Donde queste subitanee trasformazioni? Ciò è quanto vuolsi domandare al Conte non al Piovano. Il Piovano può accertare che il Guerrazzi ne rimase afflitto, ma non per lui; maravigliato non già, che ormai di nulla ei più si maraviglia in questo mondo.

Il Guerrazzi ne scrisse al signor Corsi, affinchè egli, che lo doveva sapere, dicesse al signor Carletti s'egli durasse in esilio per rancore, per quale altra cagione ei vi durasse, e il signor Corsi rispose: «ho scritto al signor Carletti pregandolo a rettificare i suoi giudizii, «e spero che lo farà. Non so come amico tuo sia sceso a ciò. Invero è un bel predicare la concordia, ma sarebbe meglio praticarla!» E sopra questi sensi del signor Corsi avverto, come un amico vecchio, ai giorni che corrono, di colta ti lasci in asso per amici nuovi, non doveva parere a lui cosa strana nè forte; egli, che, scrivendo al Guerrazzi altra volta, diceva non accorgersi di trovarsi in campo a lui avverso, mentre uomini sinceri e di salda fede, i quali per causa di ufficio si trovano a frequentare i Governanti lo ammonivano per lo contrario così: «non avremmo mai creduto che gli odii politici fossero tanto implacabili contro di te» e altrove: «vedo bene che tra i presenti rettori della Toscana e te corre la medesima simpatia che fra gli austriaci e i toscani.» E poichè il Guerrazzi mandava: «or via di me poco importa, ma perchè durano con tanta jattura a perseguitare gli altri?» L'amico rispondeva: «e non comprendi, che riconciliarsi teco non voglionopossono, e che mostrarsi generosi con gli altri, e teco ingiusti sarebbe tal vitupero, che i meglio arrabbiati non oserebbero» con altre più parole assai, che per amore di non inciprignire la piaga si lasciano. — Quanto all'epifonema del signor Corsi è oro rotto; ma che vuol'egli? Non fu sola no a lasciare la terra per tornarsi in cielo la giustizia, ma seco lei volò tutta una nidiata di virtù; ci era la fede, ci era la sincerità, e siccome per far più presto buttarono via le vesti, di quelle della giustizia s'impossessò la violenza, quelle della fede si tolse il tradimento, con le vesti della sincerità s'incamuffò la ipocrisia. Dura la speranza, arrangolata ormai, continua a consolare piuttosto per non mangiarsi il pane a tradimento, che perchè speri abbia a succedere quello che dice.

Sarebbe storia tediosa quanto rea raccontare le frodine, le insidiucce, le furbizie, le mancinate, i tiri mascagni, affinchè il Guerrazzi non fosse eletto deputato. A Livorno gli ufficiali del Governo andavano dicendo agli elettori: «e' buttano via i voti, tanto deputato ei non può escire, non comparendo su la lista degli elettori»; nè facendo frutto dissero e stamparono, che il Guerrazzi aveva scelta la rappresentanza di Rosignano, suo antico collegio. A Firenze poi si assicurava eleggerlo Livorno; a Rosignano facevasi diligenza perchè i deputati del Governo uscissero eletti.

Però quanto al Guerrazzi e' fu tempo perso, perchè a Livorno egli ordinò che non rimettessero i suoi pochi stabili al catasto in proprio nome, avendocegli cavati da parecchio tempo per sospetto di confisca; nè lo scrivessero a titolo di capacità sopra le liste elettorali, ed all'ottimo signor Romanelli, vice presidente dell'Assemblea, che a lui inconsapevole fece il censo di suo, per bene due volte ricusò la deputazione di Arezzo, schifando mostrare anco per ombra premura di tornare alla vita politica.

«Ormai, egli scriveva, le condizioni del paese e mie sono fatte tali, che per necessità avrei a procedere contrario a chi vi governa, e ai modi, che praticano, od io non mi rimarrei di venire a combatterlo costà; ma bisognerebbe che io avessi pegno in mano di condurre la Patria a porto fidato; ora questo pegno mi manca; in simile caso la opposizione piglia indole di astio privato con iscapito del credito di cui la fa, e danno del paese che la sopporta. Ad altri l'opera infelice di convertire lo Stato in arme per soddisfare il suo mal talento: quando un cittadino vuole vendicarsi di private offese (e il meglio è che non se ne vendichi) l'ha da fare con ispedienti privati; lasci stare lo Stato, ch'egli è sacro quanto l'ara di Dio.»

Io pertanto Piovano fo caso del Guerrazzi perchè popolo nacque, viscere di popolo sortì da natura, e confido, che benevolente del popolo ei morirà. Guardate quali i suoi fregi? Le carceri, gli esilii, le angoscie sofferte per la Patria; egli rappresenta la civile uguaglianza, altri il privilegio; egli la libertà, altri i modi tirannici; egli semplice, altri arrogante e superbo; egli si tira da parte e aspetta, altri si sbraccia e procaccia, e arruffa, e annaspa. Egli non cerca, nè domanda voti, altri smania a impedire, che i suoi concittadini gli diano dimostrazioni di amore, ed ardiscono pigliare un nome sacro alla sventura e gittarglielo come un bastone in mezzo alle gambe perchè caschi. I suoi difetti gli ha di sicuro, e molti, chè Dio pesci senza lische, e uomini senza peccati io non saprei dirvi il perchè ma è certo, non li volle creare; ed io per questi lo raccomanderò nelle mie orazioni al Signore, e pregandolo altresì che si degni infondere pazienza, e conforto in cotesta anima esacerbata.

Figliuoli miei, ma come volete, che si compiaccia il Guerrazzi dell'odio, e non sapete che quando si fabbrica un ingegno l'Amore ci mette più che mezza la sostanza di suo?

E qui io Piovano, confiderei di essermi giustificato dall'accusa d'idolatria per l'uomo, che in sostanza era ciò, che premeva; ed ora nonostante questi stridori potrei vivere sicuro che all'Alvernia non mi ci avessero a mandare; mi appuntano eziandio d'idolatrare i suoi scritti; ma questo non monterebbe, però, che alla più trista significherebbe, che io sono un ciuco; ora pel bene delle anime come dei corpi la Chiesa non inscomunica, e il Codice criminale non condanna gli Asini. E poichè ciuchi si può essere quanto ci pare e ci piace senza ingiuria del prossimo, purchè non si scalci, massime alla traditora, così giudicherei questa come partita saldata, però non per me bensì per l'onore del paese stimo dicevole spenderci attorno alquante parole. Non penso già che taluno possa oppormi: «e chi te l'ha conferito il mandato di difendere il paese?» perchè risponderei: Dio, e la mia coscienza correndo obbligo a tutti, grandi e piccini, di mostrarci teneri della Patria più della pupilla degli occhi. Nego risoluto che in Toscana ci vivano così, i quali sfregino i doni di Dio; di tale generazione salvatichi cerchinsi altrove; qui si amano, qui si onorano i sacri ingegni, imperciocchè si considerino meno una proprietà dell'uomo, che un presto fatto dal Signore per consolazione della Patria; onde nelle opere create dai proprii concittadini pare ad ogni toscano averci la sua parte; e tale senso così penetra nel linguaggio ordinario, che anche su la bocca dei meno colti tu odi tuttodì: il nostro Dante, il nostro Michelangiolo, sicchè tu non puoi credere quanto quel pronome possessivo, commuova l'animo a tenerezza. La è troppo peggio che fandonia dare ad intendere che il Giusti avesse tristo concetto del Guerrazzi; o questi di quello. Niccolini, Giusti, e Guerrazzi, e quanti altri hanno pregio di gentili cultori delle lettere, e dello idioma paterno amaronsi, si amano, e vivi o morti si ameranno sempre; anzi il Giusti spesso consultava il Guerrazzi sopra i suoi gioielli, e ai consigli di lui si adattava quasi sempre; una volta non gli dette retta, e fu nella satira intitolata la Scritta, dove il Guerrazzi voleva levasse la descrizione delle pitture, ed ei ce la volle lasciare stare. Veramente in politica non occorrono termini di paragone fra loro, però che studii politici il Giusti non ebbe, e per natura fu pusillanime, di corpo caloscio, onde certa volta riprendendolo urbanamente il Guerrazzi dei suoi terrori gli ebbe a dire: «vedi, tu mi pai Sansone, che volendo schiacciare i Filistei scrolla le colonne, e poi ha paura dei primi calcinacci che gli cascano sul naso.» Ed io poichè mi viene permesso, e poichè stimo che abbia a ridondare a onore di tutti vo' porre qui un carteggio che chiarirà come in Toscana si pensi e si scriva tra uomini, che per disgrazia o non si amano, o cessarono amarsi, affinchè altri impari, e per suo conto vituperi, e si vituperi, ma non affibbii a noi sensi e linguaggio onninamente plebei. Nel 1849 l'Accademia della Crusca scelse il Guerrazzi socio; tornato il Granduca (che tra le altre cose era Arciconsolo dell'Accademia) cassò di posta il Guerrazzi ed in suo luogo pose, io credo, un principe tedesco. Dopo la rivoluzione dell'Aprile il signor Gino Capponi subentrò al Granduca nella carica di Arciconsolo; e quali casi rompessero l'amicizia tra il signor Capponi e il Guerrazzi non importa rammentare, deh! così non fossero accaduti mai; e tuttavolta questo non tolse, che egli proponente, fosse reintegrato il Guerrazzi dell'ufficio, e il signor Ridolfi, a cui se qualche rimprovero si potrà fare, non sarà certo quello di mostrarsi benevolo al Guerrazzi, con parole oneste confermò: ma lasciamo parlare a loro, che lo sanno fare meglio di me:

— «Illustre signore. Ho l'onore di significare a V. S. C. che l'Accademia della Crusca a cui da gran tempo doleva non registrare il nome di lei nel ruolo accademico per essere mancata all'atto suo del 27 marzo 1849 la sanzione del governo, e tale stata la condizione delle cose in questo intervallo da non potersi mai avventurare a domandarla, desiderosa, che avesse finalmente il pieno effetto una elezione, che altamente la onorava, ha esposto il caso al Governo della Toscana: e ne ha ottenuto il decreto, che qui le trascrivo: — Costando al Governo della Toscana della legittima elezione in accademico corrispondente della Crusca dell'A. F. D. Guerrazzi avvenuta fino del 27 marzo 1849 secondando in ciò i desiderii ultimamente esternati dalla Accademia medesima approva, che il nome dell'illustre letterato sia iscritto nel ruolo accademico. Dal ministero della pubblica istruzione 4 settembre 1859. — C. Ridolfi. — R. Nocchi.

«Mentre io vedo con piacere in questo fatto la riparazione di un torto, che più offendeva l'Accademia, che la sua persona ho fiducia, che V. S. C. vorrà accogliere questa benchè tarda ammenda con quella generosità d'animo, che in lei ben si accoppia al valore dello ingegno. Intanto ec. — Firenze 15 settembre 1859.»[7]