Mi piacque, e di molto il Guerrazzi quando alla guardia di polizia, che solo per fuggire nome odioso, si appellò municipale volle cresciuta la paga, e al principe, che diceva: è troppo! oppose: non è troppo, perchè a cui agguanta i ladri bisogna torre ogni causa per divenirlo egli stesso; che se per necessità ruba, allora non ci è coscienza a punirlo. Se per tanto oggi i giandarmi tirano soldo da potercisi schermire ne devono obbligo al Guerrazzi. Se non avessi saputo da quanti vennero nel mondo di là quello, che il Guerrazzi operasse alacre, indefesso e tenace per la retta amministrazione dello stato io non lo avrei mai creduto; ma ai morti bisogna credere, conciossiachè non so come vada questa faccenda, ma è sicuro, che le anime tutte appena spogliate del corpo diventano sincere; e poi tornato di quà lo lessi pei libri, e pei diarii stranieri, e nei dispacci, che i ministri esteri residenti in Toscana mandavano ai proprii governi; e per ultimo la dichiarazione di Niccolò Tommaseo vale per mille, però che lui meritamente la Italia onori come uomo nel quale la bontà è vinta soltanto dalla sua immensa dottrina: egli pertanto schietto e leale così gli scrisse: «N. Tommaseo desidera attestare al M. Guerrazzi (le grullerie dei titoli erano state abolite) la sua gratitudine non solo per quanto fece, e bramò in pro di Venezia, ma per quanto egli parla ed opera in difesa di quell'ordine dignitoso e leale fuori del quale la Italia non troverà, che ignominie.» Lo appuntarono della bandita legge stataria; e non egli lo mise; all'opposto fu egli, che la levò: appuntaronlo eziandio di elezioni violentate, ed anco gliene mossero accusa formale; ma l'accusa cadde senzachè ei pur si degnasse difendersi; difatti il ministro inglese informava il 30 dicembre 1848 il suo governo: «le elezioni interrotte per violenza degli agitatori vennero compite sotto la più energica protezione del governo». Il popolo però aveva ragione di pigliarsela con cotesta legge elettorale; ma aveva torto di procedere a tumulto: difatti cotesta legge dettata dalle repugnanze, o dalle paure del potere assoluto che con infinita amarezza era costretto a trasformarsi creava un paese legale diverso, anzi pure in contrasto col paese reale. In questo modo si ottengono simulacri di opinione mentita, non già la testimonianza della opinione vera; e i partiti allora diventano manette, che i meno mettono al polso dei più; donde poi le gozzaie, i pessimi umori, e i perpetui sconvolgimenti; conti aperti con la rivoluzione, che i Caporali cortesi, dove potessero sarebbero capaci di saldare più tardi facendo sangue.

Io Piovano lo predico a cui lo vuole, e a cui non lo vuole sapere; faccio di berretta al Guerrazzi quando domando: a quale dei suoi parenti dette officio? quale degli amici suoi promosse? piuttosto quale dalle cariche respinse per causa, che gli aveva proceduto avverso? — Al contrario in quei tempi corse, e tuttavia dura la voce, che per ottenere favore da lui bisognava essergli stato nemico.

Egli non fu ricco mai, chè quella po' di roba che si trova la mise a parte co' suoi sudori, quantunque non avesse casa a Firenze, e gli tornasse grave mantenersi costà, pure ai suoi colleghi e a lui parve, che nelle angustie della patria il cittadino dovesse tenersi pago al necessario; però ridussero lo stipendio ministeriale a 10.000 franchi annui; e il generoso Mazzoni contrastò lungamente per rifiutare ogni compenso, nè si tacque se nonchè quando gli mostrarono come ciò non convenisse. — Io Piovano, che ho potuto vedere i libri di amministrazione del Guerrazzi, so com'egli nel ministero rimettesse del suo più del doppio dello stipendio: non dimanco la Commissione governativa, appena lo ebbe ristretto in carcere, gli istituì addosso un sindacato composto dei signori Tartini, Gargiolli e Galeotti perchè indagasse s'egli avesse grancita qualche parte della pecunia pubblica. Il solo sospetto per cui fu istituito il sindacato parve a taluno ingenerare offesa; e sia laude al vero egli non cadde manco per ombra nella mente al Granduca il quale fece dire al Guerrazzi essere lieto, che non gli mancasse pure una spilla; cui questi fece rispondere: «e' s'inganna; gli manca un asciugamano rotto che se nol contrasta, io terrò per memoria di quello, che si guadagna co' principi» Non importa dire, che non richiese il suo asciugamano il Granduca. Però il Guerrazzi non si arrecò punto del sindacato della Commissione governativa, anzi lo ebbe a caro, e a quanti si maravigliavano di questa sua placidezza, egli aperse il suo Valerio Massimo e mostrò come al luogo dove cotesto scrittore racconta che domandandosi a L. Scipione conto di 4 milioni di sesterzi mentr'egli stava per porgere lo specchio al Tribunale, il suo fratello l'Affricano arraffato lo specchio lo mise in pezzi dicendo, che la fama e la condizione degli Scipioni gli assolveva da ogni rendimento di conti, avesse posto una nota, che diceva così: «Scipione per questo meritò l'esilio; imperciocchè un cittadino che tale sentiva, ed operava non poteva più dimorare in Roma senza pericolo della repubblica:» e va bene. Da ciò imparino le anime infelici nate sotto la costellazione dello staffiere come della libertà si pensi, e si ragioni; costoro ad ogni parola che si muova per la libertà, urlano, «e' lo fa per ferire i nostri riveriti padroni e signori». Grulli! Che stima volete, che si faccia di loro se non si può parlare di libertà senza che gli entrino le convulsioni? Mercè di questo sindacato si conobbe come egli quando co' suoi colleghi venne al ministero trovasse lire fiorentine 300 in cassa, e non so che soldi; e come vedete non ci era da stare lungo tempo a tavola; si conobbe eziandio, che per più giorni il Governo pagò co' denari imprestati da amici livornesi, e con quelli del signor Adami, e suoi; si conobbe che i buoni del tesoro di cui si dissero sperpetue non iscapitarono mai alle mani del ministero democratico dieci per cento; mentre oggi creando imprestiti all'ottanta pare toccare il cielo col dito; e per ultimo si conobbe s'elle fossero rettoriche, o verità prette quelle parole ch'ei disse ai signori che tennero il ministero innanzi a lui: voi ci lasciate lo Stato come il morto in mano al prete: per benedirlo, e per sotterrarlo! E molto in questo cittadino mi talentarono la modestia, la pazienza, la parsimonia, e la occupazione sue. Dissero, ch'egli ostentò fasto regio, e simili altre fandonie, e tutti sanno com'ei dormisse sopra un letto da domestico, e nella stanza tenesse una tavola di legno senza nè anco tingere. Lo appuntarono altresì perchè essendo egli segaligno e freddoloso si riparasse con pelli: lo accusarono di valersi di corsieri appariscenti, e al contrario tolse un cavalluccio addestrato per femmine non potendo sopportare movimenti troppo aspri; nè ciò mica in diarii giocosi, sboccati; bensì in iscritture che si ebbe il coraggio di chiamare storie; che Dio a cui ciò fece perdoni le sue peccata, come scolpirono sul sepolcro di Salvino degli Armati primo inventore degli occhiali.

Ci furono scapestrati di altra ragione, che incolparono Guerrazzi di non avere condotto alla ruina il Granduca; e per non dire peggio parvero parole ebre: egli amministrò fedelmente in pro della patria, e del Principe, finchè sperò stessero insieme, e quando si separarono la Patria come doveva antepose al Principe. In questo concetto dava opera a comporgli il regno della Italia centrale e lo faceva se Leopoldo si fosse rammentato più di essere nato a Pisa, e meno del sangue suo austriaco, e meglio compiacendo a Dio avesse posta minor fede in colui, che se ne dice Vicario. — Il popolo a parlare chiaro non si mostrò grato a questo figliuolo uscito proprio dalle sue viscere, ed io so, che il Guerrazzi dopo averci meditato su un pezzo, esclamava: — Il popolo ha ragione! io non feci nulla per lui: bene è vero che non lo concesse il tempo tempestoso e breve; pure rimane certo, che non feci niente per lui. E sì che delle terre maremmane, ed altre dello Stato disegnava formare giusti poderi, e quelli concedere gravati di tenue livello, crescente a stregua dello aumentato valore, ai reduci dalle guerre, premio del sangue, non solo gratuitamente ma con danaro, che bastasse alla casa, alle bestie, agli arnesi; e così restituita la gente quanto più si poteva alla terra, il popolo rimasto nelle città educare nelle arti, e nei mestieri; provvedere che ai padri il momentaneo mancamento dei figli non nuocesse; instituire piccole banche dove l'onestà trovasse il poco capitale necessario a i suoi lavori; e con tutti i modi promovere le voglie, e gli esercizi militari, rimedio agli scioperi viziosi, salute dei corpi. Sopramodo mi stavano a cuore le cose marinaresche, e feci studiare certo mio concetto di ampliare il porto di Livorno isolando la Porta Murata, e parve buono; ma più che altrove pensava a dare forma alla Colonia Toscana, la quale per presentimento dirò così provvidenziale da parecchio tempo sciama in Alessandria di Egitto...; ma nulla feci di questo; e la fortuna per umiliare la mente superba ha voluto, che mentre io mi sono durante la mia vita affaticato ad ampliare la Patria l'abbia lasciata in peggiori termini di prima, e per arroto perduta; delle leggi lodabili a cui desiderava dare il nome, sola dura quella che ha fatto, me involontario, il triste dono al paese del carcere solitario! — Furono le mie intenzioni piene di benevolenza pel popolo, però che popolo nacqui, e popolo intenda morire; ma poichè questo non può conoscerle che per via degli effetti i quali mancarono, non ne serba e non può serbarne gratitudine, Dio, che le conobbe, vorrà ricompensarle un giorno nella sua misericordia; confidiamo in lui.

Stringendo i tempi in cui era forza, che il Granduca scegliesse tra la Patria, e l'Austria, egli preferì l'Austria, e fuggì insidioso allegando per pretesto fatto non vero; però che stesse a lui differire, ed anco rifiutare la legge della Costituente la quale accettava, il suo ministero non l'offendeva, dacchè avendo offerto risegnare l'ufficio egli non consentiva, al contrario a rimanersi lo supplicava.

In quale condizione si trovasse lo Stato, donde alla vigilia della guerra, disertava il capo, ogni uomo può immaginare; i vecchi ordini distrutti, i nuovi non fermi; partiti diversi ed estremi; i liberali divisi per cause, che parevano personali, ma che la esperienza chiarì accennare a principii perchè la superbia aristocratica ribolle, ed è per avventura la classe sociale che più tarda dimentica, e più pronta stende le mani a ricuperare il perduto; governo senza causa giuridica; autorità nessuna; opinione poca; credito contrastato; di fuori non potestà in Italia a cui appoggiarci, la quale stesse in condizioni migliori delle nostre; ad ogni modo niente affatto disposta a sovvenire il paese, bensì piuttosto balenante a farsi aiutatrice del principe fuggitivo. In simile condizione di cose popolo, deputati, e senato elessero il triumvirato di cui fu parte il Guerrazzi. Comunque io faccia professione di teologia non già di politica poco mi ci volle a conoscere, che nello eleggere il governo provvisorio non furono mossi tutti da un medesimo concetto; ma quali e quanti essi fossero qui non preme cercare; basti, che tra i promotori del governo provvisorio ci furono i signori Capponi, Ricasoli, e Corsini. Dissero che ci si trovarono costretti, ma non è vero; perchè i due ultimi con giuramento affermarono averlo fatto liberissimi; il primo fu l'unico in Senato che con amplissime parole favorì il governo provvisorio.

Intanto il Granduca che scappava dallo Stato da mezzogiorno ci voleva rientrare da tramontana; ma intendiamoci, da cotesto lato ei si partiva inerme, dall'altro si affacciava armato; di quì per sottrarsi alla legge, di là per calpestarla; però, ordinava alle milizie lasciassero indifesi i confini al nemico, contro le città si avventassero; compissero insomma l'uffizio per cui Leopoldo austriaco instituì mai sempre le sue milizie, combattere cioè il popolo non già i tedeschi. Il generale Laugier per poco discorso, più che per malizia obbediva ai comandi del Granduca, non avvertendo egli che per necessità di cose da codesti partiti tirannici non poteva fare a meno, che uscisse la morte della libertà; — ma se grande fu l'amarezza della mossa del Laugier, infiniti percossero la amarezza e lo stupore quando si ebbe conoscenza che il signor Neri Corsini consigliere o capitano era accorso a sostenere cotesta impresa. O non aveva votato egli pel governo provvisorio? Non aveva parlato per lui? Chi lo obbligava a farlo? La fuga del principe non aveva anch'egli ripreso? In cotesti tempi si lesse stampata una lettera del signore Corsini responsiva ad altra del generale Laugier che gli faceva ressa di porsi a capo dello esercito ribellato, nella quale il degno uomo favellava così: «non reputare opportuno di mettersi avanti allo esercito, mentr'egli non faceva altro che mandarlo addietro.» E questa considerazione come capace a chiarirci del prodigioso buon senso del signore marchese di Laiatico, così mi sembra atto a testimoniarne la fermezza nei propositi. Di ciò non tennero ricordo nel Decreto, che lo manda in Santa Croce; l'ho tenuto io; basta che qualcheduno se lo rammenti; e queste non sono calunnie, che di simili tiri non sa farne il Piovano.

A me piace il Guerrazzi (e come non lo potrebbe a me umile, ma schietto sacerdote di Cristo?) quando con fiere minaccie difende la madre del Generale dallo insultare della plebe infellonita; e piacemi altresì quando muove contro al Laugier, e lui cercato a morte secretamente avvisa si salvi; come mi piacque il signor Laugier e di molto allorchè venuto testimone nel processo Guerrazzi, mentre questi per iscolparsi dell'accusa di avere messo la taglia sul capo di lui stava per narrare il fatto, egli troncategli le parole di bocca disse: lascia parlare a me, chè a me tocca scolparti dalla iniqua taccia; e qui espose per filo, e per segno i modi tenuti dal Guerrazzi affinchè egli si riducesse incolume sul territorio piemontese. Io Piovano credo che il popolo nostro per questi fatti salisse in fama di civile, e non pei vanti continui, e sazievoli i quali scemano il pregio se vero, e se falso eccitano lo scherno della gente.

Soddisfece il Guerrazzi in compagnia dei colleghi o solo al mandato a loro commesso dal Parlamento toscano? Sì certo lo soddisfece, e così giudico non per opinione mia, bensì per testimonianza giurata di parecchie centinaia di cittadini uditi nel processo, cominciando dall'Arcivescovo, fino all'usciere; anzi non mancarono nè anco quelle degli stessi Ricasoli e Corsini; e i Ministri d'Inghilterra e di Francia gli resero giustizia; di fatti il tribunale condannando il Guerrazzi disse così: «che dai resultati del dibattimento orale veramente non compariva colpevole, ma che i giudici potevano formare in altro modo la loro convinzione; e come erano convinti ch'ei fosse reo, così lo condannavano...!» Eh! non fa nè anco una grinza. Se non avessi letto io con questi occhi la sentenza, ed altri me la avesse riferita, gli avrei detto: chetati campana del bargello! Ma l'andò proprio come la conto. Che queste cose si facciano lo capisco anch'io, ma che le si abbiano a mettere in iscritto io non me ne so capacitare, molto più dopo che fu smessa la corda. Per me farei Pasqua se mi riescisse attribuire cotesta razza di sentenza alla sperticata ingenuità dei Giudici; ma chi li conosce veda se la interpretazione può stare, e se essi meritino come la inclita Nice del Prete Parini i titoli:

D'ingenui e di pudichi.