CAUSAM OPTIMAM MIHI TUENDAM ASSUMPSI MISEREBITUR DEUS QUIETI ET CINERIBUS PELLEGRINI ROSSI COM. DOMO CARRARIA QUI AB INTERNIS NEGOTIIS PIO IX. P. M. IMPIORUM CONSILIO MEDITATA CAEDE OCCUBIT XVII K. DEC. MDCCCXLVIII AET. AN. LXI. M. IIII. D. XII.
causa ottima io presi a sostenere, però mi avrà misericordia Dio; al riposo e alle ceneri di Pellegrino Rossi commendatore da Carrara che preposto da Pio IX p. m. agli affari interni per consiglio di empi con meditata strage fu spento il 15 dicembre 1848 di anni 61. m. 4. g. 12.
Spontaneo o consigliato Pio IX mandava nel mattino del 16 Marco Minghetti, e il Conte Pasolini in cerca di Giuseppe Galletti, il quale arrivato la sera del dì precedente aveva ricevuto dalla turba inebriata di vino e di sangue strepitose accoglienze; egli nelle sue memorie fa le stimate per questa chiamata, e s'infinge; forse altra volta non aveva egli retto il governo? E per le acclamazioni popolari non offeriva un'arnese lì per lì da logorarsi in opposizione al popolo; certo per breve tempo, ma a quei giorni chi poteva augurarsi durare un pezzo; e poi Pio IX non ne aveva bisogno di lungo; bensì di tanto che bastasse a mettersi in salvo; recatosi il Galletti al Quirinale, il Papa gli parlò pacato, e gli commise comporre nuovo ministero; chieste alcune ore per indettarsi gli concesse spazio fino a sera; uscito, gli offre la carrozza il principe Corsini, ed ei va con esso; mentre passano per piazza Apostoli ecco accorrere loro una turba di gente, nè popolo tutta, bensì mista di deputati, di cittadini maggiorenti, e di ufficiali, con bandiere e carelloni sopra i quali stavano scritte le domande, che intendevano il Papa esaudisse: ministero nuovo, governo quale lo aveva già dichiarato il Mamiani, adesione alla Costituzione bandata del Montanelli; appena ravvisato il Galletti, la moltitudine lo cava dalla carrozza, e seco lo travolge al Quirinale in mezzo alla deputazione eletta per partecipare al Papa i desiderii della Città; sappiamo da lui, come parendogli strano inquietare Pio per cosa della quale già gli aveva dato incombenza, e non dicevole angustiarlo per le altre s'indettò con la Deputazione di entrare in palazzo, e uscirne poi simulando avere tenuto colloquio col Papa, e da lui impetrata la facoltà di comporre il ministero senza toccare di altro; era inganno cotesto ma il popolo che di rado si lascia abbindolare quando tiene aperti gli occhi prese a prorompere: «o le altre?» A che il Galletti, colto alla sprovvista rispose: «quanto alle altre provvederebbe il governo non essendo tali da poterlo fare il Papa senza ministero.» Il popolo subodorata la frode, diede nei lumi: «risposta chiara e subito;» e s'incammina a cercarla da sè; trattenuto a stento concede ritorni al Papa il Galletti, il quale va, e lo trova arruffato; preghiere e persuasioni non valgono a smoverlo, bensì ei gl'insinua ad ingannare il popolo, e il Galletti mostra offendersene, ma a torto perchè se lo aveva deluso una prima non si sa perchè non lo avrebe deluso una seconda volta. Popolo, e Svizzeri già cominciavano a barattarsi qualche nespola; preti, e servitorume in palazzo tremano a verga supplicando il Galletti li salvi dallo sterminio, sicchè egli annunzia al popolo non un rifiuto duro duro del Papa, bensì non volere patire violenza. Alle armi! urla il popolo, e sgombra la piazza. Il Papa nella fiducia che la repulsa gli procacciasse reverenza si stava nella sua vanità tranquillo, quando ecco allagare la piazza il popolo armato trainando un cannone per fracassare la porta maggiore del palazzo, con esso lui la guardia nazionale, bersaglieri, reduci, e fanterie regolari; si dà mano a moschettarsi con gli Svizzeri; il sangue gronda; monsignor Palma mentre si affaccia ad una finestra del Quirinale per ispeculare quello che si facesse in piazza, colto da palla nel capo, muore; dicono fosse uno degli scrittori della famosa enciclica del 29 Aprile. Appiccarono il fuoco ad una porta laterale; grave il danno presente, troppo maggiore il futuro, imperciocchè il figlio del Ciceruacchio stesse per dar fuoco al cannone appuntato contro la porta del Quirinale, e lo faceva se non lo avessero tenuto; di ciò si vantano parecchi, il Calandrelli, e il Galletti; forse ci avranno avuto parte ancora essi, ma quegli, che gli strappò la miccia accesa di mano fu proprio il padre del giovane tuttavia parziale a Pio IX. Si mandarono in fretta da più parti persone in traccia del Galletti, che rinvenuto in Piazza Navona andò; il Papa apparve atterrito, ma più che atterrito crucciato, che nel cuore del prete due grandi passioni si davano battaglia, orgoglio e paura; per la composizione del nuovo ministero di leggeri andò persuaso, alle altre domande invincibilmente opposto, onde si ebbe rifugio al ripiego, deciderebbe l'Assemblea su quelle; il popolo non si contentava, ma lo abbonirono con le parole artate; il popolo pretendeva altresì gli si consegnassero nelle mani gli Svizzeri, ma anco su questo lo abbonirono. Dicono i panegiristi di Pio, com'egli al cospetto degli Oratori stranieri protestasse della nullità degli atti come estorti a forza, e non pare, dacchè parte accettò, e parte respinse delle domande del popolo, e se questo fu inganno per celare meglio le riposte deliberazioni tanto maggiore gli riviene il biasimo per la usata fraudolenza; e di ciò si duole amaramente il Galletti lamentando i danni patiti per essersi spencolato in suo pro, la sua sconoscenza come quello che lo aveva sottratto a pericolo sicuro, poichè s'egli non era il popolo in cotesto di aveva mostrato volontà e potenza di troncare ad un punto Papa e papato. Gli uomini del 1818 sperimentarono nemici così i principi come i popoli, e a parere mio meritamente, imperciocchè molti di loro per disposizione propria, e per qualità di tempi, taluni per qualità di tempi soltanto nè salvarono le monarchie, nè impedirono le repubbliche; una maniera di rivoluzionari annacquati: onde oggi Dio non li vuole e il diavolo li rifiuta; e più che tutti ha ragione di spregiarli il popolo, il quale a questa ora non si troverebbe a rifare i passi sopra una via insanguinata dai suoi piè laceri.
È fama che Pio IX tra il sì, e il no tenzonasse di partire o rimanere, ma che a traboccare per la risoluzione di andarsene contribuissero assai la lettera, e il dono della pisside, o meglio della teca dove un Chatorusse vescovo di Valenza gli dette ad intendere Pio VI portasse il viatico nelle sue pellegrinazioni; invero a che pro cotesto impaccio se il Papa con due parole e un po' di farina poteva farsi quanto Dio voleva? e la farina da per tutto si trova. Avendogli pertanto mandato Dio la ispirazione per mezzo del vescovo di Valenza, mentre gliela poteva spedire per via diretta deliberò la fuga: in questo passo forte lo stimolava il duca di Harcourt il quale intendeva condurlo a Civitavecchia e quindi in Francia, arnese ottimo, secondo lui, per iscompigliare la Europa pigliando a volo i diritti, o piuttosto le pretensioni dei Papi sul bene altrui. Gli oratori degli altri principi cattolici ben si accordavano coll'Harcourt intorno alla fuga ma dissentivano circa l'asilo, il Martinez della Rosa lo voleva trasportare alle Baleari, il conte Spaur a Gaeta donde con maturità di consiglio avrebbe potuto scegliere fra le Baleari e Francia, così diceva, ma insomma lo voleva commettere nelle mani del Re di Napoli e dell'Austria: ognuno di loro tira l'acqua al suo mulino. Essendo comparsa in quel torno un'aurora boreale, gli scrittori chiesastici, ne traggono argomento ad affermare che la fuga di Pio fu annunziata dai cieli; e questo potrebbe addursi in prova della pertinace impostura, o ignoranza dei preti se il temerario sillabo di Pio IX non assolvesse da ogni prova. Il 24 di novembre l'oratore di Francia arriva al Quirinale in un carrozzone di gala preceduto dai corrieri con le torce a vento, e domandata udienza introducesi al Papa il quale tosto muta vesti pigliando quelle di un pretoccolo, e per mascherarsi meglio postosi sul naso un paio di occhiali verdi scappa per certe stanzuccie conducenti al corridore degli Svizzeri, il duca d'Harcourt rimane nella stanza di udienza dove nel disegno d'ingannare la gente continua a discorrere con voce alta e concitata; se non chè quando egli pensa ormai assicurato il fine dei mal sortiti tiri furbeschi, ecco che ti vede ricomparirsi davanti il Papa disfatto con un moccolo in mano. La porta del corridore degli Svizzeri disusata ab antiquo non aveva potuto aprirsi, chiuso allo scampo ogni via: agevole cosa immaginare la confusione di costoro, e forse imprecavano a coro un Dio avverso quando il foriere Filippani sopraggiunge ad avvertire che il Dio placato sotto forma di olio di oliva aveva fatto scorrere il chiavistello e spalancata la porta: amplessi, e baci, e passi accelerati per rimettere il tempo perduto. La contessa Spaur dopo aver messo in confronto la partenza di Pio VII da Roma con quella di Pio IX, la prima in mezzo al pianto dei fedeli Romani, massime delle donne, che picchiandosi il petto simili alle figliuole di Gerusalemme ululavano: «chi ci rapisce il Santo Padre? Chi?» La seconda alla chetichella a guisa di ladro notturno che porta in salvo la cosa furtiva, esclama: qual differenza!—Questa confessione scappata impensatamente dalle labbra di una donna foggiata a zelantissima cattolica chiarisce le condizioni attuali del Papato, e il fine, che senza rimedio ormai gli si apparecchia.
Vulgare fuga fu cotesta, che invano s'industria la contessa Spaur di rendere poetica: bimbi, cameriere, preti, carabinieri, che reggevano il sacco, e nondimanco paura; tutto questo burlevole: pieno però di amarezza vedere cotesto mal Prete recitare il breviario col padre Liebl, e supplicare Dio per la salute degli uomini, che tornato in fiore egli dannò alle galere, agli esilii, qualcheduno alla morte. Giunse il Papa a Gaeta a salvamento, perchè, come disse egli alla Spaur, seco era Dio chiuso dentro la scatola, il quale pure non era bastato a salvarlo dalla paura quando trovò chiusa la porta del corridore degli Svizzeri! Di colta il Papa fu preso per ispia dal comandante di Gaeta, ma poi il Re Ferdinando avvertito gli portò in fretta e in furia camicie, soldati, e marzapani e condottolo seco a Napoli l'ospitò regalmente; per la qual cosa questa belva incoronata, che uomini di stato temperatissimi chiamano addirittura negazione di Dio, diventa ad un tratto: «Re cristiano ammirando nel quale non sai se le virtù del principe cristiano superino quelle del privato, o queste quelle avendo discorso parole, e operato fatti di sovrano il più magnifico e il più pio di quanti si conserva memoria nel mondo.»
Dicono il duca d'Harcourt corresse a Civitavecchia nella speranza di trovarci il Papa, e non ce lo rinvenendo rimase come schermitore vinto di scherma; ciò altra creda non io, che se tale fosse stato l'accordo egli avrebbe da lunga mano allestito il naviglio, a mo' che fece Leopoldo di Toscana mercè la Inghilterra, la quale in quelle rivolture tenne il piè in tutte le staffe, e parve pescatore che intorbida le acque per pescardi dentro.
Conosce l'universale come Pio IX fuggito da Gaeta dopo tre giorni deputasse certa comissione di sette persone a reggere il paese: questo gli era vietato per legge: e supposto gli fosse concesso veniva tardi, perchè il Decreto, che la instituiva arrivò a Roma solo il tre dicembre, o si conosceva aperto, che la era preordinata per iscarrucolare la gente, di vero tre dei sette non si trovavano a Roma, gli altri quattro in mal punto, e senza un'oncia di consiglio richiesti arruffavano: ci erano apposta; all'ultimo ricusano. Il Papa depone il ministero, che non gli dà retta e rimane, solo repugnante il Mamiani; mandasi deputazione a Gaeta, ed anco questo parve partito insano, chè ormai era chiaro il Papa, se straniere armi non ce lo riconducevano, non volere restituirsi a Roma. La deputazione come poteva di leggieri prevedersi fu respinta ai confini; avendo ella scritto lettera al cardinale Antonelli fin lì mostratosi zelante di libertà non n'ebbe riscontro di sorte; cessata la commedia aveva deposta la maschera.—La risoluzione forse non poteva salvare, ma la incertezza fu di sicuro ruina; gli operatori dei passati rivolgimenti non si tennero paghi ad avere ragione, ma sì ancora attesero a provare per filo e per segno che l'avevano; nè io dirò che in queste faccende non importa ragione; questo altro dico, che non rileva tu abbi ragione se l'esito ti dà torto. Il ministero revocato continuò a guidarsi come nave senza timone, i deputati peggio che mai; eletta nuova giunta di reggitori, Gaeta, interessata a crescere la confusione, protesta; si scioglie il Parlamento, e si convoca l'Assemblea constituente; il senatore di Bologna membro della Giunta risegna lo ufficio, gli sottentra il Galletti; Mamiani abbandona il ministero e se ne ignora la causa, dove non fosse il cruccio concepito nel vedersi postergato a cui egli estimava, e senza dubbio era, men degno di lui.
Precipito la narrazione come quella che si versa su cose a tutti notissime; il Papa col monitorio del primo gennaio 1849 protesta, e vieta ai fedeli di partecipare all'assemblea constituente sotto pena di scomunica; nonostante ciò apresi, e ci concorrono i fedeli; si mette il partito della decadenza del Papa ed è vinto con voto quasi universale, imperciocchè i dissidenti sommassero a quindici sopra 142; posta altresì a partito la dichiarazione della repubblica ebbe contro soli ventidue voti, che per la scarsezza loro e' furono come se non fossero; l'assemblea elesse ancora un Triunvirato composto di Armellini, Saliceti, e Montecchi: varia di loro la fama come suole nei mareggiamenti politici; però cribrata ogni cosa ad Armellini consentono molta scienza legale, e di ciò porgono preclaro testimonio le sue allegazioni forensi, e nelle altre faccende più ingegno, che dottrina: nello eloquio spedito: Catone in piazza, Epicuro in casa: cupido di primato, nei propositi incerto, di modi, e di parole coperto, prete fu e non sapeva dimenticarsene; altre taccherelle gli appongono, e le avrà avute; fatto sta che stette alla sua fede fermo, non vacillò per danno presente, e per presagio di maggiore pericolo avvenire, visse e morì onorato nello esilio lasciando desiderio di sè in quanti lo conobbero, e nome presso l'universale di cittadino onesto. Il Montecchi eziandio appartenne al foro, buono era, ma di poca levatura; uno dei tanti, che la ruota delle vicende umane pare che abbia bisogno di tirare su per fargli fare, girando, il tomo; il Saliceti entrò nel maestrato con maravigliosa reputazione, lo predicavano giureconsulto solenne, filosofo, ed uomo di stato: ministro a Napoli lo ebbero in pregio: grandi cose si aspettavano da lui, e non le fece, sicchè presto venne meno alla pubblica stima, solito scoglio in cui rompono anco i sommi, i quali non rispondono mai all'eccessivo concetto, che altra si forma di loro.
La repubblica non fu accolta bene nè male; la patirono i popoli, nè forse vi era altra uscita, dacchè al Papa non si voleva tornare, nel governo provvisorio non si poteva durare; il Monghini, che questo disse, allora come ora apparve savio, e il Farini male si adopera trafiggerlo con oblique parole: maligno raccontatore costui, contro il quale, percosso da Dio, non lice aggravarsi con dure parole. Quando poi con tanto valore i Romani con gl'Italiani convenuti a Roma difesero la repubblica, furono sospinti ai magnanimi atti meno da svisceratezza per la forma del governo che per mostrare a prova di sangue allo aborrito straniero come gl'Italiani sappiano adoperare l'arme anco in disperata difesa; nè questo è giudizio dello scrittore, bensì dello stesso Giuseppe Mazzini, il quale, interrogato da lui rispondeva proprio così: «il concetto della difesa di Roma fu in tutti concetto di onore, e di ribellione naturale contro la insolenza francese; nei pochi concetto repubblicano, e desiderio di promovere il principio facendo conoscere al mondo ciò, che a petto dei monarchici d'Italia valessero i repubblicani…. Roma era scaduta agli occhi d'Italia, e di Europa: era una popolazione di preti, di servi, di ciacchi viventi su la candela, su le cerimonie, e le corruttele dei sacerdoti, e di trasteverini ignoranti, affascinati dalle pompe cattoliche, comecchè d'istinti veracemente Romani. Ora per noi senza Roma non si fonda unità, però bisognava riconsacrarla all'ammirazione di tutti; farvi scintillare una favilla di virtù prisca e vera…. insegnare insomma di nuovo Roma alla Italia, la Italia a Roma.»[1] Intento a vero dire non pure generoso ma giusto, e checchè adesso in contrario ne appaia portatore in futuro di frutti maravigliosi quanto inopinati.
[1] Mazzini note ms.