L'Oudinot andategli a bene le fraudolenze a Civitavecchia le riprova a Roma inviandoci col solito Espivent un Leblanc, e un Ferand i quali trovarono nei Triumviri osso duro a rodere; alla esposizione che fecero delle cause che avevano condotto i Francesi a Roma udirono rispondersi: strano consiglio il loro se per preservare i Romani da invasione austriaca li sottoponevano a invasione francese; governo libero, e di propria scelta possedere il popolo romano nè essere punto mestieri ch'essi venissero a manipolargliene un'altro: guerra col Papa non averne, a lui scappato avere sostituto i Romani la repubblica col suffragio universale, appunto come in Francia; dopo ciò insolenze dal lato dei Francesi ebbero a mettere dentro la lingua, misero fuori la spada, e lo potevano fare prima, e conclusero col domandare se intendevano o no ricevere i soldati in Roma di amore e di accordo, e i Triumviri tosto: per loro no, ma doverne consultare l'Assemblea. L'Assemblea consultata dichiarava alla unanimità doversi respingere la forza con la forza.
Intanto l'Assemblea commetteva ai signori Rusconi e Pescatini si conducessero al Capitano Oudinot, e meglio a voce gli spiegassero la protesta precedente l'ultima deliberazione, e lo fecero; di che l'Oudinot sgomento giurava tacto pectore del tutto fuori delle sue intenzioni, e delle istruzioni del Governo ristorare il Papa, desiderava il voto del popolo liberissimo si palesasse, qualunque poi il governo uscito da quello egli prometteva osservarlo; un popolo fraterno aprisse le braccia ad un fraterno popolo accorrente a salvarlo onde le bandiere unite sventolassero sul Campidoglio, come a Civitavecchia. Richiesto di dettare un bando in questo senso si obbligò farlo; gli oratori romani parvero contentarsene; e per pegno di animo riconciliato consentì di rimandare con gli oratori a Roma il capitano Fabar, che da vicino renderebbe meglio capaci municipio, ed Assemblea dell'animo del generale; e l'erano le medesime lustre; volevano entrare. L'Assemblea uditi gli oratori, ed i Triumviri Saffi e Armellini, dacchè il Mazzini avverso agli accordi si astenne dallo intervenire e questo fu atto lodato di temperanza civile, confermò il partito già preso.
Taluno censura il Triumvirato, e l'Assemblea per siffatte deliberazioni, e a torto perchè i Francesi volessero restaurare il Papa per tenerselo bene edificato in pro del propri interessi, come fu esposto nelle pagine precedenti; e parola più parola meno detta o scritta non rileva, avvenendo nei fatti politici come nei gravi i quali tendono per necessità al centro e al fine loro: se hai forza dell'altro curati punto o poco; se non l'hai i patti; le condizioni, e le promesse bene rendono più iniqua la malafede altrui, non maggiore la tua sicurezza. Una volta i Francesi entrati in Roma avrieno rinvenuto pretesti a carra per fare a loro modo, ed oltre al danno i Romani si sarebbero tirati addosso la beffe: cedere a forza soperchiante non frutta discredito, massime dopo la prova dell'arme, il popolo che si lascia abbindolare si adagia da sè nel cataletto per cantarsi l'esequie.
Il Fabar e gli altri compagni uscirono di Roma con promessa di tornarci, ma non si videro più; il manifesto dell'Oudinot comparve; conteneva le solite girandole, che poi sperimentammo di che cosa sapessero. Quello che altrove avvertito da noi qui si rinnuova; credesi agevolmente ciò che piace, e per ordinario le spie, e gli ambasciatori referiscono quanto sanno andare a genio del governo, sicchè gli ufficiali spediti a Roma per gli accordi, e gli spioni che ci stavano di fermo accertarono l'Oudinot come la comparsa di un polso di soldati francesi sotto le mura averebbe di sicuro partorito un rivolgimento in pro del Pontefice; le ammannite difese tali da non doverci pensare nè manco; però se poco trattabili prima, adesso, che si tenevano la vittoria in pugno i Francesi gonfi da insopportabile superbia di accordi non volevano sapere: sicchè vani i consigli, e le preghiere di cittadini cospicui presso all'Oudinot; delle minacce rideva, chè lui affidavano da un lato la trapotenza della Francia, e dall'altro la debolezza di Roma, e questo pur troppo era vero, nè recava infamia; ma più si adagiava nel concetto ingiurioso dello aborrimento negl'Italiani d'incontrare combattendo la morte; si fecero ad occorrergli da capi il Pescantini, e il Rusconi, e furono trattenuti per via; allora gli scrissero una lettera nella quale, tra gli altri avvertimenti, lo ammonivano, badasse bene, il suo esercito non bastare allo assalto di Roma; il capitano di Francia reputando tutte queste manifestazioni paura s'intorava a tentare la impresa. Havvi chi crede, altresì, che il duca di Harcourt giudicando Pio IX ormai deliberato a dare di frego ad ogni istituto, che sapesse di libertà, sollecitasse l'Oudinot ad impadronirsi di Roma, la quale occupata, sarebbe riuscito meno arduo venire ad accordi con lui, o per dirla più aperta, imporgli condizioni; e le sono fandonie, perchè come i Francesi onestamente si sarebbero messi innanzi a tre potenze per compire a danno della santa sede la restaurazione, ch'eglino pure si offerivano fare con patti di gran lunga più vantaggiosi? Per natura di cose i Francesi erano come mandatari delle altre, nè potevano condursi diverso dalla mente, e dalla commissione dei mandanti; e poi l'esito chiari la fallacia di simile supposto.
Il generale Oudinot si accosta a Roma sicuro di esserci accolto a braccia quadre, per la qual cosa egli od altri per lui, incontrata resistenza, si dolse come di tradimento patito: le sono improntitudini consuete, però che se nello assedio di Roma occorsero traditori questi furono francesi; e se rimase ingannato, lui indussero in errore le sue spie spedite dentro col sacro carattere di oratori, e i codardi ch'egli mandava a sobillare in danno della Patria: nè venne punto spensierato, bensì guardingo, forte di fanterie, e di artiglieri.
Fino d'allora anco a Roma si dimenavano in pro loro i così detti Moderati o Consorti; dei quali taluno pigliava il proprio interesse per pubblica utilità, ovvero non badando se i suoi concetti partecipasse o no lo universale si travagliava a tutt'uomo a metterglieli addosso come un giogo; chè così essi compresero, e comprendono la libertà, ed anco peggio. Tuttavia non ebbero campo a tradire, dacchè a fine di conto un po' di simulacro di libertà anco da loro si desiderasse, ed oggimai il Papa nell'odio concepito per gl'istituti liberali non faceva differenza da governo temperato a repubblica.
Quanto ai preti non era da reputarli schietti come quelli, che procedono sempre pieni di ambagi, e di simulazione anco fra loro; luce non ne vogliono vedere, gli occhi chiudendosi ostinati ed orecchie; e per me credo, che il Papa quando pure rimanesse solo nel Vaticano continuerebbe nondimanco a benedire come se l'urbe e l'orbe aspettassero a gloria la sua benedizione. D'altronde i fuoriusciti anco non preti sempre così, onde bene a proposio Federigo Torre con le parole del Macchiavello avverte: «debbesi considerare quanto sieno vane la fede e le promesse di quelli che si trovano privi della loro patria. Perchè quanto alla fede si ha da estimare che qualunque volta possano per altri mezzi che per li tuoi rientrare nella patria loro, lasceranno te ed accosterannosi ad altri nonostante qualunque promessa ti avessero fatta. E quanto alla vana promessa egli è tanta la voglia estrema, ch'è in loro di ritornare a casa, ch'e' credono naturalmente molte cose, che sono false, e molte ad arte ne aggiungono; talchè fra quello che credono, e quello che dicono di credere ti riempiono di speranze talmentechè fondandoti su quella, tu fai una spesa invano, o tu fai una impresa in cui tu rovini.»
E poi o che armeggiano oggi i Francesi quando cotesto loro capitano Oudinot, per via di un bando che io non riporto però che le sue non sieno mica parole del Macchiavello, chiariva la gente che il fantasma di Governo romano ricambiando con bravate le sue profferte di pace egli accettava la sfida, benchè la fosse bazzecola aspettandolo a braccia aperte popoli e soldati, fanciulli, vecchi, ed anco le donne nè altri aversi a combattere tranne un'accozzaglia di rifuggiti di ogni maniera, che Dio ne scampi e liberi? Per colpa dei repubblicani romani la libertà darebbe il tuffo, mentre i repubblicani fancesi così costumati e per bene si metterebbero in quattro perchè le istituzioni liberali ricevessero tutto lo sviluppo comportabile con gl'interessi ed i costumi del popolo romano.
Il Tevere parte Roma, non però ugualmente; alla diritta del fiume sorge da un lato il Vaticano, dall'altro il Gianicolo; qui la cinta di mura prima costruita da Leone IV, poi ampliata da Pio V, e ingagliardita in processo da Pio V, la quale comincia da castello Santo Angiolo, e girato intorno il Vaticano termina a porta Santo Spirito. Urbano VIII edificava un recinto nuovo di mura bastionate, che da porta Cavalleggieri prossima a quella di Santo Spirito va in su pel Gianicolo, arriva a porta San Pancrazio, e quinci avvalla fino alle rive del Tevere a Porta Portese. Da ora in poi Roma non ha difesa eccetto il fiume; ricompariscono mura male fabbricate, e peggio rabberciate, mezzo in rovina, le quali corrono a mezzogiorno, a levante e a tramontana cessando al foro Boario, dove da capo il solo fiume schermisce Roma per un miglio all'incirca; al termine del quale sorge castel Santo Angiolo. I Francesi mossero da occidente facendo capo alla parte più munita di Roma, non già per errore che commettessero, bensì per lasciarsi libera la via al mare pigliando per cardine di guerra, o come con termine di arte si dice, per base di operazione Civitavecchia: qui le difese non potevano essere lunghe, tuttavia di stianto non si poteva sforzare la Città; che se alle mura mancavano fossi, spaldi ed opere avanzate, nè manco ci facevano impressione le artiglierie da campagna, e dentro e fuori stavano uomini a difenderle.
Primo Garibaldi con la sua legione. Chi è Garibaldi? Dio ha scritto la sua gloria nel firmamento colle stelle, il Garibaldi la sua con le vittorie per lo universo mondo: invitto sempre, vinto una volta, perchè gli mossero nemici i fratelli, ed egli correva tra le armi da un lato e dall'altro per implorare la pace. Anima e mente di popolo; non so perchè, e per quale vincolo d'idee quando lo miro, ricordo il dipinto dell'Albano che rappresenta Amore, che tocca la lira a cavallo di un lione; lo imperversare della natura non lo spaventa più delle procelle degli uomini, egli ci sta in mezzo, come se queste e quello fossero attaccati al carro della sua fortuna. Dovunque si rammenta la Libertà il nome di Garibaldi le tiene dietro quasi eco di quella. La vittoria è l'ombra del suo corpo; dove comparisce cessano fame, stanchezza, e perfino il dolore delle ferite; a tutte queste miserie subentra per dominare onnipotente su le anime il divino entusiasmo di morire per la Patria, e per la Libertà: tutto splende alla luce dello eroe, tanto vero questo che parecchi uomini i quali apparvero fiamma accanto a lui, da lui discosti diventarono carboni sordidi, buoni soltanto a segnare su i muri una turpe figura o una parola sconcia. La Provvidenza nel crearlo volle segnare sopra la sua fronte destino, ma distratta a mezzo non compì la leggenda: se così non era qual mortale adesso più di lui somiglierebbe Dio? Affrancava popoli, e li donava al regno, e il donator di regni oggi gli manca il pane. È giustizia questa? È castigo? Non so, io piego il capo davanti ai decreti del supremo sapiente. Certo il plebiscito a cui lo vestì pesa peggio della camicia di Nesso, ma che importa? Ormai il primo impeto fu attutito; la fiamma accesa tornò brace, anzi cenere; gli eroi diventarono bottegai; gran mercato delle anime fu aperto; chiunque volle vendersi trovò il suo prezzo, e la mercè offerta pur troppo superò la richiesta…. e più non dico, che la parola mi scorre dalle labbra, corrodente peggio dell'acqua forte. La bandiera della Libertà rimane ferma piantata in mezzo a un mucchio di speranze deluse, il vento contrario tormentandola la fa scoppiettare, e par che dica: «quando si leveranno nuove mani per farmi progredire?» Per ora la nazione ha paura, almeno così ci danno ad intendere: pochi, e poveri ardimmo concepire il disegno della unità italiana, e tentarne il compimento; adesso con ventidue milioni di uomini ci peritiamo; avventatezze i conati primi, le moderne viltà prudenza. Avventatezze Maratona, e Platea; avventatezze le guerre elvetiche, le battaglie americane avventatezze, incliti fatti le regali dimore. Ma guerra senza danaro non si fa, e noi ci troviamo al verde, oppongono i traditori d'Italia; bene sta; ma voi ci stremaste tenendo in piedi e in procinto uno esercito, che adesso a prova conosciamo ordinato non per fare bensì per reprimere la guerra, non per combattere fuori i nemici, ma dentro i liberi cittadini; i soldati appaiono canonici, gli uomini di toga guerrieri: i generali si fanno banditori di pace, i cittadini chiedono battaglia, e impongono ai gladiatori che hanno mangiato il pane a tradimento: tiratevi da parte, combatteremo per voi…. staremo a vedere quanto la durerà: per me sento, senza tema d'ingannarmi, che la ira dei popoli e di Dio matura nel suo segreto. Torniamo a Roma.