Accusarono allora i moderati, e più ardenti, che mai rinnovano l'accusa adesso (perocchè sperino poterlo fare a mano salva) avere il Guerrazzi sommosso il popolo ai disordini. Si potrebbe contrapporre, perchè noi lo abbiamo letto, e per testimonianza universale si conferma, che primi a chiamare il popolo a parte delle faccende politiche furono i moderati: certo essi chiedevano coppe e venne loro risposto bastoni, ma tanto è eglino e non altri implorarono primi aiutatore il popolo. Opera dei moderati da principio la stampa clandestina, e lo incessante aizzare contro il governo: — Voi agitate in Città, scriveva il sig. Ridolfi al sig. Montanelli, io agiterò in Corte. — Io non riprendo per questo il sig. Ridolfi; solo noto, che in foro coscentiae questa parte a lui aio del Principe non istesse a capello, ma transeat. Bensì mi tocca ad appuntarlo di questo altro, che l'agitazione gli piacque, finchè non ebbe spinto lui al ministero; allora poi volle licenziarla, come se fosse la serenata, che costuma sotto le finestre delle case dove fu battezzato il bimbo. Pareva al sig. Ridolfi, che, lui ministro, la Italia avesse ad essere contenta, e ce ne fosse d'avanzo; la Italia non se ne contentò ed ebbe il torto, secondo lui; però mettete in salvo questo, che il marchese Ridolfi portato ministro non chiese lo Statuto, e mi farei coscienza affermarlo, se non lo dicesse proprio lui nel decreto col quale egli, e i colleghi suoi dopo avere fatto per prima cosa uomo grande il marchese di Laiatico, per la seconda lo mandano a dormire in Santa Croce.

Però, vedete, l'agitazione popolare non uscì da questo, nè da quell'altro uomo; tanto è vero, che Pio IX l'attribuì addirittura alla Provvidenza; nè fino da quel tempo doveva parere lieve, dacchè egli la paragonasse niente meno che alla voce di Dio, la quale schianta la quercia! Poveri noi se gli venisse in capo di fare un po' di conversazione col genere umano! — Per me giudico tale insania appuntare il tale, o tal altro dei moti del 47 e degli anni successivi, che dichiaro alla ricisa non potere capire in cervello umano, bensì la reputo una delle tante stramberie di partito con le quali i moderati, giovandosi della temperie che corre, s'industriano abbindolare il popolo dandogli ad intendere, secondo l'usanza vecchia, lucciole per lanterne. Andavano in volta grandi reami, e antiche signorie, come foglie di castagno a mezzo decembre, per tutta la Europa, e voleva tenere ferma la Toscana? — Cause di rivoluzione queste: i popoli smaniosi, da un lato, di mutare gli ordini odiati; i principi non meno smaniosi, dall'altro, di conservarli intatti; e non potendo in cotesto punto con la forza si schermivano con le arti; se i ministri condotti al governo dal voto popolare reggevano il sacco si dava loro l'osculum pacis, se non lo reggevano si baciavano sempre, ma col bacio di Giuda.

Di qui un tira tira, uno strappa strappa, per cui taluno ebbe a paragonare festosamente il governo toscano alla gallina pelata viva; a questo modo gli ordini vecchi disfatti, non costituiti i nuovi, il governo caduto in abbiezione, senza un concetto su cui fare fondamento, senza un aiuto al quale potersi appoggiare; chi possiede grano di sale non pure non ha a maravigliare se disordini avvenissero, bensì se non ne accaddero maggiori. E poi ci era la faccenda delle armi, imperciocchè il Governo non credesse possibile la guerra, e caso mai scoppiasse non la voleva fare. I tumulti di Livorno nel principio del 48 derivarono appunto dalle armi; chiedeva il popolo schioppi, e il governo li prometteva a tutti, poi si atterriva, e armeggiava. — Ora il governo si riprometteva non darne punti; pure se avesse avuto intenzione di darne parte avrebbe dovuto dire: «che il popolo si armi sta benone; ma alla rinfusa no» — poi ordinato con largo istituto la milizia cittadina questa armare nei modi convenienti. — Il popolo scarrucolato dette di fuori; irruppe in violenze, e peggio, e fu allora, che il Guerrazzi chiamato dal Governo si adoperò a sedare gl'infelloniti e ci riuscì. Se rimase nella commissione per lo armamento ci stette per preghiera del Governo, e come il signor Ridolfi mostrava il viso dell'uomo di arme Celso Mazzucchi, che in ogni sua fortuna si mantenne onesto, si partì da Livorno per farlo capace. Ond'è, pertanto, che il signor Ridolfi non pose fede nel signore Mazzucchi magistrato, e persona dabbene? A me Piovano non importa indagarlo. Fatto sta, che il signor Ridolfi proconsole con pieni poteri accompagnato da molte armi venne in Livorno, dal balcone sparse fogliolini stampati al popolo; — confetti parlanti ferocia e menzogna secondo il solito contro il Guerrazzi; sorsero su predicatori per tutti i canti predicando come codesta belva volesse saccheggiare ed ardere la Patria.... e il popolo se la bebbe. O popolo!... O popolo!..., O popolo!....

Un esercito, proprio un esercito (si conta fossero 4,000 uomini) andò ad arrestare il Guerrazzi, che avvisato in tempo ordinò le porte del palazzo si tenessero aperte; fu preso, gittato sul vapore, e incatenato... — Queste catene gli tolse dalle mani un carabiniere — facendo prova da non dimenticarsi giammai come un carabiniere possedesse il pudore, la carità, e la giustizia che mancavano a un moderato[4].

Chiuso in carcere, e calafatata ogni fessura donde non che la voce, ma il fumo non uscisse, la canatterìa dei moderati incominciò la sozza, e rea persecuzione delle calunnie che o non mai fu vista più oscena al mondo, o che se mai venne superata la superarono i moderati adesso. — Patria, Corriere, Italia, tutti addosso; e questo due volte per opera, e virtù del signor Giorgino; che a lacerare un meschino sotto giudice, pendente il giudizio, non isveniva; a corrompere la mente del giudice, a pervertire la opinione pubblica e gittarla come calce viva sul misero col frenello alla bocca non isveniva il Giorgino; bensì sveniva sponendo il voto dell'Assemblea toscana di unirsi al Piemonte dove non parve ci fosse materia di svenimento davvero; non è egli tenerone di fibra il signor Giorgino? Sapete voi come queste diavolerie si conchiudessero? Non volendo il Guerrazzi uscire di prigione se non erano solennemente smentite dal Governo le calunnie, il Granduca nel 22 marzo 1848 emanò un rescritto col quale, dopo avere detto, che gli atti obiettati al Guerrazzi si riducevano ad una preordinazione per ispingere possibilmente verso una meta cui le sopravvenute mutazioni in Italia hanno a noi permesso di prevenire senza pericolo del nostro popolo — sopprimeva il processo. — Certo non ci era pericolo che per simili misfatti si mettesse a repentaglio di andare prigione un moderato! Intanto ciò conferma la verità della nostra proposizione, che non il signor Corsini bensì il Guerrazzi fosse primo a puntare per la Costituzione.

Quando il Guerrazzi tornò a Livorno i suoi avversari paurosi avevano preso il largo; ed egli diceva: «dopo la calunnia i miei emuli non possono farmi ingiuria maggiore di quella di credermi vendicativo.» Nè fu contento di mostrare la carità patria a parole, bensì avvicinandosi il tempo delle elezioni, timoroso accadessero disordini in casa sua, rinunziata con pubblico bando la candidatura a deputato, se ne allontanava riducendosi presso Niccolò Puccini a Pistoia, che fu suo amico svisceratissimo; quel Puccini il quale morendo, di ogni suo avere fece erede il popolo per guarirlo delle due grandi piaghe che lo affliggono miseria ed ignoranza. I moderati lo chiamavano matto. Signore! se nella tua misericordia ti degnassi ascoltare la voce del tuo Piovano, vorrei tu ci mandassi quaggiù una serqua di cervelli che non fossero niente più savii di quello di Niccolò Puccini.

Però la Toscana indi a poco ricompensava il Guerrazzi eleggendolo a un punto deputato a Dicomano, a Rosignano, ed al collegio di San Friano a Firenze. Veramente contraddittore del marchese Ridolfi egli fu; ma s'ingannerebbe a partito chi pensasse, che per opera sua cotesto nobile signore risegnasse il ministero. Tre erano allora fazioni, nel partito aristocratico in Firenze, non mica distinte per principii diversi, bensì per cupidità di imperio, le quali si unirono poi tutte nell'11 aprile 1849 a' danni della democrazia, e due soltanto nel 27 aprile 1859. Di queste principale la setta Ridolfi come uomo di corte, aio del principe, e presidente dell'accademia dei Georgofili; seconda quella del Capponi, cui le altre irridendo chiamavano la scuola storica di via San Sebastiano, perchè in cotesta contrada ha il marchese Gino le sue case, ed egli fa professione di studio delle storie così patrie come forestiere; e a lui mettevano capo il Capei Pietro, e il Giusti, e non so quale altro di nome. La terza del Ricasoli, cui si accostavano il prete Lambruschini, che il popolo prese a chiamare Luterino per via delle riformine che egli abbacava imporsi non pure ai Principi bensì anco al Papato, e il signor Salvagnoli; credo fosse con loro un Odaldi pistoiese, uomo che sbalestrava a parole, e peggio a fatti, il quale poi si accomodò col Governo restaurato pigliando lo ingoffo di spedalingo di Santa Maria Nuova, e poi morì facendo dire che la era stata cotesta la meglio azione, che avesse mai fatta in tempo di vita sua. Cattive lingue ve'! Per me requiescat in pace amen. Sono Piovano e basta. Ora io non so a quali di queste alludesse, ma ricordiamo tutti che il signor Ridolfi, quando ci fece sapere che se ne andava via a cagione dei fischi del paese, aggiunse ancora, che lo avevano i suoi cari amici pettinato col mattone. Che nella opposizione del Guerrazzi contro al Ridolfi ci entrasse ruggine, e quanta io non so dire, ma non meriterei di essere stato confessore se io non lo credessi: uomini siamo non angioli, e se non andassimo soggetti a tentazione voi vedreste il sacramento della penitenza mandarsi al Presto come nella estate il coltrone: il che non è, e voi persuadetevi, dilettissimi, che dopo la morte, la cosa che più fie nel mondo, sarà sempre la penitenza. Chiedo perdono della distrazione; anco qui pensava di trovarmi sul pulpito; e invece di predicare, mi tocca a scolparmi della idolatria. Anche questo si aveva a vedere! Adesso mi rimetto in carreggiata.

Della opposizione del Guerrazzi mi piacque la parte con la quale eccitava perpetuamente alle armi; cosa in cui questi benedetti moderati patiscono sempre del restìo. Egli propose la condotta del Generale Garibaldi al signor Neri Corsini, ma questo buon signore con un letterone lungo lungo com'egli sapeva farne affogò la proposta sotto un'acquazzone di parole. — Tale merito non misero con gli altri nel decreto, che mandò il Corsini in Santa Croce, ma ce lo metto io. — Vi giuro da galantuomo, che se io non ero già bello e morto sarei cascato in terra senza vita, quando lessi il signor Ridolfi scolparsi dalla bigoncia dall'accusa dei mali provvedimenti militari così: — egli detestare la guerra: questa accennare a barbarie; civile anzi civilissimo il popolo toscano, però aborrente da' tafferugli maneschi; non egli volerlo ributtare nella barbarie; e quanto a sè applaudirsi averlo tenuto lontano dalle armi eccetera, eccetera. — To'! to'! esclamai io, che novelle sono queste di faccia a un nemico, che minaccia mangiarti vivo senza neppure sputare gli ossi? Oh! non aveva bociato egli nel caffè Ferruccio che avrebbe dato addosso ai tedeschi egli, e i figliuoli suoi co' sassi, e co' bastoni? Basta tiriamoci un frego sopra, e andiamo innanzi. A me garba il Guerrazzi quando per mal governo ridotta a pessimo partito la sua città, piena di morti, fatta campo di guerra scellerata, dal governo divisa, caduta in mano a gente forestiera audacissima, e nequissima con la quale già avevano capitolato non che le fanterie gli stessi artiglieri con le fortezze, e drappellava all'aere la bandiera rossa con fiere minaccie contro gli abbienti, egli, mentre sbigottito il governo a quale santo votarsi più non sapeva, inerme, e solo penetra traverso il laberinto delle barricate nella città, la strappa dalle zanne dei facinorosi in mezzo agli estremi pericoli ogni momento rinascenti, allo scoppio della polveriera, alla orribile strage della gente là accorsa, al sospetto che nella moltitudine armata si fece correre più volte, ch'ei fosse venuto a tradirla. Può darsi che io come Piovano non me ne intenda; ma mi era parso, che questo fosse amore di Patria, e di quello buono; se ho sbagliato, chiedo scusa. Il Guerrazzi riagguantata la città, e abbonitala, tenendola da un lato pel morso, e dall'altra reggendo la staffa disse: — Risaliteci su! — E il governo non ci volle risalire, nè, astioso, consentì ci salisse il Guerrazzi; una cosa di mezzo egli concesse, un partito capace di partorire stroppi maggiori, vuoto di ogni utilità; tutta volta anco così fuori di squadra il Guerrazzi rimette su la guardia nazionale, crea quella di sicurezza, confida la polizia a spettabili cittadini, chiama il popolo a guardia del popolo, accatta danari, che o gli danno, o gl'imprestano gli amici; vigila giorno e notte; e la città come per incanto ritorna in florido e tranquillo stato; anzi per un mese intero ci accaddero solo tre furti di lieve importanza; sicchè se continuava a quel modo il diavolo falliva, nell'altro mondo, e in questo il bagno si poteva appigionare; e tutto questo fra gli ostacoli, che apponeva il governo pur troppo cruccioso che il Guerrazzi riavviasse una città arruffata, mentr'egli l'aveva nabissata tranquilla. Di ciò non si sapendo dar pace il governo si attacca al Montanelli glorioso per ferita mortale rilevata combattendo le guerre patrie; e si consiglia sguinzagliarlo alle gambe del Guerrazzi; ma questi diritto si scansa; lo raccomanda con lodi meritate ai suoi, e senza pure vederlo gli lascia libero il governo di Livorno, e ciò per alcuni rispetti, non volendo, se fosse rincresciuto, che si dicesse com'ei per mal talento lo avesse osteggiato, e, se riuscito, come sperava, aborrendo si dicesse ch'ei si reggeva per consiglio altrui, non già per virtù proprie. — Affermarono che il popolo fu aizzato in Toscana per domandare ministro il Guerrazzi; il tempo ha chiarito false coteste voci; spontaneo l'acclamò il popolo, spontaneo ne lo richiese il Montanelli, spontaneo ne lo desiderò il principe pei conforti del signor Capponi, e del ministro inglese; egli ricusò recisamente, e più volte, ed accettò solo quando il principe gli si disse disposto a renunziare perfino la corona se ciò fosse tornato a benefizio dei popolo, però che egli si rammentasse essere nato in Pisa, e quindi come ogni altro pregiarsi di amare con cuore di figliuolo la Patria. O infelice, se tale tu avessi sentito davvero ora te non accorrebbe esule Monaco di Baviera, ma il sole ti scalderebbe le membra sopra le care sponde dell'Arno!

Diamo una giravolta al trespolo e miriamo un po' il Guerrazzi ministro. Io piovano innanzi tratto, lo lodo chè amico della libertà della stampa privato, non la rinnegò ministro, però che reputasse indegno di governare chi teme il giudizio pubblico, e colui che comincia col chiudere la bocca termina sempre collo incatenare le mani ai cittadini, se questi a tempo non incatenano lui; la stampa medica le ferite della stampa; sia lecito ad ognuno poter dire la sua; niente approda tanto contro le ragionacce quanto le buone ragioni, e se il governo compia davvero il debito, non dubiti che gli improperii dei malevoli saranno uno abbaiare di cani da pagliaio. Rammentate la infesta Patria, allora arsa a vergogna dal popolo? Il Guerrazzi e i suoi colleghi ordinano si rispetti, e si pubblichi. Libertà di parola ad ognuno; il giornale lo biasima? Che rileva questo? Nè anche Giove piace a tutti, dice il proverbio antico, ed egli non si estima Giove davvero[5]. Ricordate la Vespa? Questa non meno della Patria lacerava a morsi il Guerrazzi, e i colleghi; e noi leggemmo con quanta premura egli volle che fosse difesa, e vendicata. Queste cose si sanno; non si sanno, queste altre, che il più mordace degli scrittori di cotesto giornale visitando il Guerrazzi nello esilio, e da lui accolto cortesemente, deplorò la dicacità a cui piuttosto per intemperanza di sangue giovanile che per mal talento si abbandonava cotesto giornale. — Fu egli infocato nei rancori, o piuttosto porse le labbra santamente alla tazza della Concordia come bevanda ministrata a sanare le infermità del corpo sociale? — Giù la ipocrisia; udite come a tale che s'interponeva per rimettere la pace tra lui e G. P. Bartolomei scrivesse: «Sarei un infame se per privati disgusti ricusassi anco un bacio per la difesa della patria. Favorisci, ed eccita G. P. B.; per ridonargli la mia amicizia anzi cotesta è l'unica via. Componga il battaglione subito. Appena fatto lo manderò in Garfagnana e allo Abetone[5]». L'emulazioni allora soltanto nocciono quando sono codarde, dice il Guerrazzi, ed io Piovano confermo.

Adoperò il magistrato come arme insidiosa a perseguitare i suoi nemici, o piuttosto come scudo a proteggerli? Eh! ogni uomo se ne può chiarire quando si buttò giù in piazza a strappare dalla furia del popolo il figliuolo di Baldasseroni. Il cavaliere Giovanni per non essergli grato disse, ch'ei fece il suo dovere: certo fu dovere; solo può domandarsi al sor Giovanni: ed ella lo avrebbe fatto? Ancora, non fu un brutto momento quello in cui egli salvò il Lenzoni ed il Fornetti dalle branche del popolo? Credo di sì, perchè ci fu persino chi gli sparò dietro una pistola che portò via un orecchio al portinaio del ministro d'Inghilterra. — Di questi due grato ne rimase il secondo, il primo no; ma quegli nacque popolano, questi patrizio, e nobil sangue non può fallire: il Fornetti ebbe per patria Livorno; l'altro...? Gl'ingrati non hanno patria. — Le proprietà del Bartolomei e del Ridolfi con affannosa cura furono da lui vigilate; e quando i livornesi insultarono di passaggio a Empoli il Ridolfi, il Salvagnoli e il Samminiatelli, scrisse il Guerrazzi al governatore di Livorno così: «Questi fatti non si possono tollerare: ella richiami i livornesi che vennero a Firenze, li mortifichi, e se la legge dà luogo a pubblica accusa, faccia accusare, e provochi le pene che saranno di giustizia. Se hanno creduto mostrarmi affezione con queste grida forsennate, dica loro che hanno sbagliato grandemente; mi hanno offeso. Devo come magistrato difendere tutti; e se in questa mia condizione mi fosse permessa qualche parzialità, dovrei usarla appunto in proteggere coloro, che più mi nocquero. Così vuole la magnanimità del popolo che io rappresento, e sento potere rappresentare». Di questa lettera si trova la minuta tutta di pugno del Guerrazzi negli archivii dello Stato; non era composta a comparire su i giornali per accennare coppe e poi buttare denari, come ne corre adesso il vezzo. Ora io Piovano credo, che questo sia parlare da cristiano, e da uomo degno; ma caso mai sbagliassi, son qua per recitare il confiteor. Credeva che la morale eterna, eternamente stesse ad un modo, ma può darsi che ora non sia così, e muti foggia secondo il modello che ci viene di Parigi; che volete ch'io povero prete ne sappia? Compatite la ignoranza.