«Dopo il decreto regio contro del quale veruno levò querela come quello che emanava da cui aveva potestà di farlo, ci fu mestieri nuova nomina, e voi signori per deferenza al mio nome la rinnovaste, ne procuraste la conferma, e me la partecipaste con lettera quanto umana altrettanto gentile. Io però persisto, e devo persistere a credermene indegno e lo sono.

«Non crediate, vi prego signore, che questa rinunzia sia atto unico o primo, o subitaneo del mio convincimento, imperciocchè a cagione dell'obbrobrio dell'ergastolo, e della più vituperosa amnistia io rifiutassi essere ascritto al ruolo degli elettori di Livorno, e per bene due volte io ricusassi allo amico mio signore Romanelli la deputazione di Arezzo, sempre allegando per causa, che nè sarei tornato in patria, nè avrei accettato cosa alcuna, che mi venisse dalla Patria dove prima non si togliessero via coteste due infamie: però voi discretissimo comprenderete come le precedenti deliberazioni mi leghino.

«Dovrei poi reputarmi sfortunato davvero se da questo ufficio di benevolenza me ne dovesse venire soprassoma di fastidii quale sarebbe certamente quello di scapitare nel concetto onorevole di cui vi degnaste darmi pegno sì egregio. Per parte mia fermo di rinunziarlo non ne serberò meno l'animo grato, e vi professerei profondissima la riconoscenza se in attestato della sincerità delle mie parole voleste gradire due copie di due traduzioni non ha guari fatte di un mio libro in Inghilterra ed in America. — Però persuaso, che vi piacerà accettare la mia renunzia e non arrecarvene, mi confermo ecc.»

Ecco la privata:

— «Signore. Una volta ci fu dolce salutarci amici: almeno a me di certo; fortuna poi volle, che cessassimo esserlo, pure io stimo che tanto anco possa su voi, signore, la memoria dello antico affetto da non rivolgervi invano una preghiera, la quale è questa: non insistete, di grazia, a farmi accettare cosa, che mi contrista, e m'inacerbisce le piaghe, che qualche volta mi danno tregua. Voi conoscendo la mia natura sapete com'essa penda al pertinace; e quando ti si aggiunga l'argomento della mente non penso, che di leggeri uomo possa svolgermi. —

«Condannato, esule, amnistiato, offeso nella salute come nelle sostanze, percosso da vecchie ingiurie, e da nuove, a me piace, a me giova durare così, finchè la Patria non reputi onesto riparare; e se non riparerà, io finirò lontano sempre contento, quando io la sappia felice, di quella parca felicità, che solo a noi è concesso di godere quaggiù. Vi auguro ogni bene; addio.»

Allora il signore Capponi da capo.

— «Amico pregiatissimo. Sentite dunque; l'Arciconsolo non vi risponde, e quello che io possa fare di più a modo vostro è proporre all'Accademia, che lasci stare le cose come stanno; che vi vogliano disaccademicare, adesso non lo sperate, nè pare a me dobbiate voi desiderarlo. Agli uffici di corrispondente voi non sarete chiamato mai, chè propriamente non ve ne sono; rimarrà anco in atti la vostra ultima lettera, testimonio, che volete (e me ne duole) quanto a voi non essere accademico, ma non però vi cancelleremo dall'elenco dei corrispondenti; dico addirittura che non lo faranno perchè conosco le intenzioni dei colleghi miei, e se volessi io dare un voto a modo vostro sarebbe perduto. A buon conto questa vostra repugnanza dipendendo da cause mutabili, deve cessare com'io confido cessando i motivi, e che si venga a questo fine io faccio voti. Quel che io vi ho scritto è quanto arriva la podestà mia di Arciconsolo indegno, e tratto a forza sul seggiolone per lo scampolo di pochi mesi..., e voi credetemi cordialmente vostro affezionatissimo amico ec. — Firenze 28 ottobre 1859.»

E poichè il Guerrazzi si trovò ad essere messo nella Crusca come lo misero alle Murate, e ci ebbe a stare; ma non è questo che io voleva dire, bensì palesare altrui quali i modi, e il linguaggio degli uomini di cui Toscana si onora, comecchè poco amici, e per avventura stati avversi fra loro. Certo ei parrà strano sentire, che qui tra noi non pregino il Guerrazzi, mentre da trent'anni a questa parte non passa anno, che una o due edizioni dei suoi libri si stampino; nè comparisce opera di lui che tre ristampe almeno non ne corrano fra il popolo, una regolare e due per opera e virtù dei pirati; e vi ha tal libro del Guerrazzi, che conta perfino 40 edizioni. La sua parola scorre per la Italia come lava di libertà; e l'Assedio di Firenze, io non dubito, che acquistasse più anime alla causa della patria che due dozzine di Apostoli non avrebbono saputo o potuto fare. La Europa sembra tenerlo in conto, poichè l'anno scorso comparvero a un tratto tre traduzioni dei suoi libri, una a Londra dello Scott, una ad Amburgo del Valentiner, l'altra a Brusselle del Potestà; ed ora sentiamo, che l'Hachette a Parigi sta per pubblicarne un altra; nè la Europa sola, ma l'America nel cinquantotto mise fuori due traduzioni delle opere del Guerrazzi, una della Schramm a Boston, e l'altra del Monti esule napolitano a Nuova Jorca; però se sarà peccato riputare valoroso scrittore il Guerrazzi ci consola che saremo molti peccatori; e se ci toccherà andare all'inferno per questo, noi ci andremo, secondo che sembra, in molta, e buona compagnia; onde la piglieremo in santa pace confortandoci col proverbio, che mal comune è mezzo gaudio.

Chiuderemo ripetendo, che la Chiesa madre di carità non iscomunica la ciucaggine, nè verun codice penale la condanna, nè manco il Chinese; padrone pertanto il Giornalista a rimanersi ciuco quanto gli piace, e (se possibile fia) a crescere quanto gli pare; solo i Toscani hanno diritto di pretendere ch'ei si faccia scorgere per conto suo, e smetta il vezzo di porre su le labbra di noi altri Toscani sensi, idioma e svarioni che non solo per noi, ma per gli Ottentotti, pei Caffri, anzi pure per gli Esquimesi parrebbero salvatichi. — Se egli è ebbro pigli l'elleboro, e se ha il diavolo dell'astio, e della malignità in corpo venga da me in Canonica, dopo vespro, che come prete gli farò la carità di esorcizzarlo gratis.