— Piaggierie, dirà taluno; sta bene, rispondo io; ma piaggierie agli esuli, e agli invisi in veruna altra parte del mondo si fanno; piaggierie, se volete, ma considerati i tempi, gli uomini, e le condizioni loro non si sanno distinguere dalle generosità. Il Guerrazzi scrisse al signor Capponi, poichè lo statuto vuole si mandino le lettere all'Arciconsolo. — «Mio signore. La lettera umanissima scritta dal segretario di cotesta illustre Accademia mi ha consolato, e ve ne rendo grazie col cuore perchè aveva proprio bisogno di conforto. — Però dopo avere meco stesso meditato il negozio con la maturità, che ho potuto maggiore, mi è parso non dovere accettare l'onore, che degnaste compartirmi. Io reputo, mio signore, che nè voi, nè gl'illustri vostri colleghi aprendomi il vostro collegio abbiate posto mente abbastanza alla mia condizione. — Una sentenza della Corte Regia mi condanna all'ergastolo! — Il governo provvisorio toscano con certo suo atto, che chiamò amnistia, venne a confermare cotesta condanna, imperciocchè il perdono presupponga la colpa. Ora avendo stimato onesto rigettare cotesto atto duro sotto la pena, la quale, a quanto sembra, non reputa ingiusta nè manco il presente governo, dacchè ei sopportò che i giudici i quali la profferirono tengano lo ufficio.

«Tanto mi parve debito annunziarvi, affinchè poi fatta più sottile considerazione non vi aveste a pentire del vostro benefizio.

«So che altri non attese a condanne, nè ad amnistie; molto meno ai patti ond'erano accompagnate: io non mi arrogo il diritto di giudicare altrui; solo prego vogliansi rispettare le mie convinzioni; le quali sono: che le leggi ingiuste non si devano disprezzare bensì rovesciare. Se bene mi appongo commendatemi, se male compatitemi, chè alla mia età non si muta natura.

«Se un giorno mi fie concesso tornare in casa in modo più degno di me, e forse (non mi si ascriva a presunzione affermarlo) ancora della Patria, che non è l'amnistia, allora non che rifiutare l'onore, che mi fate, lo solleciterò io stesso non come uomo, che abbia dato esempii lodevoli di scrivere, bensì come cittadino che amò con tutta l'anima la lingua, glorioso e tenace vincolo sopravvissuto ad ogni maniera di tirannide, per riunire quando che fosse in un corpo solo le membra sparse della comune nostra madre l'Italia. — Con questi sentimenti, ecc. Genova 22 settembre 1859.»

Il signore Capponi rispondeva:

«Mio riverito signore. L'Accademia della Crusca, che vi elesse suo corrispondente negli ultimi giorni del marzo 1849, reputò sempre legale, e definitiva la elezione, che allora essa fece con pieni suffragi, nè mai cessava di onorarsene; sebbene i tempi togliessero all'Accademia la facoltà di pubblicare il vostro degno nome tra quelli degli accademici corrispondenti non potevano però mai togliere il diritto, anzi l'obbligo di contarvi come uno dei socii perchè la fatta nominazione era per essa irrevocabile. Nè veniva questa ricusata allora da Voi, nè vi era dato oggi negare all'Accademia la soddisfazione di porre in luce quello che in fatto, e in diritto già esisteva da dieci anni. L'Accademia vi ritiene per suo corrispondente, e tutti noi collega nostro; il gradimento che voi ne avete espresso a noi tutti con parole onorevoli ci conforta della sicurezza che vogliate sedere una volta in compagnia dei colleghi vostri, solo atto che manchi a empire il voto, e il desiderio di essi tutti e in particolare modo di chi ha il piacere di confermarsi, ecc. — Firenze 28 settembre 1859.»

A bene intendere la parte finale di questa lettera vuolsi sapere, che al nuovo eletto corre l'obbligo recarsi di persona all'Accademia per recitarvi l'elogio dell'accademico a cui succede. Il Guerrazzi replicava a questa con due lettere entrambi al signore Capponi, una come Arciconsolo, altra privata.

«Mio signore. La infinita benevolenza vostra, e dei colleghi vostri vi persuadono a mettere le cose in siffatta luce che paiono avermi a fare forza: tuttavolta mi sia concesso dirvi con la debita reverenza, che non le stanno per lo appunto come l'esponete voi.

«Vera la nomina, certa l'accettazione del 1849, ma dopo il Granduca, col decreto di cui non rammento la data, annullò la nomina; e il decreto come mi fu notificato alle Murate così vidi io anco impresso nel Monitore toscano.

«E quando ciò non fosse, la pena dello ergastolo colpisce il condannato di morte civile, epperò cessano in lui prerogative, onorificenze, e diritti.