Lo stato di Roma grave perchè quello d'Italia pericolante. Hainau atterrisce a Ferrara, Venezia è stretta di assedio, Sicilia non riconosce la repubblica romana, Piemonte torbido, volente battaglia contro l'Austriaco, aborrente dai moti dei popoli, e più dalle aspirazioni loro, Toscana mal ferma. Qui venne il Mazzini per lo appunto il giorno in cui il Granduca Leopoldo disertava dal paese come il soldato dalla bandiera: coloro, che rimasero al governo della Toscana promossi da tutti, in breve sperimentarono nemici tutti, e non pure nei fatti, ma sì nei detti, e negli scritti: i monarchici pretendevano ch'essi facessero sangue per costringere il popolo a tenersi un principe che fuggiva, i repubblicani li lasciarono perchè non bandirono la repubblica, e adesso col giudizio stesso del Mazzini si chiarisce come nè anco a Roma, dov'ella fu promulgata, i più di cuore la sostenessero. Non comprendevano i reggitori Toscani con quanto, non dirò giustizia, ma senno potesse imporsi per forza la repubblica, di cui è fine consentire al popolo lo esercizio pienissimo della propria libertà; ond'ei se ci repugni, appena datagli la repubblica, te la butta via, e dove poi tu voglia, ch'ei la tenga ti fa mestieri adoperare modi tirannici dai quali aborrivano i governanti Toscani: inoltre bisognava considerare, ch'eglino preposti al governo provvisorio dovevano queste due cose compire; mantenere ordinato il paese, e provvedere, che l'assemblea costituente eletta con sincerità di suffragio deliberasse intorno alle sorti del paese; e tanto ebbero in sorte di compire. Quanto a loro dalla repubblica non rifuggivano davvero, se repubblica aveva ad essere l'universale deliberasse; solo le violenze detestavano, chè modi incivili non furono mai visti partorire costumi civili. Di tanto possiamo porgere testimonianza, che dove lo universale avesse deciso reggersi a repubblica, e avessero eletto a sostenere gli uomini del governo provvisorio la infamia di accorrere allo Austriaco coll'olivo in mano sarebbe stata risparmiata alla Toscana; il come non importa dire, chè gli eroi, scomparso il pericolo, si misurano con lo staio.

Giuseppe Mazzini non avendo potuto ottenere per via di conati, a vero dire, non civili nè giusti che il governo provvisorio imponesse tirannicamente la repubblica in Toscana se ne andò a Roma senza essersi fatto tra noi nuovi amici, e disgustato parecchi dei vecchi.

Chi sia Mazzini non impora esporre con lungo discorso: se le sue teorie valgano tutte anco meno preme discorrere; questo è certo, che le teorie voglionsi sempre accogliere quando svegliano la passione, e il pensiero; spetta alla esperienza poi sceverare il troppo, e il vano: ora le teorie del Mazzini sopra le altre poterono operare questi due effetti stupendi in tempi nei quai l'uomo sembrava nato per servire di camposanto al cuore, e al cervello proprii: tenace secondo che gli porge la natura genovese, e però disposto ad operare, gli fanno difetto due cose: pratica di uomini, e pazienza di pigliare gli eventi come vengono: di animo mite, cultore di molti studi come di molte favelle, scrittore efficace, comecchè imperito delle grazie della lingua, nondimaneo facile a intendersi e però popolare il suo dettato: di costumi incorrotti, di vita esemplare, donatore del proprio frattanto avendogli appiccato accusa di peculato cadde da sè senza mestiero difese, e adesso vive con le reliquie del paterno censo, accomodate a vitalizio con certo suo parente di Genova: di fede intero così, che anco ai suoi poco amorevoli piuttostochè trista parve strana la taccia di servile sbalestratagli contro da tale, che da un pezzo dimena nel manico, e non è nero ancora, e il bianco muore; più agevole riprenderlo di spietata inconsideratezza di spingere altrui a morte quasi sicura, che negare per questi sacrifizii cresciuto a mille doppi l'odio degl'Italiani contro lo straniero. Se congiurasse contro la vita altrui parecchi affermano, egli nega; ma considero, che uomini i quali fanno professione delle sue dottrine non ci repugnano dove il dannato a perire meriti davvero essere offerto vittima alla pubblica Nemesi, e dal castigo di lui ne venga benefizio all'universale; nè a cosiffati uomini si domanda donde cavino il mandato, imperciocchè ti risponderanno dalla propria coscienza; e neppure li tratterranno la esecrazione o i supplizi mirando per le storie come per gesti di questa maniera tale fine aspetta se infelici; fortunati poi ogni uomo loda, e quasi india. Su di che parmi dovere ripetere un mio antico giudizio, che reputerò sinceri gli abominatori degli omicidi plebei, quando io gli udirò detestare del pari i principeschi, nè vedrò serbata la ignominia a quelli, che per istrage vanno al patibolo gli encomi agli altri i quali la medesima colpa esalta al trono: e rammenterò eziandio, come san Tommaso distingua la uccisione del tiranno, che per fraude o per forza ti si è imposto addosso da quella del tiranno eletto per suffragio del popolo; e nel primo caso l'ammette, nel secondo no; la quale sentenza a cui bene intende parrà, come di vero ella è, piena di senno, imperciocchè il violento tiranno sia accidente, che di un tratto ti colse, e di un tratto può andare via, mentre il volontario cagionato dalla corruttela del popolo per cessare ch'ei faccia non rifiorisce la libertà omai spenta: e questa è la ragione per cui ammazzato in Tebe Alessandro da Pelopida, ed in Atene i trenta tiranni da Trasibulo coteste repubbliche riebbero la libertà, mentre a Roma la strage di Giulio Cesare partorì tre tiranni, e l'ultimo tracollo della repubblica. Ma questo secolo su gli altri piglierà titolo di bugiardo come quello, che i nomi onesti, e le sembianze tutte di virtù inquinava ponendoli a velo di tristi parole, e di peggiori opere. Insomma, bandita ogni ipocrisia, questa è la ragione delle congiure per la strage dei tiranni; se non riescono si rinnegano da tutti, se riescono da pochi, ma nessuno respinge i doni comecchè sanguinosi della fortuna. Taluni scrittori francesi, che scambiano l'arguzia per discorso scrivono, che il Mazzini a Roma, sgombra dai preti, si rinvenne come in casa sua volendo così significare, ch'egli è profeta, di fine diverso, ma di sostanza pari ai profeti cattolici: quanto ai Papi per durare così deboli sovrani tanta parte nelle faccende politiche egli importa sapere, che non si conobbe mai negoziatrice più destra della Corte Romana, e quanto a Mazzini non s'inviluppò triumviro nelle sue teorie per modo, che non rivelasse d'ora in ora intelletto italiano di cui è natura la speculazione sperimentale delle cose. In Roma il Mazzini entrò eletto cittadino comecchè assente, nell'assemblea entrò col suffragio di novemila voti; lo accolsero plaudendo; il presidente Galletti se lo chiamò allato in segno di onore; disse parole brevi, modeste, e degne, le quali insomma si riducevano a questo: alla Roma dei Cesari, ed alla Roma dei Papi aversi a surrogare la Roma del Popolo, la quale raccolta in un fascio la Italia adoperasse la nuova e temuta potenza in benefizio della libertà del mondo.—Storici incapaci a concepire altro stato in Italia tranne quello di un Piemonte ingrandito tolsero a segno di sceda il concetto del Mazzini, e pure in tanta mutazione di casi egli è rimasto coscienza, e passione di popolo, patto di regno. La repubblica Romana avversata dall'odio di tutti i suoi antichi servi cadde impotente a compirlo; adesso se n'è tolto il carico la monarchia: staremo a vedere dove ci mena; per ora ella conduce il can per l'aia. Nè anco si comprende come nel Mazzini diventi follia ciò che nei bandi di Napoleone III si esalta come apice di generosa sapienza; imperciocchè la promessa di fare apparire la bandiera di Francia colà dove vi sia causa di civiltà a sostenere non risponde all'altra del Mazzini di ricomporre prima e adoperare poi il fascio consolare della libertà Romana per la libertà degli altri popoli? E per me credo, e la esperienza lo ha mostrato un'aiuto comunque lieve purchè opportuno ebbe virtù di salvare popoli, e cause maggiori della umanità; se non che la promessa del Mazzini si sarebbe attuata in pro della libertà: quella del Napoleonide per ineresse della sua famiglia, o alla meno trisa per quello della nazione francese.

Intanto Pio IX smanioso tornarsene a Roma più assoluto (se fosse stato possibile) di prima chiama in suo soccorso contro Roma non uno bensì tre stranieri, gli Austriaci, i Francesi, e gli Spagnuoli, a cui aggiunge il Re di Napoli; lo avrebbe desiderato solo, ma non lo reputava bastante; avrebbe altresì eletto l'Austria sola estimata da lui più, che capace, ma glielo contrastavano le altre potenze: il Piemonte poi amava come il fumo agli occhi, nè questo, prima di Novara distratto, dopo disfatto poteva risentirsi.

Importa con discorso quanto meglio si potrà conciso esporre le ragioni della impresa francese contro Roma, affinchè gl'Italiani facciano senno una volta. La intelligenza umana le più volte in Francia ti fa l'effetto di una pagina di stampa disfatta: alterate nei racconti le cose, i commenti a quelle temerari del pari che sfrontati; pure se savio intendi tu troverai il filo della immane improntitudine francese. Quelli che s'industriano colorire con tinta men rea la faccenda affermano, avere voluto la Francia preporre il Piemonte e Napoli alla restaurazione del regno papale; e non è vero: posto che fosse vero, la impresa non comparirebbe meno iniqua perchè commessa altrui: aggiungono, che il duca di Harcourt si dimenava a Gaeta come il diavolo nel catino dell'acqua benedetta perchè non si chiamasse l'Austria onde terminò col dare nel naso all'Antonelli; e questo può darsi, studioso che il Papa preferisse esclusivamente la Francia, la quale o regia, o repubblicana, o imperiale serva fu sempre e per giunta cristianissima: ma non avendo potuto tirare l'acqua al suo mulino egli propose non ci si adoperassero le armi straniere, nè casalinghe, piuttosto si promovesse il moto interno affinchè la restaurazione pontificia si operasse in virtù del partito costituzionale, ed anco questo rincrebbe o mostrò ad un punto quanto dolce di sale fosse il Duca, dacchè i preti sapessero due cose; la prima che non ci era anima, che li potesse patire, la seconda, caso mai ci fosse, il partito costituzionale non aborrivano meno del repubblicano, come detestano tutto ciò che tocca la superbia, la prepotenza, e l'avarizia loro.

Di fatti persone ottimamente informate ci attestano tale lo stato degli animi dopo la partenza del Papa; chi amava non lui ma il papato per suo interesse cruccioso della turpe fuga desiderava nuovo e solido ordine di governo, per avere abilità di continuare anco con questo i suoi negozi; chiamò lui non il papato a un tratto deluso, i benefizi largiti a spilluzzico, e a male in cuore oblia, solo ricorda le colpe, e ragionandovi su le magnifica; se già non sente l'odio gli va dappresso: quelli poi che di Pio diffidarono sempre, ma che pure si misero di mezzo, massime nel novembre, per impedire, che la rivoluzione con danno del paese prorompesse, adesso sbottonavano accesi contro di lui: ciò crebbe l'ardimento ai repubblicani, che trovata la temperie disposta poterono di punto in bianco acclamare la repubblica. Pio IX vanissimo, forse si dette ad intendere, che uscito egli di Roma ella restasse sepolta nelle tenebre pigliando fatte alla sua persona le manifestazioni che s'indirizzavano alla libertà, la quale si tenne promossa da lui, errore che il Papa prese insieme a parecchi, e del quale egli ed altri ricreduti con non mediocre dispetto, oggi procedono smaniosamente contrari alla causa dei popoli.

Quanto poi agli ordini costituzionali (e questo dovrebbe porre il frenello in bocca agli scrittori moderati, i quali non rifiniscono lamentare la intemperanza dei democratici come quella che alienò il Papa da cotesta forma di governo) Pio IX così si esprimeva, dopo restaurato a Roma, al ministro di Austria: «egli non dissimula punto, che giudica ogni forma parlamentare proprio nemica allo esercizio libero del potere spirituale, vedrebbe con paura intorno a sè mettere le barbe non solo alle scapestratezze imposte dalla rivoluzione, ma sì eziandio alle forme rappresentative più miti contagiose non meno, e nocive agli stati.» Per ultimo il sillabo per sigillo: onde ormai pongasi questo in sodo, repubblica, o monarchia od istituto altro qualunque, che si proponga a scopo il meglio della umanità non può assettarsi a vivere con la corte di Roma.

La Francia al postutto si sarebbe rimasta, ma avendo spillato che l'Austria voleva ad ogni modo prendere parte nei rivolgimenti delle provincie pontificie deliberò moversi per preoccupare i passi, e non mica per imporre il suo volere ai Romani, o al Papa, bensì per volerli mettere d'accordo fra loro: sallo Dio, se le dolse, ma alla Francia per salvare qualche lembo di libertà parve necessario di propria mano stringere il collo alla rivoluzione: quando anco non fosse così, la colpa non ricadrebbe su la Francia, bensì sopra i repubblicani, i quali non dovevano mai concedere al governo facoltà per fare di sua testa, nè credere che il popolo poi volesse mettersi in quattro per raddrizzare il male operato, imperciocchè a fine dei conti ai Francesi piacquero sempre le parti di Carlomagno. Ora se non abbiamo smarrito il senno tutto questo ci pare un mucchio di errori per non dire d'infamie; gli accordi per forza non approdano ad altro, che a inferocire gli animi peggio di prima; nè sta a martello attribuire la colpa all'assemblea, la quale bisogna pure, che commetta la forza al potere esecutivo, salvo a farsi rendere conto del come l'adoperi, e punire i prevaricatori; contro i barattieri il Lamoriciere aperto del pari, che preciso dichiarò: «restaurazione altro non significare che controrivoluzione;» e col Lamoriciere altri, a cui dobbiamo grazie della sincerità loro; forse a taluno parranno le parole invereconde, e sono, ma hassi a confessare altresì, che sono sincere: queste ammoniscono come il fine della impresa romana fosse quello di acquistare balìa sopra la Italia, il mezzo, la restaurazione papale; ovvero, per definire le cose a modo e a verso, il Papa usano i Francesi per arnese di servitù; costoro, da Parigi tengono in mano il capo della catena rinterzata di anelli papalini e cardinaleschi che hanno cinto intorno alla vita d'Italia e lo dicono, e questo altro anco dicono: i Francesi, se confusero il mezzo col fine e se misero innanzi il primo tacendo del secondo ciò fecero artatamente, dacchè sarebbe ingenuità soverchia palesare quello che si molina nell'animo; forse il meglio saria stato dichiararlo addirittura; pure se noi dissero non ingannarono mica: con questo vuolsi intendere che se ci furono ingannati non ci furono però ingannatori: la delusione è colpa degl'Italiani, i quali dovevano capire, che i Francesi non dovevano manifestare tutta la verità, nè potevano. Di vero, la Francia, che marca co' bellicosi Germani sul Reno deve guardare bene a cui l'accosti dal lato le Alpi; là dove la Italia diventasse feudo austriaco la Francia correrebbe pericolo di essere messa in mezzo alle tanaglie incontrando il medesimo nemico così a Magonza come a Torino; e posto eziandio, che la Italia giungesse a costituirsi potenza grande la Francia vedrebbe piuttosto crescere che diminuire il risico, imperciocchè un regno d'Italia probabile confederato un dì della Germania per terra, e della Brettagna sul mare sarebbe minaccia gravissima sopra la frontiera, che oggi la Francia non vigila o custodisce appena. Non è vero niente, che vicinanza sia mezza parentela, o vero nel senso, che parentela non importa amicizia; al contrario gli odii riardono più intensi quanto più gli odiatori sono stretti per vincoli di sangue; e porgono argomento di odio gl'interessi comuni i quali si moltiplicano e si rinforzano appunto a cagione della prossimità: poche per la Francia le cause di litigio con la China, o col Giappone e rare, frequenti e moltissime con la Spagna, la Germania, e la Italia. Pertanto contro questi pericoli la Francia non seppe immaginare mai migliore tutela della inviolabilità dello stato pontificio, il quale entra a mo' di zeppa in corpo alla Italia, e ne impedisce la unità repubblicana o regia tanto esiziale alla Francia. Insomma se il Vaticano difende la Francia, e la Francia difende il Vaticano legati da comune interesse; se questo vincolo venga a mancare la Francia si trova condotta dalla necessità a pigliarsi Roma per sè: non ci sono due vie; Napoleone I. s'ingolò Roma, Napoleone III. la tiene come un calcio in gola agli Italiani.

Ancora; i Francesi procederono sempre nemici al sangue latino: sempre ci buttano in faccia Carlomagno per vendicarsi di Giulio Cesare, fingendo ignorare come quegli fosse alemanno, questi veracemente latino, e Macchiavello questo notò, ed altre cose di giunta intorno alla natura dei Francesi; le quali sarebbe pure bene, non dirò ricordare troppo, ma nè anco dimenticarle. La improntitudine loro arriva fino a rampognarci di avversione pei gesti da essi operati quando in Italia vennero per nabissarla da cima a fondo, poi spartirsela con la Spagna, spellarla così, che l'usuraio giudeo se ne sarebbe vergognato, e se tu lettore vuoi pigliarne contezza leggi la vita di Francesco Ferruccio da me dettata, tradirla, e pestarla: essi ardiscono riprenderci d'ingratitudine perchè acclamammo il Souvaroff nel 1799, gli Austriaci nel 1814, e perchè l'esercito piemontese primo aggredì la Francia nel 1815; e qui tu nota, o lettore, che ragion vorrebbe si distinguessero governi da popoli, e di questi la parte contra e la parte, pro; ma la è cosa, che paventa la mala fede dei Francesi quando s'incornano a volere ragione! Essi non vogliono mica ricordare che il Papa, oggi prediletto da loro, fu quegli che andò a trovare in cotesti tempi nemici contro la Francia non pure in Moscovia, ma in Turchia; però non dimentichiamo già noi, che Roma così tenera adesso verso l'Austria non rifuggì per disperdere i Francesi unire il vessillo delle chiavi, con la mezza luna turchesca. I regi sabaudi, che mossero ai danni di Francia nel 1815 non erano stati spodestati da lei? Essi avevano durato nello esilio lunghi anni; l'eredità loro avevano visto convertire in giunta allo impero francese, e dove avesse da capo prevalso la fortuna di Francia nuovamente spodestati avrebber dovuto per la seconda volta ridursi nella isola di Sardegna: i popoli memori rammentavano come i Francesi calati nel 1796 dopo avere con sembianze di libertà false sovvertita da cima a fondo la Italia si partissero portando seco anco i chiodi, e lasciando in balìa del vendicativo vincitore i meschini, che ne avevano seguito le parti: dolorosa storia è quella di Milano, imperciocchè dove il principe Eugenio non avesse o per soverchio d'ira, o per manco di coraggio abbandonato l'esercito i patrizi non si sarebbero scoperti parziali agli Austriaci; insomma i Francesi mettono, come suol dirsi le mani innanzi, e per non essere rampognati rampognano industriandosi di rovesciare addosso a noi le colpe loro facendosene accusatori; ed anco ci accusano di sconoscenza a cagione delle ultime guerre, le quali pure dichiarano altamente avere combattuto pel proprio, non già pel nostro interesse.

Nella restaurazione del Papa concorse certo il senso cattolico di cui costuma adesso l'andazzo in Francia, ma non solo però, che insieme con esso accordaronsi il senno politico, e il genio del popolo. Odillone Barrot aprendo la bocca e lasciando parlare lo spirito dalla tribuna bandì: «i poteri temporale e spirituale dovere a Roma rimanersi confusi perchè altrove andassero distinti» e parve sapiente da disgradarne il Macchiavello; ora coteste sono sparate, che pensandoci si sfumano, e quando le fossero vere, con quanta o giustizia, o sagacia si pretende che la Italia sia perpetuo becco emissario delle altrui o colpe o comodità? Ad un popolo, che fu un giorno padrone in casa di tutti i popoli si può egli dire in faccia tu sarai il mio somiere perpetuo? E per arroto lo chiamerete ingrato se non si adatta a simile infamia? Cervelli Francesi! Verun partito, affermano i Francesi, e a ragione, può vantarsi avere restaurato il Papa; tutti ci contribuirono, questo concetto balzò fuori armato di lancia, e di scudo dal vasto cranio della Francia come Minerva da quello di Giove; nè vogliate credere c'io ci metta troppa mazza di mio, che simili sentenze vi balestra nette un tale Gaillard nel suo libro della Spedizione contro Roma.[1]