[1] Paris 1861 Lecoffre.

Di vero (e importa che si chiarisca, e faccia senno una volta la Italia), se incominciate dalla rivoluzione del 1831 mentre la Francia bandiva al mondo solennemente la norma politica di non pigliar parte nelle faccende altrui Laffitte, quell'astro di libertà francese, accomiatava il Saint-Aulaire oratore a Roma con queste istruzioni: «voi avrete a difendere contro i sovvertitori l'autorità spirituale, e l'autorità temporale del Papa.» E poichè il Saint-Aulaire gli manifestava il dubbio, ch'egli avrebbe dovuto finalmente condursi a fare la voglia altrui, il Laffitte ripose: «non vi state a confondere per cosa, che intendiate dire; e abbiate per certo, che sino a tanto che io Laffitte rimarrommi ministro del Re, la Francia non sovverrà la rivoluzione in Italia.» Se più tardi la Francia entrò di soppiatto in Ancona, e vi rimase ciò non avvenne per tutela della libertà dei popoli, bensì perchè il papato non diventasse al tutto mancipio dell'Austria, nè contrastante, all'opposto consenziente il Bernetti cardinale; il quale trattato scoperto dall'Austria, il Bernetti ebbe a risegnare la carica di segretario di stato. Nel 1848 il Guizot protestante confidava al Rossi il suo proponimento di sostenere allo aperto l'autorità del Papa, al quale scopo teneva ammannito a Porto Vendres, e a Tolone uno esercito commesso al comando del generale Aupick: non diverso il Cavaignac, uditi i casi Romani del 16 novembre, senza nè anco consultare l'Assemblea ordinava s'imbarcasse a Marsiglia una brigata per correre ratta alla difesa di Pio: e sempre continuando nel medesimo disegno nel 30 marzo 1849 Odillone Barrot domandava all'Assemblea ed otteneva la facoltà di occupare un punto dello stato italiano.

Un'altra causa meno avvertita partorì la impresa di Roma, e forse fu la principale per quelli che usi a speculare sanno come la Francia si muova per utilità presente, o per voglia, o per ispinta altrui cercando poi illustri pretesti al povero concetto, ed alla iniquità della opera: si accostava la elezione del 10 decembre, e il Cavaignac pendeva fra due se avesse o no a buttarsi nelle braccia dei clericali, imperciocchè mirasse la repubblica intristire ad occhio veggente, ma tempo di chiarirsi papesco non gli pareva ancora; però quando gli strinse i panni addosso il Bixio Italiano, che i Francesi si hanno tolto dalla Italia, (e se lo tengano che buon pro lor faccia) dichiarava avere, senza consultarne l'Assemblea, inteso appena il pericolo del Papa, spedito armi da Tolone e da Marsiglia, e di più commesso al signor Corcelles di proteggere il Papa, e condurlo in Francia: gli si opponeva allora competitore Luigi Bonaparte, che reputando fare suo profitto col contradirgli chiariva il pubblico per via di due Giornali non potere approvare il soccorso armato come capace di produrre la guerra; tranne in questo, in tutto altro sentirsi disposto ad ogni partito diretto a proteggere la sicurezza e l'autorità del Papa. Parve a costui simile dichiarazione tiro maestro perchè da un lato si accaparrava i pacifici arrabbiati, e dall'altro si metteva nelle grazie dei cattolici, ma non aveva avvertito, che queste due cose insieme non potevano camminare, però persuaso dal Thiers, che nel Bonaparte subodorava un futuro padrone, e sè ammanniva per futuro ministro, si squilibrò co' pacifici per istringere vie più ai clericali pubblicando da capo nascesse quello che avesse a nascere per lui (che l'aveva combattuta con le armi in pugno) la sovranità temporale del Papa stava legata indissolubilmente con lo splendore della religione del pari che con la libertà, e la indipendenza d'Italia! I clericali allora parteggiarono per lui, così Napoleone prese e fu preso, e questa è la ragione per la quale il Bonaparte dopo avere impugnato le armi per atterrare la potenza spirituale del Papa adesso le impugnerebbe per sostenerla.

Queste le cause della spedizione di Roma: se non si palesarono subito, e all'opposto si avvolsero in ambagi ciò fu perchè i Francesi costumano aggiungere la coda di lione dove la pelle di volpe non arriva: veramente, io non lo nego, i nostri Italiani negoziando con esso loro mostrarono avere mandato il cervello al presto: per questi ormai sta allestito l'alloggio al Limbo; in qual parte sarà apprestato quello dei Francesi? Ma ciò riguarda l'altro mondo; in questo i Francesi devono confessarsi in colpa, perchè non possono, com'essi fanno, pretendere a due reputazioni affatto contrarie di fraudolenti e d'ingenui, di mascagni e di generosi; o tutti a Dio, o tutti a Mammone; non puossi servire due padroni a un punto.

Alla obbliqua impresa andava preposto obbliquo Capitano, ch'è chiaro come persona retta leggendo le istruzioni commesse dal Barrot all'Oudinot avrebbe notato: «io non ci vedo lume» perchè a cotesti arzigogoli il Barrot deve avere fatto tale chiosa a voce da chiarirne la ribalderia meglio, che luce polare. Naturalmente cosiffatti comandi si danno a cui sappiamo idoneo ad eseguirli, nè osservammo i soldati in simili faccende stare troppo sul taglio, meno degli altri poi Oudinot servo nato da servo; giovanetto fu tolto per paggio da Napoleone III. e con lui stette lungamente in abito servile: suo precipuo fregio l'essersi Napoleone I. appoggiato sul braccio di lui la notte precedente alla battaglia di Vagria mentre assisteva al passo del Danubio; caduto il Bonaparte servì i Borboni della stirpe primogenita, poi Luigi Filippo, per ultimo la repubblica; paiono queste mutazioni, e non sono nella vita del servo, imperciocchè per cambiare di signoria egli stia fermo nella servitù; che se l'Oudinot tirò salario dalla repubblica servendo anco lei ciò fece per distruggere un'altra repubblica, e così adoperarsi in tale atto esiziale tanto all'ucciso quanto a cui gli dava mandato a uccidere: due repubbliche ad un tratto ammazzava; un giorno gli saltò in testa di provare le parti di padrone, ma non essendo cotesto il suo mestiere egli non gli riuscì; lo stritolò Napoleone III. nato a dominare forse iniquo, non a servire. L'Oudinot a nome suo non crebbe lustro in niente, bensì menomò.

Difficile così indicare per lo appunto il numero dei morti e dei feriti in battaglia come dire preciso quello dei combattenti: ordinariamente si esagera nel più o nel meno secondo le passioni e gl'interessi dogli uomini; affermano da Marsiglia e da Tolone non essere venuti da prima oltre gli ottomila soldati, forse erano più contando i soldati di marina, gli artiglieri, gli operai, insomma tutta l'altra gente di corredo ad esercito formato; stando al Giornale delle operazioni di artiglieria pubblicato per ordine del governo in Francia portavano seco due batterie complete da 8; ed un'altra da assedio di sei cannoni da 16; imbarcaronsi sopra sette fregate, due corvette a vapore, due piroscafi minori, e due gabarre.—Taluni scrittori francesi raccontano esultante il cuore dei soldati e tranquillo quanto il mare, e il cielo splendidissimi in cotesto giorno, e può darsi, dacchè messaggieri spediti a speculare lo stato delle cose, e le relazioni officiali accertassero i Francesi aspettati a gloria a Roma. Bene è vero, che il governo romano e il Consiglio dei Deputati fino da quando il Cavaignac disegnava mandare gente in Italia per tutela della persona del Papa misero fuori la protesta di volere con lor forza impedire la violazione del territorio nazionale pigliando la difesa dell'onore degli universi popoli italiani, ma non le davano retta: chi avrebbe osato sostenere pure il lampo delle armi francesi, vittoriose sempre anco quando disfatte?

Il ministero romano deliberato respingere la forza con la forza preponeva al comando nuovi ufficiali per munire e difendere il porto da qualunque assalto; preside della provincia elesse un Michele Manucci, comandante della fortezza un Bersanti consigliere accesissimo delle estreme difese; però non bastava ordinare, bensì adoperare ogni possibile conato per respingerli, e se era concesso, tuffarli nel mare; imperciocchè co' Francesi bene si duri amici, e legati, ma ad un patto, che di ora in ora tu apparecchi loro qualche nespola delle grosse; e' se ne servono a guisa di occhiali per vedere quello, che prima era loro oscuro; nè parevano le difese disperate, dacchè Civitavecchia annoverasse 121 cannoni, di cui almeno cento in buono stato, non difettassero munizioni, ed il presidio contando i lombardi di Mellara giungesse a 1700 soldati; ma il Giornale allegato ci ragguaglia come i parapetti laterizi fossero bassi, i baluardi di terra sfiancati, i ponti levatoi in ruina, insomma tutto apparisse ridotto a tale da torre ogni speranza di possibile resistenza; questo però conobbero dopo, intanto per pigliare lingua, e vedere un po' se la lancia di Giuda provasse i Francesi radunato il consiglio di guerra sul Labrador statuirono si mandasse innanzi il Panama co' soldati Espivent, e Durand de Villers, e il segretario di ambasciata la Tour d'Auvergne; i quali ammessi al cospetto del Preside, e dei Comandanti della fortezza e della marina partecipavano certo dispaccio che in breve chiariva volere i Francesi entrare in città, ed essere venuti a mettere fine alle miserie romane, e agevolare uno assetto di governo lontano così dagli abusi antichi, come dall'anarchia presente.

Parendo com'era sfrontata improntitudine cotesta l'Espivent con molte parole dette, e talune scritte s'industriava temperarle: non essere venuti i Francesi a contradiare il voto della maggioranza dei Romani, molto meno a imporre forma di governo detestata da loro, solo volere conservare il proprio credito in Italia; il Governatore non sarebbe remosso, liberissimo eserciterebbe il suo ufficio, e così di seguito; e perchè delle sue promesse restasse inalterato testimonio volle si stampassero e su pei cantoni appiccassero.—Il preside Manucci intanto spediva sollecito messo a Roma per avere istruzioni, e le aveva già senza chiederne nuove; le lusinghe francesi attecchivano e sì che ci voleva poco a ravvisare nel bando Espivent ch'egli mirava al futuro non al passato: il popolo aveva a consultarsi da capo co' preti suggeritori di voti, e raccoglitori i Francesi maestri a fabbricare maggioranze: certo i Francesi non praticarono più tardi tanti arzigogoli per rimettere il Papa, e andarono per la via più corta, tuttavolta anco a quel modo la frode si vedeva formicolare dentro le parole; le quali interessando alla gente poltrona che contenessero assicurazioni, che non ci erano le vollero credere bastevoli, anzi da poterne dare indietro mezze; epperò municipio, guardia nazionale, e commercio raccoltisi insieme con la consueta sapienza deliberarono contentarsi di tanto; che i Francesi la data fede tradissero non si aveva a supporre nè manco per sogno; non doversi perdere tempo ad aspettare istruzioni da Roma per paura ai Francesi scappasse la benevolenza; e poi chi sarebbe il temerario che volesse rompere la guerra contro la Francia? Protestare pertanto contro chiunque mettesse a mal partito la città negando lo sbarco ai Francesi. Che restava a fare? Mettere tutti i protestanti in prigione, e tirarsi su le maniche per menare le mani le sono cose agevoli a dirsi, diverso è compirle; tuttavia il Preside poteva, anzi doveva, protestare e partirsi; invece egli adunava il Consiglio di guerra chiamandoci tra gli altri anco il Mellara, ed il Consiglio tra perchè conobbe le difese impossibili, e tra per la opposizione della gente poltrona, che stabiliti gli accordi, le pareva potersi tirare il berretto su gli occhi continuando a dormire ebbe a cedere, ponendo per condizione l'Oudinot ratificasse le promesse dello Espivent. Parte del Consiglio si recò dal generale sulla nave ammiraglia, il quale ripose di botto: magari! E ci agiunse non se quale vantaggino di parolette toccanti il rispetto dovuto ai governi usciti fuori dal suffragio della maggioranza del popolo; e se togli che le porte della città e dei quartieri avessero a custodire soldati francesi misti ai romani, ogni altra cosa come prima. Appena posto il piè fermo in Civitavecchia l'Oudinot si affretta a chiosare le parole a modo suo: intendiamoci bene, la Francia non manda i suoi soldati a difendere un governo che non ha mai riconosciuto; ella si mette di mezzo perchè s'instituisca un governo lontano così dai vecchi abusi distrutti dalla generosità di Pio IX, come dalla nuova anarchia; insomma in tutto e per tutto come prima, tranne i soliti paroloni che ricorrono in fondo a siffatte dicerie come i picchi sul tamburo al finire delle sinfonie. Il municipio, accorto tardi essersi rinnovato in Civitavecchia l'apologo della cagna pregna entrata in casa all'altra cagna, detta una magnifica protesta nella quale egli sbracia con la pala ai Francesi un flagello di virtù che non hanno mai avuto, si affida alle buone loro intenzioni, dimostra la infamia della opera che stanno per commettere con altre più cose da fare aggricciare le carni a cui legge, le quali avendo appunto questo effetto partorito nell'Oudinot, egli ordinava si distruggessero le copie stampate, la stamperia si chiudesse, soldati francesi la custodissero.

Nè qui si arrestava costui, che considerando la guardia nazionale, e il popolo intero aderire al municipio e acclamare la repubblica mette la città in istato d'assedio, disarma il battaglione dei bersaglieri del Mellara, e lo dichiara prigioniero di guerra, ghermisce le munizioni, occupa le torri; quinci rimuove artiglierie e artiglieri, della marina dispone come di cosa sua, rimbrottato si scusa, ma continua a tenere. Nella storia dei Filibustieri occorre qualche cosa di simile, e tuttavia i Francesi si protestavano amici, anzi dell'accoglienza ricevuta in Civitavecchia si valevano per argomento capace a dimostrare le accese voglie del popolo di averli restauratori del Papa. Chi inventò la sfrontatezza a paragone di costoro si daria per vinto.

L'Assemblea romana, preside Saliceti, protesta del violato diritto delle genti mercè la invasione ostile non preceduta da dichiarazione di guerra, delibera resistere, e rovescia sul capo alla Francia il sangue, che sta per versarsi.