della libertà che trucidavano, ma il soldato non volle vederci altro, che sceda, e ne tolse argomento a inviperirsi, chè il disposto a male fa di ogni erba fascio per attutire il grido della coscienza. Il Masi pistoiese gentile intelletto, caro alle Muse, e sacro affatto agli studi letterari di subito diventa non pur soldato, ma capitano, intrepido quanto arguto; da ciò piglino esempio quei soldati a cui par bello ostentare barbarie quasi ornamento della milizia: il soldato italiano è bene, che sappia come i supremi capitani antichi ponessero il brando a segno del volume, che leggevano meditando, anco in campo; Bruto vigilava la notte precedente alla battaglia di Filippi su i libri di Platone, e Cesare nel tumulto di Alessandria null'altro ebbe a cuore eccetto salvare i suoi commentari i quali tenne levati sopra l'acqua con la mano sinistra, mentre notava con la destra; e degli altri mi taccio. Dei moderni soldati italiani basti dirne questo, ch'essi (parlo di quelli che militarono per la repubblica e per lo impero) decorarono la Paria delle migliori versioni delle opere greche: negli zaini loro portavano pane, e libri, quello pel corpo, gli altra per l'anima.

Il Masi pertanto difendeva la porta dei Cavalleggeri, l'altra detta Angelica, e le mura del Vaticano con la seconda brigata di milizia citadina, e col primo battaglione leggero di fanteria. Il colonnello Calandrelli mirabile a trattare artiglierie, dal fato avverso condotto a dare la opera, e la vita in lontane regioni per causa non nostra, e nè manco della libertà sosteneva co' suoi cannoni da Santa Marta il Masi. Appena l'uffiziale posto a vedetta in cima alla cupola di San Pietro accennò lo appressarsi dei Francesi i campanoni del Campidoglio e di Montecitorio chiamarono a raccolta; della qual cosa menavano i nemici inestimabile allegrezza, taluno reputando che sonassero l'Angelus, altri a gloria per riceverli in trionfo. Il Petrarca nostro lamenta che ai suoi dì con le campane si desse il segno di battaglia:

«Nè senza squille si comincia assalto «Che per Dio ringraziar fur poste in alto.»

Il Petrarca se intendeva favellare di guerre fraterne, senza fallo aveva ragione, se poi di battaglie in difesa della Patria certo ebbe torto; però che la vita offerta in sacrificio della Patria minacciata dal furore straniero, sia la migliore preghiera, anco a giudicio dei sacerdoti di Cristo.