Tanto bastava per generare gozzaie non rimediabili mai, e nondimanco da questa ora in poi crescono le bizze di Pio IX, sicchè proprio parve agli uomini gravi un fanciullo stizzoso; mentre gli durava la paura scrisse una epistola allo imperatore di Austria perchè a bocca baciata si ritirasse in Austria lasciando la Italia, e da quel buon figliuolo ch'egli era senza tanto stintignare obbedisse; io per me credo non si sia mai fatto al mondo tanto sciupìo di carte come a quei tempi; il Mazzini scrisse al Papa per convertirlo e persuaderlo a tornarsi a pescare; Pio IX scrive allo imperatore di Austria per convertirlo e persuaderlo a tornarsi semplice arciduca; e se fosse solamente carta quella, che fu sciupata mi accheterei, ma sciupati altresì andarono buon senso, lealtà, e tempo, che Dio certo ci dava perchè lo impiegassimo meglio.
Terenzio Mamiani davvero non mi parve mai uomo da dominare burrasche, tuttavia dei più risoluti di lui non avriano potuto durare tra le opposte spinte dei preti, e dei repubblicani, e Pio IX quasi si pigliasse diletto ad arcare cotesta povera anima ravviata ora non gli consentiva camminare con un solo ministro degli affari esteri, ma ne voleva due, uno per lo cose secolari, e l'altro per le spirituali: la nuova legge sopra la stampa (dacchè la vecchia per cui si era mossa gazzarra era venuta in tanto dispregio, che per poco non la pigliavano a sassate) voleva manipolare egli, cioè farla manipolare per lui da un padre Buttaoni domenicano maestro del sacro palazzo dal quale Dio scampi ogni fedel cristiano; negava ai ministri facoltà di punire i soldati fuggitivi; dal ruolo dei Consiglieri cancella il padre Vico gesuita, scienziato dei primi, e ciò perchè (il Papa affermava) l'avevano fatto a posta per non parere persecutori dei Gesuiti, onde ei veniva con questo a palesare l'animo suo di torre la reputazione al suo ministero infamandolo per tirannico: non consultati i ministri nomina Consiglieri di Stato, e Auditori; al Cardinale Ciacchi preside del consiglio dei ministri per la fermezza mostrata a Ferrara contro l'Austriaco salito in nome di liberale surroga il cardinale Soglia noto per abiezione non menochè per inettezza. La faccenda del discorso per l'apertura della Camera comparve piena di scandalo: lo compose il Mamiani per benino, lo corresse Pio IX e le sue correzioni accettaronsi poi si pentì e lo rivolle; allora ne compose uno nuovo da sè, e lo rimandò il 4 luglio vigilia del Parlamento: a quel modo intendeva Pio il governo costituzionale; non potendo i ministri accettare il papesco discorso, stante l'angustia del tempo proposero al Papa si facesse rappresentare dal cardinale Altieri il quale avrebbe detto panzane, ed essi avrebbero recitato un discorso messo insieme a modo e a verso d'accordo col papa: da prima Pio saltò su i mazzi urlando ch'erano traditori; gli fu dimostrato con pazienza da santi, che non i ministri traditori, ma egli era proprio un'ignorante, salvo lo Spirito santo, allora si abbonì, e accolse la profferta di rivedere il discorso, come in vero ei rivide ed approvò: tuttavolta l'Universo diario chiesastico di Parigi diè fiato alla tromba, e gli altri diari d'Italia tennero bordone lamentando la Chiesa governata da nemici della religione, e peggio; così si screditavano i ministri, e manomessa l'autorità si rendeva impossibile qualunque governo.
Ricercando le cagioni di cotesti sbalestramenti papali ho sentito dire come Pio IX per lettere intercette venisse a sapere come il Mamiani s'indettasse a suo danno col Piemonte, e di ciò movesse querimonia infinita con monsignore Muzzarelli: qualche cosa ci ha da essere stato; ma di tradimenti non è capace il Mamiani, e Pio IX si mostrò così governato dalla vanità ch'io lo reputo più che capace da giudicare tradimento ogni partito che tendesse a ledere le sue prerogative di cui procedeva, e procede tenerissimo: ad ogni modo, poste per vere lo busbaccherie del Mamiani, il Papa avrebbe dovuto licenziarlo, molto più che per essere visto dal popolo con occhio obliquo poteva molto destramente farlo, e non già stare a bisticciarsi con lui in danno della cosa pubblica. Invece ogni tantino minacciava volere dare il puleggio al Mamiani, e tuttavia lo teneva: invece di due ministri separati per gli affari esteri adesso Pio pretende che in uno solo si cumulino i negozi così secolari come spirituali, e il ministero gliela imbianca, quindi gli cresce il rovello contro di lui, sicchè quando la Commissione dei deputati si condusse a portargli la risposta al discorso di apertura, egli con mal garbo disse accettarla come fatta alle parole dello Altieri, e protestò la ferma risoluzione di mantenere nella pienezza intere la libertà, e le potestà sue.
Le fortune d'Italia per la disfatta delle milizie regie, e pontificie volgendo al basso, il Papa estima potere allungare le mani contro la libertà e s'inganna; la sventura inasprisce non doma gl'Italiani, e i reduci sparsi per le città, e per le ville gli animi già accesi infiammavano; intanto gli Austriaci mettendo avanti nuove improntitudini a Ferrara forniscono pretesto di tumulto al popolo in Roma che chiede armi, invade il Parlamento, e a forza unito con la guardia civica presidia le porte, ed il castello santo Angelo; il Mamiani odiato dal Papa, sospetto al popolo lascia l'ufficio, e veramente non correvano tempi per lui, ingegno temperato, amico della compostezza elegante, e forbito nel dire, nel vestire, nell'operare, in tutto; in una cosa solo io lo reputo stemperato, ed è nella passione di vedere sgombra la Italia da ogni straniero. Pio picchia a tutte le porte per formare un nuovo ministero, nè potendo rinvenire meglio ricorre ad Eduardo Fabbri infermo, e settuagenario, cultore di buoni studi, ma alieno alla politica, di negozi imperito. Gli Austriaci tumidi delle riportate vittorie, pigliano diletto a provocare il popolo, obliando che avevano vinto le milizie regolari, ma dai popoli erano stati vinti. Welden entra in Bologna; i soldati insultano e vengono manomessi; il capitano austriaco impone gli si consegnino i rei, i cittadini, che gli hanno per innocenti anzi per eroi li negano; dalle parole ai fatti; per quattro intere ore si attende da una parte, e dall'altra a rompersi le teste; il popolo bolognese mostra a prova averla più dura dello austriaco, e lo caccia: a Roma il popolo imperversa, anco al vecchio Fabbri s'infiamma il sangue e manda fuori bandi ardentissimi; e non ce n'era di bisogno: a Pio in proporzione che il sangue si scalda altrui si raffredda il proprio; il Fabbri risegna il governo, e Pio gli surroga Pellegrino Rossi. Questi richiesto prima del Fabbri aveva rifiutato perchè avendo troppa parte di vita logorato fuori d'Italia, gli umori degl'Italiani ignoti erano a lui egli ignoto agl'Italiani; aveva moglie protestante, forse protestante egli stesso; professore in Francia di varie dottrine; riputato, edotto non però ingegno supremo; i suoi scritti come invisi a Roma erano messi allo indice: apparteneva alla setta, che allora in Francia si chiamava dottrinaria; lo aveva portato su il Guizot: possedeva in copia la superbia, e la presunzione doti comuni a cotesta setta; l'acerbità dei modi era sua. Per quanto ci è dato conoscere i suoi concetti questi: nelle faccende interne un po' di amministrazione liberale e abusi quanti più potesse levati di mezzo; guerra di sterminio alla democrazia; crescere le apparenze, non la sostanza dello Statuto; fuori lo accusano aversi voluto legare con l'Austria per bilanciarsi col Piemonte, da lui, e più dal Papa preso in uggia, ma non lo credo; credo piuttosto che intendesse equilibrarsi col sussidio di Napoli, e di Toscana: disegno scarso ad un punto e troppo; scarso per provvedere ai tempi grossi, soverchio per inimicarsi i democratici, i preti, e i parziali al Piemonte; di più aveva contro l'onda del secolo, e l'ira delle moltitudini.
Quest'uomo o improvvido, o acre pareva compiacersi di pungere il genio della città unendosi nel ministero gente a dritto detestata per illiberale, come l'avvocato Cicognini, che di capo della estrema destra diventò ministro di grazia, e di giustizia, e il generale Zucchi, che usciva di prigione dell'Austria con buona fama per macularla a Rimini nel 1831, e nella resa di Palmanuova nel 1849 offuscarla affatto, fu promosso ministro della guerra. Ora essendo cosa ordinaria che chi dirige dia la intonatura lo Zucchi venuto a Roma disse alle guardie civiche parole dure e aborrite; andato a Bologna, tolse pretesto da qualche brutto fatto commesso dal popolo armato per disarmare popolo, e volontari, contro i corpi di Garibaldi e di Masina spedì milizie; costume vecchio, e nuovo di governo tirannico eccitare disordini, o non prevenirli per pigliarne poi la congiuntura d'insidiare la libertà: nelle provincie, e a Roma il popolo bolliva, anco la guardia civica portava il broncio; la nuova Camera uscita da pochi elettori, rappresentava colà come altrove una classe sola repugnante per timidità, o per altra più rea passione, da usare risolutamente della libertà: ciò era molto, massime a quei tempi, per rendere detestabile un'uomo, ma il Rossi fece peggio; dopo inimicati i democratici venne alle rotte con quanti parteggiavano pel Piemonte, e per la guerra, che non erano pochi, stampando sul Monitore romano certi suoi scritti co' quali trafitti prima gli Albertisti dichiarava volersi accostare a Ferdinando di Napoli belva di re; per colmare lo staio il 13 novembre fatto mettere la mano addosso a Vincenzo Carbonelli, e a Gennaro Bomba napolitani agitatori irrequieti li mandava a Civitavecchia per espellerli dallo stato: arrogi, che presagendo egli resistenza si ammannisce a sfidarla, al quale scopo ordina nel Corso una lunga sfilata di gendarmi, come per avvertire i Romani che si giocava di vite; distribuiva poi i Carabinieri nei dintorni del palazzo della Cancelleria non senza prima arringarli dicendo, che in caso di sommossa dimenticassero l'essere cittadini per rammentarsi che erano soldati. Il giorno 15 novembre, fissato per l'apertura del Parlamento, al colonnello Calderari, il quale si profferse accompagnarlo con una mano di carabinieri a cavallo, e lo avvertì di pericolo soprastante, rispose, non temere niente, sarebbe ito senza scorta, e tuttavia lo agitava una fiera inquietudine, aveva la faccia pallida, e la voce velata. A Pietro Righetti disse: «se non avete paura venite meco alla Camera» e quegli andò. Una mano di gente da 50 a 60 vestita tutta della assisa dei reduci da Vicenza lo aspettava smaniosa nel cortile del palazzo della Cancelleria, sicchè taluno di loro impazientito dello indugio esclamò: «sta a vedere che il vigliacco ha paura, e non viene.» Ma il Rossi aveva sospetto non paura e veniva; un uomo appostato in via dei Baulari precorse la carrozza avvisando i congiurati: «ei viene, ei viene» Allora andò intorno il grido: «eccolo! eccolo!» e dal portone del palazzo fino alla scala si dispose in due ale, più spessa la destra, la sinistra scarsa. Appena sceso dalla carrozza il Rossi, e dietro a lui il Righetti si levò un cupo brontolìo misto a fischi; egli procedeva in sembianza provocatrice, con le mani nelle tasche della cappa; crescendo i fischi trasse fuori le mani, e prese a sbattere i guanti ghignando protervo; lui certo tirava un fato maligno: ecco di repente i congiurati chiuderglisi dietro e separarlo daì Righetti; uno di loro lo tocca di un bastoncello nella coscia destra, il Rossi si volge indispettito da cotesto lato; allora due o tre si spiccano dal gruppo destro per girare al sinistro passando davanti allo sciagurato e gli vibrarono non uno, bensì due colpi, il primo fu invano, non così il secondo; il pugnale penetrò nella parte sinistra del collo dall'alto in basso per bene quattro dita tagliando affatto l'arteria carotide, e la vena guigulare esterna, parzialmente la carotide primitiva; egli barcolla senza dire parola, tenta appoggiarsi al muro ma non si reggendo casca giù di sfascio. L'omicida ai più parve giovane di 20 o poco più anni, di poca barba, e smilzo; appena fatto il colpo gli gettarono addosso un mantello da guardia civica, e sparve con seco i complici, dei quali taluno andava ripetendo: «zitti! zitti! e' non è niente.» Il Righetti a cui pure fu menato un fendente di daga invano facendosi largo domandò aiuto per sollevare il trafitto; non gli badarono, intanto sopraggiunse il servo del Rossi Giovanni Pinadier, e in due lo rimisero in piedi, così sorretto salì otto scalini o nove, e quindi si abbandonò; trasportato di peso nelle stanze dei cardinale Gazzoli adagiaronlo su di un lettuccio; mandarono pel prete il reverendo parroco dei SS. Lorenzo e Damaso, e lo trovarono a pranzo[1] sicchè arrivò per assolvere il Rossi e vederlo spirare, e forse era spirato, perocchè uno che si trovò presente al caso ci racconta, avere suggerito al moribondo di profferire le parole: «Gesù mio misericordia,» ma non potè dirle, e spirò. Su quel subito dopo incominciato un po' di processo tanto per non parere si lasciò cascare, fu ripreso più tardi. Gli accagionati sedici, otto contumaci tra i quali Ciceruacchio e Sterbini; dei presenti Felice Neri morì prima della condanna, degli altri Luigi Grandoni e Sante Costantini giudicati nel capo, ma il primo periva in carcere, l'altro ebbe mozza la testa; i rimanenti cinque mandati chi a vita, e chi per 20 anni in galera.
[1] «Pranzavo, fu sonato alla porta, e fu detto:—«presto il curato che hanno dato una stoccata al Rossi…..» Deposto del R. P. de' SS. Lorenzo e Damaso.
Nè anco si creda che il cardinale Gazzoli con pietoso animo aprisse le sue stanze al trafitto; com'entrassero in casa allo eminentissimo, ce lo fa sapere un testimone: «Io accompagnai allo appartamento Gazzoli sendoci resa aperta la porta dopo un calcio forte dato alla medesima dal servo del Rossi.»
La paura, che invano presumerono mantellare di costanza romana, persuase la Camera ad aprire la seduta, comecchè non fosse in numero e a leggere il processo verbale, ma della strage del Rossi non discussione, non deliberazione; un grido solo si levò per impedire l'apertura della seduta codardamente animosa; se non chè questo altro grido (dicono si partisse dal principe di Canino) di rimando lo attutì: «è forse morto il Re di Roma?» I vari partiti si gettarono in faccia l'omicidio del Rossi; uno scrittore non so se più tristo, o ridicolo, ne incolpò anco lo scrittore di questo libro; e l'opera del D'Arlincourt ebbe traduttori e stampatori a Livorno, lettori, e forse credenti in Italia; miserie di tutti i tempi, e di tutti i luoghi, forse correggibili un giorno, ma certamente non emendate fin qui!
A fine di conto veruno amò Pellegrino Rossi imperciocchè pei preti fosse troppo, pei liberali troppo poco. La Corte Romana lo pianse morto perchè le tornava singhiozzare senza lacrime, se gli fosse durata la vita lo avrebbe ucciso ella: più tardi Pio gli mise un po' di sepolcro tanto per non parcere, e su la lapide commise incidessero lui avere avuto ragione da vendere, il Papa lodava ed approvava il Papa, e questo va pei suoi piedi nè importava davvero scolpirlo sul marmo.[1]
[1] Il sepolcro del Rossi è in S. Lorenzo a dritta dello altare maggiore murato alla parete: consiste nel busto del Rossi tra l'Alfa e l'Omega; sopra il busto un Cristo, e sotto al busto