Sua Eccellenza (sempre Eccellenza) il ministro Poggi elogiando la magistratura toscana affermò che era stato perpetuo vanto di lei adattarsi ai tempi. Se così Sua Eccellenza loda, che diavolo dirà mai quando biasima? Intanto io Piovano propongo per uso dei magistrati toscani di emendare il pater noster così: et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a laude excellentissimi domini nostri Poggi. Amen.

Abbiamo letto stampato che il Guerrazzi non sovvenisse al Piemonte nella guerra contro lo austriaco; e posto ciò lo vedemmo scomunicato in cera gialla. Quando la storia si detterà col giudizio non già con le infelici passioni di partito, e quando alle bugie surrogheranno i documenti degli Archivii così in quelli di Firenze come negli altri di Torino, appariranno le larghe profferte che ei fece di porre in arbitrio del Re le armi, e l'erario toscano; le quali profferte scritte al generale Colli vennero confermate a voce a Pasquale Berghini, ed a Lorenzo Valerio, entrambi uomini egregi, e vivi, della monarchia sarda tenerissimi, e di credito grande presso di lei. Se le offerte non furono accolte, anzi se, mentre da Torino si domandava la lega e a Firenze si consentiva, il generale Lamarmora entrava sul contado nostro come su terra nemica, e il generale D'Apice ordinava ai nostri dessero indietro per non incominciare la guerra contro gli austriaci collo azzuffarci tra noi italiani, la è cosa che vuolsi deplorare, non accusarne il Guerrazzi, il quale pensò ed ha pensato sempre, che se il generale Lamarmora avesse avvisato il Governo toscano avrebbe trovato allestimenti e somieri, e procedendo spedito ed ingrossato dai Toscani, sarebbe forse giunto a tempo per offendere il nemico di fianco, o almeno tenerlo in rispetto.

Per altra parte accusano il Guerrazzi di non essersi unito con la repubblica di Roma, e di avere promosso la restaurazione. Quanto alla prima accusa basta una osservazione; la quale è questa: Chi prepose il Guerrazzi al governo? Il popolo. Che gli commise il popolo? Provvedere alla guerra; tenere salvo il paese dagl'impeti dei partiti estremi; e convocata l'Assemblea per via del suffragio universale consultarla con chi, e con quale forma di governo avesse a reggersi lo Stato. Tutto questo ei non fece? Lo fece. Dunque perchè lo accusate? Si voleva, che senza consultare l'Assemblea imponesse la repubblica; e questo non lo volle, e non lo volle perchè non lo poteva. Chiunque ama la libertà procuri astenersi dai modi tirannici, imperciocchè presto o tardi vada sicuro gli torneranno sul capo; questo spettava all'Assemblea, e l'Assemblea dovea aspettarsi, e rispettarsi. — Aggiungi, che studiati gli umori del popolo non parve disposto allora alla repubblica; e Dio mi liberi dalla tentazione di dire quello che Sua Eccellenza (sempre Eccellenza) il signor marchese Ridolfi scrisse del popolo toscano al signor Ghivezzani, cioè, ch'egli è marcio fino alle barbe, tandem giudico, che alla repubblica nè anco adesso ci correrebbe di buone gambe. — Ora per istituire la tirannide di un solo, un brutto tiro si può fare, ed anco può riuscire, perchè poi tu conficchi il popolo in croce, e finchè i chiodi agguantano la ti va d'incanto; ma in fè di Dio come possa farsi repubblicano un popolo per forza, ecco io mi ci sbattezzerei; ancora metti, che da Roma venivano informazioni da sgomentare ogni fedele cristiano non per la parte del signor Vannucci repubblicano largo di cintura, bensì dal signor Menichetti, che quando ci si mette con le mani e co' piedi è capace di ragionare quanto qualunque altro neo-moderato che piglia il fresco nella state sotto il cupolone del Duomo; sicchè cotesta unione delle due repubbliche aveva l'aria di un matrimonio in articulo mortis; per ultimo mentre il re stava in procinto di mostrare la faccia al tedesco, accendergli la repubblica dietro le spalle, mettiamo da parte, che potesse parere proditorio, egli era imprudente perchè il re avrebbe vissuto in sospetto grande e forse per guardarsi dietro distratte parte delle forze, che non erano troppe davanti.

Veniamo alla restaurazione: fino alla battaglia di Novara ben altro sonarono atti, e parole: il Guerrazzi difendendosi da capitale accusa disse averci pensato anco prima; ma da quando in qua si pretende, che un uomo in simile stato somministri argomento ai suoi giudici di condannarlo? Certo, io lo confesso alla scoperta, un uomo della sperienza del Guerrazzi, dovea sapere che ciò non gli sarebbe stato creduto, e non lo avrebbe salvato, però era non pure animoso ma savio dire addirittura come la faccenda stava. Però se consideriamo la quasi quinquennale prigione, il tedio, l'epilessia che lo assalse, egli è più onesto desiderare, che lo facesse, che giusto accusarlo di non averlo fatto. Dopo la battaglia di Novara sì ci pensò, e fece bene: questo era il suo disegno, che parte compì, e parte rimase interrotto. Parlo cose a tutti note, da centinaia di testimoni attestate, da copia infinita di documenti fatte sicure. Solo la calunnia finge ignorarle, e la slealtà le tace. Riconvocata l'Assemblea di cui parecchi membri erano stati spediti nelle provincie appunto per sincerarsi se i Toscani parteggiassero per la repubblica, egli avrebbe proposto: richiamisi il principe, egli si dimostri come non fosse cacciato, bensì spontaneo disertasse dallo Stato; veruna colpa in voi; alla più trista la colpa essere di noi altri rettori, e noi già siamo disposti ad andarci in esilio; torni alle sue case, torni al paese a patto però che lo Statuto si conservi, e rimanga intatta la patria da ogni tedesca contaminazione. — Intanto siccome a fare a sicurtà con cotesta gente se n'esce sempre a capo rotto il Guerrazzi procurava entrassero mediatori, e mallevadori del patto i ministri d'Inghilterra e di Francia; e dal primo se n'ebbe la promessa, dal secondo no perchè assente, ma al suo arrivare, non si dubitava darebbela. Nè si rimaneva a tanto il nostro compatriotta, e i documenti, ripeto, stanno lì a fare testimonianza, con quanta fede, con quanta agonia egli si tribolasse ad armare il paese; non già, ch'egli sperasse, venuto alla prova delle armi coi tedeschi, uscirne vincitore; ma pensando da una parte, che la fama ingrandisce sempre le cose, e dall'altra che duravano Venezia, e Roma, combatteva di forza Ungheria, e nè gli umori interni dell'Austria quietavano, stimò che questa sarebbe proceduta più rispettiva contro cui ad un bisogno faceva le viste mostrarle i denti. Alla più trista senza sangue i tedeschi non entravano in Firenze; e questa è sicura. — Però questo notisi, e ben si riponga in mente nè un atto, nè uno scritto, nè un detto corse direttamente o indirettamente tra il Guerrazzi e il Granduca, e gli aderenti di lui intorno ai disegni esposti per la condizionata restaurazione.

Così non piacque ad altri i quali presumendo diventare padroni del baccellaio, e tenere il Granduca dentro una botte andavano sobillando il popolo sbigottito: «Il Guerrazzi ti mena diritto a buttarti nel pozzo; con queste sue mostre di armare ti chiama i tedeschi in casa come lodole al fischio; e quali tedeschi! I croati, che dove passano non lasciano più crescere erba. Oh! quanto gran dolore vedere gli alberi delle cascine abbattuti per farne cocere la pignatta degli ulani, e bere l'onda pura dell'Arno i cavalli dei mantelli rossi. Mirate questa geldra di sicarii livornesi; egli li chiamò a posta, e quì li tiene, il Nerone, per menare strage cittadina, (mostravano le barelle della Misericordia, che facevano andare attorno vuote); intanto si pone mano alla roba altrui (era un oste cui truffarono alcuni militi il vino); la pudicizia delle nostre matrone si offende (erano due colombe di via Gora). Gettate giù le vergognose some; non fate idolo un nome vano senza soggetto. Che patti, e che non patti! Precipitatevi, precipitiamoci fiduciosi senza sospetto, come senza condizioni nelle braccia del nostro più che Principe Padre, il quale amoroso ce le stende lunghe lunghe fino da Gaeta. Noi vi garantiamo che non verranno tedeschi. Scegliete: da un lato servitù, e tedeschi in casa; dall'altro libertà e tedeschi lontani. — Santa fede! e non ci era da nicchiare: giù il Guerrazzi. L'Assemblea veramente la elesse il popolo universo; non importa; chi chiamò tutto il popolo? Il Guerrazzi: dunque l'Assemblea è del Guerrazzi, giù l'Assemblea.

I moderati per vincere la democrazia dettero mano ai reazionarii, con loro si unirono; essi, unicamente essi il principe assoluto donarono alla Toscana, e prima di lui i tedeschi. E chi lo nega mente e mente invano. — Badava il Guerrazzi ad ammonire: quo ruitis? Ma egli era predicare la castità in chiasso. — Dubito, egli diceva, che non tutti in Toscana si accomoderanno a questi modi violenti, massime Livorno: per me non credo che da tale partito sia per uscirne bene: — tuttavolta se può non sinistrare, egli è ad un patto, che la Toscana accordi tutta; se una parte sola contrasta somministrerà il pretesto alla chiamata dei tedeschi; passando per Livorno m'ingegnerò renderne capaci i cittadini. Allora lodaronlo; pregaronlo a intromettersi; proffersero dargli autorità per mettere capo a partito a qualche scapestrato; lo indussero a rimanersi fino a sera promettendo farlo trainare a Livorno con vaporiera a posta; più, e più volte a ciò si obbligarono; poi .... diamo di frego a quello che accadde dopo. Carità di patria mi persuade tacerlo; ma per amore di Dio adoperino anco gli altri un po' di questa carità. Date retta al Sacerdote di Cristo, che sarà bene per tutti: e se mi riuscisse a mettere nei cuori un po' di quella concordia, che sento abbondare tanto sopra le labbra a me Piovano non parrà essere resuscitato indarno.

Nessuno, ch'io sappia, avvertiva secondo che merita la ragione del processo Guerrazzi. I curiali avevano dato ad intendere al Granduca come di lieve ne sarebbe uscito provato che i liberali contro la sua autorità ed anco contro la sua vita in ogni tempo cospirassero: se ciò tornasse gradito a lui non è da dirsi, imperciocchè sperava che tal fatto gli avrebbe somministrato argomento a giustificare l'abolito Statuto, i tedeschi chiamati per difesa. Il Guerrazzi gli scrisse ci pensasse due volte; perchè quanto gli davano ad intendere non era; avrebbe preso il male per medicina. Di qui il diuturno tentennare per cui all'ultimo fu forza procedere oltre. Io per me credo, che dieci cattedre di diritto costituzionale non avrebbero insegnato ai Toscani quanto cotesto processo; per quello vennero chiarite le colpe del Principe, e gl'inganni, e le frodi, e la mostruosa ingratitudine sua; e dall'altra parte la pazienza, la longanimità e la fede; imperciocchè ai nostri costituzionali se qualche colpa potè apporsi fu quella di avere proceduto al Principe oltre al debito devoti. Il Guerrazzi dichiarò al Granduca: voi avete giudici che tolsero la mia condanna a cottimo, e spendete i danari dello Stato; io ho per giudici quanti uomini posseggono cuore e cervello; e spenderò l'ultimo mio scudo a dimostrare che avete torto. Alle stampe dell'Accusa egli oppose l'Apologia, e comecchè questa gli venisse pagata dallo editore, distribuì il compenso tra i meno agiati compagni di carcere, e fra le persone, che per essersi a lui mostrate devote, avevano perduto l'ufficio. Al mostruoso volume dei documenti dell'Accusa, egli contrappose il suo che gli costò 7,000 lire di spesa; ogni calunnia fu rimbeccata; ogni astuzia resa vana; tracollò lo edifizio bugiardo, e l'Accusa rimase sepolta sotto i suoi calcinacci: per la quale cosa non parve audacia sfrontata, bensì senso di giustizia offesa, quando il Guerrazzi disse in tribunale: «bene qui si agita di tradimento, ma il traditore non è qui!» E il giudice si guardò bene di domandare dove fosse, come colui, che conosceva purtroppo il Guerrazzi petto da rispondergli secco: «è in palazzo Pitti.» Bisogna dirlo: vive e palpita in questa creta umana una coscienza, che buttata a terra dalle scale torna dalla finestra, conciossiachè amici o nemici, cittadini come forestieri, e perfino tedeschi, anzi soprattutto i tedeschi dicessero: «Andiamo un po' a sentire fare il processo a Leopoldo!» Certo lo Statuto abolito, e la chiamata dei tedeschi perderono questo mal consigliato principe nella opinione del popolo; ma il popolo dimentica lievemente gioie, e dolori dove si riducano a semplici sensazioni; quando poi tu gli dimostri la necessità dell'odio come una operazione di abbaco, e gliela ficchi bene nella memoria, allora non ci è caso che altri lo possano mai abbindolare. Io penso, che tanto benefizio si deva al processo di perduellione del Guerrazzi, ed alle strenue difese, che furono dal collegio amplissimo degli avvocati esibite.

La sentenza venne di obbligo come il gloria patri in fondo al Salmo; gli Accusatori, e i Giudici furono ricompensati così alla trista, perchè il lavoro era riuscito sciatto, nè se ne acquietava il Guerrazzi risoluto di ricorrere in Cassazione e tenere legato Leopoldo alla colonna più, che per lui si potesse; ma il paese ne aveva avuto abbastanza; i difensori non avrebbero rimesso l'ufficio, ma una tal quale lassezza la sentivano anch'essi, e al Granduca entravano i sudori freddi al pensiero che si avesse a tornare da capo; però da prima insinuarono al Guerrazzi chiedesse grazia, ed egli ricusò alla recisa; questo solo promise, che dove il Governo l'avesse fatta egli l'avrebbe accettata, imperciocchè fosse stato sempre suo disegno esulare dalla Patria restituito il Granduca; uscì il decreto condizionato al pagamento delle spese, e alla dimora fuori d'Italia (e si doveva intendere Piemonte, perchè nè a Roma, nè a Napoli, nè nelle terre dominate dall'Austria, e dai satelliti suoi avrebbe potuto ridursi il Guerrazzi) e fu rifiutato; allora per lo meno reo consiglio si dette promessa, che nè si sarebbero mai chieste le spese, e si sarebbe lasciato libero il Guerrazzi di recarsi dove meglio gli piacesse.

Così il nostro compatriotta partiva da casa sua, e poichè ebbe atteso in Corsica a rifarsi un po' nella salute sconquassata non istette già sulla fossa a piangere il morto, e scrisse la Beatrice Cènci, l'Asino, il Paoli, il Marchese di Santa Prassede, la Torre di Nonza, la Storia del Moscone, Fides, Pasquale Sottocorno, la Orazione pei morti di Curtatone e Montanara, lo Scrittore italiano di cui parte comparve nella Rivista Contemporanea, i Ricordi al popolo toscano, Amelia, l'Albo, ed una infinità di scritti minuti che innominati andarono su pei giornali; nè basta; che io so avere egli condotto a termine un libro politico, e un altro racconto intitolato il Buco nel muro; apparecchiato materia per libri che narreranno di Francesco Burlamacchi, di monsignore Piero Carnesecchi, e di Andrea D'Oria; anco abbozzato certa sua fantasia per fare riscontro alla Fides intorno alla origine delle Comete. — Questo di certo non si chiamerà starsi colle mani in mano; se ma' mai il Guerrazzi avesse vizii, bisogna dire che gli sieno entrati in casa dalla finestra però che l'ozio, il quale è padre loro, non si attentò mai di picchiargli alla porta.

E confesso il mio debole; a me piace fuor di misura il Guerrazzi quando non si sa per che fisima il Governo francese (certo zelo di bassi ufficiali dacchè se taluno non volesse credere incapace il governo superiore dal commettere soperchierie, tutti poi vorranno reputarlo alieno dalle imbecillità) volle ritenerlo prigioniero nell'isola; egli sentendosi ribollire nelle vene il sangue libero dichiarò se ne sarebbe andato; ammonito con minaccie a non farlo rispose se ne sarebbe andato; dettogli, che gli avrebbero messo dietro le guardie di polizia replicò se ne sarebbe andato; e se ne andò, traversando notte tempo tetti arrampicandosi per iscale di legno mobili male assicurate su i tetti, scavalcando muri e riuscendo in altri quartieri, dove travestito da marinaro si cacciò tra la folla; si mise pel buio fra calli dirotti in mezzo a selve di olivi, e scese presso Pietra nera; caduto in mare, così fradicio entrò in barca, e tutta notte ballottato dalle onde grosse appena alla metà del giorno seguente arriva alla Capraia. I barcaioli, che toscani erano e della isola del Giglio, paurosi delle leggi sanitarie, sgomenti non sapevano che pesci pigliare, ed egli risoluto li persuade a buttarlo sopra uno scoglio, e ad allontanarsi; all'altro provvederebbe Dio. Non se lo lasciarono dire due volte; ed egli solo su di uno scoglio dopo avere passato un tratto di mare ebbe ad arrampicarsi per la rottura che ha nome Zurletto dove sembra, che non possa salire chi va senz'ali; e poichè dopo infiniti travagli, e pericoli, in più parti offeso, arrivò in cima all'isola.... lo scambiarono per un bandito côrso; palesato il nome non gli vollero credere, perchè dalle Gazzette avevano appreso ch'egli era già arrivato a Genova; poi dubitarono quando mostrò la cifra ricamata su la camicia, e una carta da visita per caso rimastagli addosso; per ultimo lavato, rimondato dalla finta barba, e rivestito delle vesti che gli prestarono, taluno, che aveva usanza a Livorno, lo riconobbe, e allora fecergli festa; le quali amorose accoglienze durarono, finchè non giunse il legno per levarlo dalla isola e trasportarlo a Genova.