Io Piovano, dichiaro pertanto non conoscere di persona Francesco Domenico Guerrazzi; non gli ho mai parlato; seco non mi lega benefizio ricevuto, nè pratica di vivere, e nè comodo che speri riceverne; perchè io grazie al Signore non ebbi mai nella passata come in questa odierna rinnovata vita altra ambizione eccetto quella di servire degnamente Dio, e la Patria (e metto avanti Dio per riverenza, quantunque creda, che nè Dio preceda la Patria, nè la Patria Dio, ma sì compongano insieme una medesima spiritalità dove non ci è prima nè poi), inoltre poco è il desiderio, e poco il nostro bisogno, onde la vita si mantenga; e per ultimo il fatto mio lo redai, e l'ho conservato, e non mi dà il cuore nè mi stringe il bisogno di saltare su al risucchio della cassa dello Stato come le mignatte si attaccano alle mammelle delle vacche quando vanno a pascere nel pantano. Io dunque come uomo per fama si innamora, presi a stimare il mio compatriotta perchè studiandolo bene nelle opere senza amore nè odio, lo rinvenni per ingegno lodabile, e per generosità anco più. Della vita privata taccio, perchè già i panegirici non si recitano ad altri che ai santi, e a confidarvela in camera charitatis, talvolta mi sono dovuto pentire di averli fatti anco per loro, come per esempio quello a san Luigi Gonzaga, che si vergognava di levare gli occhi in faccia perfino a sua madre per non cadere in tentazione[3]. Per Bacco! Il diavolo della libidine doveva essersi impossessato davvero di codesto ragazzaccio. Inoltre si ha da notare che i preti per bene compongono i panegirici a quelli che morti operano miracoli, e la santa madre Chiesa romana (ci s'intende, e valga una volta per sempre) registrò su l'albo dei santi. Ora il Guerrazzi vive; nè per quanto legga le Gazzette io ho trovato fin qui, che egli operasse miracoli; circa all'essere messo fra i santi della santa madre chiesa non so.... non vorrei pregiudicare.... ma dubito che un po' di osso da rodere ci ha da trovare anco lui. Questo solo sa il Piovano della sua vita privata, che padre per elezione non per natura le parti di padre ei fece e fa con amore, solerzia, e generosità certo non unica, ma rara e di molto; i suoi famigliari invecchiarono con lui, e lo amano come fratello carissimo; compagno delle sue fortune egli li condusse dovunque lo balestrarono la sorte rea, e la più rea perversità degli uomini; nè soli i famigliari, ma gli animali irragionevoli ei trasse seco, e degli oggetti inanimati tutti quelli, che gli ricordano qualche fatto domestico, a fine di mantenersi vivo nell'animo il culto dei congiunti. Ora tutto questo, a parte ogni altro argomento, ci è prova, che grande e tenace ha da vivere in lui la virtù d'amore.

Mettiamo dunque il nostro uomo sul trespolo della vita politica e consideriamolo per di dietro, e per davanti. Il Piovano si compiace trovare il Guerrazzi giovanetto di 15 anni alla Università di Pisa salire invitato su i tavolini del Caffè dell'Ussero e leggere ai compagni i giornali della rivoluzione di Napoli; gli garba quando venuto a Firenze dal Puccini il quale per cotesta lettura lo esiliava dall'Università dirgli a viso aperto avere operato ingiustizia perchè se colpa fu leggere cotesti fogli, egli non doveva commettere la insidia di lasciarli esposti alla lettura: e come costui rispondeva non poterci rimediare perchè la potestà sua era di punire, non di rimettere la pena, il giovinetto soggiunse: io vi compiango signore di tenere ufficio in cui non potete fare altro, che male. Il Piovano lo seguita nello studio delle scienze, delle lettere, e della libertà; lo vede entrare in corrispondenza con Giuseppe Mazzini indomato promotore di spiriti patrii; ne raccoglie la eredità dell'Indicatore Genovese, e fonda in Livorno l'Indicatore Livornese. Livorno, che a quei tempi spregiavasi come la Beozia della Toscana, Livorno dove come sono desti gl'ingegni così ci si trovano scarsi, o piuttosto affatto manchevoli i modi, e gl'istituti per apprendere; quivi egli giovane educa i giovani nel culto delle lettere, e della libertà avendo a compagno in questo quel Carlo Bini, il quale dura meritamente cara memoria del popolo livornese, che con pietoso ufficio andò a pigliarne le reliquie fino a Carrara dove d'immatura morte periva, e dette loro in Patria onoratissima sepoltura. E avvertite bene, che questo il popolo livornese volle fare non mica perchè i parenti del Bini si trovassero con gli averi male in arnese; tutt'altro, bensì perchè gli parve spettasse a lui dare a cotesto suo figliuolo siffatto testimonio di riconoscenza, e di amore. Tale il popolo a Livorno; non mica che anco là qualche cattivo soggetto non ci si trovi, come si trova a Genova, e come da per tutto; che pesci senza lisca non volle fabbricarne Dio con quelle sue sante mani, ma colà, io che sono Plebano, cioè tengo usanza con la plebe, ho da confessare, che il palpito dei cuori batte largo e veemente come l'onda del mare sopra le aperte costiere.

Al piovano, va a sangue, che il Guerrazzi per tempissimo credesse sì nella efficacia delle lettere ad acquistarci libertà, ma più ponesse fede nelle armi, onde egli desiderato giovanissimo nell'accademia del suo paese non ci leggeva mica versi di amore, od altre siffatte buaggini, bensì lode ai forti popolani livornesi giunti a grado supremo negli eserciti di Napoleone, e morti gloriosamente in battaglia. — Se cotesta paresse voce capace di rompere l'alto sonno nella testa ai più addormentati, voi lo avete a giudicare da questo, che il Governo senza cerimonie confinò l'oratore a Montepulciano immaginando in grazia di queste fitte persecuzioni sgomentarlo; per fortuna sua e nostra egli non era facile a lasciarsi sgomentare. Il Piovano, che ha parecchi amici anche in cotesta bella e felice città è informato che il Guerrazzi non istesse lassù con le mani alla cintola, ma quello che allora operasse qui non è spediente dire: giovi piuttosto raccontare come consumato costà il semestrale confino egli venisse a Firenze dove molto prese a frequentare la casa del Generale Colletta, che lo amò come figlio; in cotesta casa riducevasi il fiore di quanto nostrano o ascitizio onorava la nostra città, Giordani, Leopardi, Ciampolini, Ranieri, Capponi, Niccolini, ed altri parecchi: e come le lettere varrebbero poco più della livrea di uno staffiere, dove non insegnassero l'amore del vivere libero, e lo studio di conseguirlo con ogni via generosa, così si attendeva tra cotesta gente dabbene divisare i modi di venirne a capo. Il Piovano sa, che cosa ci si statuisse; naturalmente il Generale sarebbe stato preposto alla direzione del moto, ed è da credersi che non avrebbe a sentirselo dire; ma il poveretto per colpa di certa infermità, dono austriaco mentre viveva confinato in Moravia, esangue, e giallo come una lucerna di ottone giaceva sopra un lettuccio; dunque si pensò a qualche giovane feroce, di lingua prode, ma più di mano; e il pensiero dei convenuti si volse al signore Avvocato Vincenzo Salvagnoli. — Sì signori, oh! che ci è egli da ridere? Fu pensato al signore Avvocato, e poi delegarono per lo appunto il Guerrazzi a fargliene la proposta: il Guerrazzi andò, e nello studio del signore Avvocato Salvagnoli rinvenne non lui, bensì il conte Terenzio Mamiani, che veniva dagli stati pontificii nunzio della rivoluzione operata, a sollecitatore di aiuti. Pur alla fine il signore Salvagnoli comparve, e udita la proposta ebbe a trasecolare; non si capacitava si parlasse davvero di lui; capacitato, dette in furore, ed imprecava alla malizia de suoi nemici, che gli tendeva insidie per farlo capitare male, e levarlo di mezzo. Non essere uomo egli da cotesti garbugli: mite avere sortito da natura l'indole, mansueto essere stato educato dalla madre sua; mettergli ribrezzo la vista del sangue; lo scoppio di una pistola farlo sbasire. Il Guerrazzi, tra stupito e ridente, lo confortava a ripigliare animo; non parergli dicevole bandire da sè la propria poltroniera; avrebbe dato per lui scusa onesta. Bisogna dire, che il coraggio sia come la fede la quale ti casca addosso quando te l'aspetti meno: conciossiachè questo non tolse che il signore Avvocato non diventasse a suo tempo uno dei più feroci bociatori: fuori barbari, che intronassero le orecchie di Italia. Mancato Achille, i convenuti per la meno trista confidarono il carico della impresa al Guerrazzi, ed egli lo accettò perchè ci si correva pericolo; egli pertanto nottetempo corse a Pistoia, Prato, Pescia, Lucca, Pisa e Livorno; quivi per interposta persona acquistò fucili, e provvide spedirli a Firenze, ingannate le guardie; al punto stesso inviava il suo fratello Temistocle a Empoli a pigliare la moneta fornita dai Fiorentini. — Come la trama rimanesse sconcertata per colpa del Libri, e di altri parecchi, mi astengo raccontare; questo vo' che si sappia, che alla notizia del caso, il Guerrazzi accorse a Firenze tentando pertinacemente rannodare i fili tronchi. Se sguinzagliati dietro a lui lo cercassero gli sbirri lascio immaginarlo a voi, ma non giungevano a mettergli le mani addosso; mutando egli ad ogni ora di vesti, e di luogo, e dormendo sul nudo terreno; anzi una notte fino per le scale del Liceo Candeli. Mirabile a dirsi! Un mercante livornese G. A. Prinoth e nè manco dei più benevoli al Guerrazzi, saputo il pericolo del giovane si recò a Firenze dove tenuta una carrozza di posta pronta a partire fuori di porta romana riuscì a parlargli, gli fece toccare con mano, che per allora egli era come un dare le capate nel muro, e lui reluttante invano menò seco a Livorno. Il Governo cui per la paura battevano ancora i denti si contentò di confinare il Guerrazzi dentro le cerchia delle mura, e sottoporlo al precetto di ridursi alle ventiquattro ore a casa. D'allora in poi il Guerrazzi prese l'abitudine di ritornarci a mezzanotte sonata. Intanto esulava il Mazzini, e a Marsiglia instituiva la setta famosa col nome di Giovane Italia; in oltre egli stampava un giornale a cui dovevano comparire sottoscritti tutti i componenti la setta. E si giocava di teste! Al Guerrazzi egli rese questo bel servizio, che nel primo fascicolo della Giovane Italia stampò senza licenza, anzi senza neppure consultarlo (ed egli stesso nella prefazione lo dice) il suo scritto sopra Cosimo Del Fante generale livornese, che gli avea fruttato sei mesi di confino. Non per questo il Guerrazzi ricusò sovvenire al Mazzini, come a qualunque altro operasse virtuosamente in pro della Patria, ma non a modo di settario, bensì libero di fare, o di astenersi secondochè giudicasse spediente. Per quanto io sappia dalla penna del Mazzini non uscirono mai parole in detrimento della fama del Guerrazzi; non così i suoi partigiani che a Londra e a Genova ne levarono i pezzi; ma il Guerrazzi longanimo così allora sentiva, ed oggi sente del Mazzini: — quante volte ricordo il giovane genovese, che nei giorni di angoscia, e di lutto non sapeva darsi pace, che il fuoco della libertà fosse spento in Italia, e lo miro con la fede degli apostoli, e la religione dei martiri cercarlo per le tombe dei morti, ed in cotesti tempi più difficile assai nel cuore dei vivi, e avvivarlo, mantenerlo, poi metterlo a sventolare sul candelabro, io lo riverisco come Dio, e mi ami o no io non rinnego mai Dio. Perchè non durò egli sempre nell'aere puro dei principii? Finché l'amore di Patria fu religione soltanto egli ne apparve degno sacerdote; un giorno però la libertà diventò impresa da combattersi in guerra, e partito da discutersi nei parlamenti, o nei consigli dei principi, allora il pertinace ligure, pare a me, si mostrasse impari a se stesso, o pagando il tributo alla umana nostra debolezza tanto più presumesse comparire capace quanto più si sentiva ignaro delle arti di milizia, e di governo. Gli Americani dettero sepoltura onorata alla gamba, che il generale Arnold perdeva pugnando per la Patria, il rimanente di lui (poichè si fece traditore) consacrarono alla infamia; ora qui non si tratta di traditore, Dio grazia, nè di tradimento, bensì di gesti operati bene, altri meno bene, ed anche taluno per avventura male per la Patria, però sempre con generoso intendimento. Perchè dunque e come i disonesti vituperii? Perchè nel paese ove nacque più rabbiosamente che altrove si lacera? Perchè i generosi suoi conterranei lo soffrono? Certo la lingua turpe fa prova della turpitudine di chi parla; ma per isventura testimonia ancora della vulgarità di cui ascolta. Perocchè come nelle città bene ordinate gli ufficiali preposti alla salute pubblica ricercano i cibi malsani, e quelli trovati buttano in mare, perchè gli uomini, cibandosene, non intristiscano i corpi, così la urbanità ha da pigliarsi il carico di raccogliere gli scritti disonorevoli, e buttarli via affinchè non intristiscano gli spiriti. Studino soprattutto gli Italiani a mondarsi del vizio della ingratitudine, conciossiachè la esperienza abbia fatto toccare con mano, che i popoli ingrati se liberi, sono alla vigilia di diventare schiavi, e se schiavi bisogna, che depongano la speranza di mai più rivendicarsi in libertà. — E a me Piovano questo sembra un favellare da uomini di cuore e di cervello sani.

Andati anco per questa volta a male i casi delle Romagne, nello intento di tornare da capo gli operatori di quelli rifuggivano in Toscana; i più, popolo, non avevano a temere altro, che andare in prigione, d'onde, dopo avere patito di ogni ragione disagi, erano cavati fuori per essere sbalestrati in altre terre con la intenzione del villano che sterpa la cicuta dal suo campo e la scaraventa sul campo del vicino. — Al Piovano piace sapere, che se non unico, certo operosissimo ed animoso soccorritore di questi mal capitati fosse il Guerrazzi; nè Livorno solo potendo sopperire a tanta spesa, vi sopperirono Pisa, Lucca, Firenze, Pistoia, Siena e Montepulciano insieme con Arezzo. Andava a cotesti giorni famoso per infelice celebrità un commissario di polizia Manetti di concetti bestiale, ma di modi anco più; costui recandosi nelle carceri a tormentare dove il Guerrazzi recavasi a consolare lo incontrava spesso con suo infinito disgusto, onde un giorno si attentò fargli una bravata da mandar giù porta San Friano; il Guerrazzi stette a udirlo fino in fondo, e poi gli disse: — Non ci bisticciamo, commissario; voi fate la vostra parte, io la mia, e mi sembra che fra noi non avesse a entrarci invidia, perchè tanto io la parte vostra non saprei fare, nè voi, vedete, la mia. — E poichè da una carcere, che ha la porta su le scale della fortezza vecchia uscivano voci di minaccia, e preghiere, e gemiti, il Guerrazzi tanto disse, così con le persuasioni raumiliò cotesta bestia, che si arrese a farla aprire. La carcere non aveva altra apertura, eccetto la finestrina sopra la porta, sicchè n'eruppe una frotta piuttosto di larve, che di persone, per fame, per febbre, per vigilie e per difetto di vivido aere estenuate: fra queste il Guerrazzi riconobbe l'Anfossi di Taggia allevato a Roma, anima leonina, ingegno sovrumano, spirito irrequieto a cui se fossero stati più benigni od anco meno rei gli uomini e i tempi, oggi la corona della gloria italica andrebbe splendida di una gemma di più. — Non ad altro scopo, che per avere un testimonio credibile, io Piovano ricordo il signore Eugenio Alberi il quale albergato, giusta il costume del Governo toscano, nelle carceri di fortezza vecchia, chiamò e non invano il Guerrazzi per le occorrenze necessarie alla condizione a cui si trovava ridotto. — Altri poi minacciava più fiera burrasca; chè si perseguitavano, cercavansi, e ponevasi sul capo loro la taglia; di questi il comandante delle guardie nazionali di Bologna; un tempo lo custodirono fra le montagne di Pistoia; disperati poi di poterlo più oltre tenere con sicurezza i Pistoiesi si volsero a Livorno, ed appuntarono lo avrebbero in certa notte condotto travestito da donna in carrozza presso alla barriera fiorentina dove è la forca di cui un braccio mette alla barriera, l'altro fa capo alla porta San Marco. In cotesta sera il mio amico vestito a gala si recò al teatro, e fece vedersi in più palchi; ad un tratto se la svigna e arriva alla posta dove non mirando nessuno si accoccola dentro la fossa di un campo, e quivi sta lunga ora, finchè non arriva la carrozza: scambiatisi i segni, fa scendere il travestito, ed ordina la carrozza continui il cammino per la barriera, egli si mette per la via erbosa, ed introduce il proscritto in città. Fin qui la faccenda procedeva a pennello; adesso era mestieri nasconderlo e salvarlo. Il Guerrazzi lo mena a casa di certo amico, che abitava in parte remota della città, questo amico chiamavasi Alessandro Nardi, e credo sia anche vivo, almeno io Piovano finchè stetti di là non lo vidi fra i morti... è vero, che io Piovano pigliava il fresco passeggiando per le fornaci del purgatorio, ed egli potrebbe essere andato in paradiso; ma non mi pareva uomo da andarci così di punto in bianco. Basta tutto è possibile alla misericordia di Dio! L'amico non era mica avvertito di niente; ma per cuore livornese non ci ha mestieri avviso a fine di indurlo ad operare da uomo; lo nascose, lo albergò, gli fu cortese di amorosa accoglienza. Il giorno appresso il Guerrazzi provvide alla partenza di lui per la Francia, agevole incarico mercè gli aiuti di Aristide Ollivier raccomandatario dei piroscafi francesi amico suo; e verso sera il proscritto travestito da capo da acquaiolo col suo cerchio, e le sue brave brocche pendenti dalle spalle seguitando da lontano una scorta se ne andò fino alla fonte della darsena dove posati il cerchio e le brocche, come è uso di cui arriva tardi per aspettare la volta, si accostò alla barca, dove entrato di acquaiolo tramutavasi in barchettaiolo, e preso come gli altri un remo si condusse a bordo del Sully mandando un diluvio di benedizioni a Livorno. — Se io le avessi a contare tutte, farei una Bibbia; pure anche per una io vo' che me lo consentiate, perchè ecco in questo la vo' spuntare, che intendo chiarire come gli anni molti che passai la prima volta nel mondo, e i tre che ci vissi la seconda che ci ritornai non me li sono giocati a carte, e i buffali sopra la neve li so distinguere anch'io — La contessa Barbara Peretti è madre di quella bella ed onorata famiglia Fabbrizi, che congiurò tutta contra il Duca di Modena assieme a Ciro Menotti, e si trovò tutta a combattere in casa sua la notte ch'ei fu preso; andava composta allora di quattro fratelli; due adolescenti; ma l'amore di patria, e i feroci propositi non germogliano nei petti italiani con la ragione del calendario. La madre dopo la catastrofe si dava a cercare i corpi dei figli, chè, poveretta! li credeva morti; a caso rinvenne Luigi vivo, e a mo' di colomba spaventata venne con ale tese a porlo in salvo; lo istinto materno la persuase a commetterlo in braccio al Guerrazzi. O Francesco Domenico ben puoi essere contento di questo; la fede che senza conoscerti pose in te la madre derelitta ti fa più chiaro assai di qualunque panegirico, fosse anco del Bossuet, che noi preti salutiamo per aquila. Il Guerrazzi lo tutelò dagli sbirri; ci si pose con le mani e coi denti; promise non sarebbe andato in prigione, e non ci andò; in questo gli valse la benevolenza del Marchese Garzoni Venturi governatore di Livorno, il quale:

Fu un fior di galantuomo pei suoi tempi

come disse il Caporali di Mecenate. Però la sera fu forza mettersi in mare, e il tempo volgeva alla burrasca, il sole si tuffava infocato, l'aria incupiva ogni momento più; il giovinetto bellissimo portava un berretto vermiglio alla greca, e i capelli proprio d'oro schietto gli fremevano ventilati dietro le spalle. Un marinaro livornese nel vederlo non potè frenarsi dal dire: «Dio salute! a considerare che questo bel sangue se ne ha da ire fuori di casa mi crepa dentro il cuore!» Nè sole le persone, ma carte private e pubblici documenti di suprema importanza si confidarono nelle mani del Guerrazzi affinchè li serbasse, e gli spedisse; tra gli altri conservò parecchio tempo i fogli spettanti all'avvocato Vicini che fu presidente di Bologna; io so, ch'essendo aperti, ei li lesse, e vi trovò cose di cui egli intende ragionare a suo tempo a modo, e a verso per ammaestramento dei suoi compatriotti.

Adesso torno al Mazzini, che incocciato nella impresa della Savoia chiedeva da tutte parti denari; e non importa dire se ne cercasse a Livorno: il Guerrazzi opinò non si mandassero, perchè un moto predicato da per tutto, conosciuto da quante erano polizie nella Europa, per sorpresa non si poteva operare; alla scoperta, capire egli benissimo che delle cose umane una parte e grande doveva commettersi alla fortuna, massime nelle manesche; pure chiarire follìa questo buttarsi allo sbaraglio con forze tanto dispari, anzi senza forze contro un nemico armato di tutto punto, e che ti aspetta. Gli contradisse il Signor Pietro Bastogi, che poi mutata fede fu banchiere della Restaurazione, e cavaliere di san Giuseppe, e per ultimo dai nostri Caporali del giorno di oggi promosso a consigliere, quando essi mescolando insieme le lesine con le mannaie crearono quella famosa consulta sigillo piccolo, come l'Assemblea parve poi sigillo più grande dei partiti presi dai prelodati signori Caporali. Tuttavolta i denari furono spediti, ed ecco come. Il Governo in aspettazione di qualche sobbollimento mise le mani innanzi, e fece una giacchiata alla cieca di quelli che avevano nome di liberali in Toscana; chi veniva veniva, che quando si tratta di agguantare non si bada tanto al minuto secondo la pratica di ogni Governo, che ricevutala dal precedente tale e quale la consegna al successore. Ora menerebbe troppo per le lunghe ricordare tutti i prigioni; ci fu un Venturi, un Contrucci, un Boddi, un Vaselli, un Agostini, Angiolini, Bini; del Guerrazzi non se ne parla nè manco, e con altri un tale, che immemore di ogni dignità teneva perpetuamente in mostra la sua faccia di plenilunio malato di febbre maremmana alla finestra della prigione, e con le manacce coperte di guanti gialli reggendo l'occhialetto sbirciava le donne recantesi a passeggiare al molo di Livorno. Le donne in passando guardavano i mascheroni di bronzo murati a fior di acqua della Fortezza vecchia e poi lui; e i mascheroni di bronzo parevano loro più belli, e soprattutto più utili, però che essi con la campanella in bocca agguantavano le navi, ed egli non agguantava nulla, nemmeno le mosche. I quattro ultimi rammentati furono spediti a Portoferraio. Il Guerrazzi sapendo come Napoleone I ci avesse lasciato parte della sua biblioteca, chiese, ed ottenne che gliene facessero copia come a Montepulciano il vescovo Nicolai gli aveva aperto la sua, e a Portoferraio come a Montepulciano si mise a studiare libri di ogni generazione, massime storici, e politici con tale un ardore, o piuttosto furore, che a taluno parve poterlo battezzare col nome di fame canina. Lì pure compose l'Assedio di Firenze; e il forte della Stella può vantarsi di avere fra le sue mura visto sorgere il poema sacro alla rigenerazione italiana. — Pei vani conati del Mazzini perpetuamente conducenti al patibolo i più generosi, stavano gli uomini sbigottiti, e la lucerna, se non appariva spenta, aveva affiochita la luce, e di molto: a infonderci nuovo olio il Guerrazzi e gli amici suoi divisarono stampare l'Assedio di Firenze, ma dove? In Italia non bisognava pensarci nè anche: mandarono a Parigi, lo stamparono a proprie spese, e questo libro, che arricchì molti stampatori, costò agli amici del Guerrazzi e a lui 14,000 lire. Di coloro, che contribuirono alla spesa, giovi al Piovano ricordarne due, uno il signor Pietro Bastogi, allora amico del Guerrazzi, ed il signor Aristide Ollivier fratello di Demostene, esule illustre a Firenze, e zio di quell'Emilio, che a Parigi nel Parlamento è tanta speranza dei confessori della libertà di Francia. Famiglia inclita nelle lotte della libertà è questa degli Ollivier, la quale sempre sacrificandosi, e sempre moltiplicandosi non ha nella storia chi la rassomigli, se forse non è quella dei Fabii di Roma. — Gatti affamati non dettero mai così ardente caccia ai topi, come le polizie di tutti i paesi si arrabattavano dietro all'Assedio di Firenze, ed egli a modo della verbena si distese per tutta Italia da Ciamberì fino a Trapani. Contro il Guerrazzi processi, perquisizioni e molestie, che rinnovaronsi poi quando scopersero il manoscritto sepolto nello studio del suo fratello Temistocle.

Molti, anzi infiniti, il Guerrazzi ebbe a patire disagi corporali, nè lo domarono; i perpetui travagli dell'animo alla perfine lo vinsero, ed ei giacque infermo tre anni, quando più quando meno, della trucissima fra tutte le malattie, il tic doloroso del capo. Qui fu che, visitato dal professore Matteucci, a lui che lo confortava a ridursi a più tranquilla vita accettando una cattedra nel pisano Ateneo, egli rispondeva: un giorno avergli sorriso questo concetto; adesso troppe ingiurie essere corse fra il Governo, e lui perchè potesse compiersi senza scapito della reputazione di ambedue: del Governo come quello, che male si sarebbe creduto averlo comprato, suo, come quello, che peggio lo avrebbero reputato venduto. — E pure da ciò trasse argomento un gentiluomo cristiano per maculare la fama del Guerrazzi apponendogli per lo appunto il contrario di quanto egli aveva operato; e quando? Quando egli tradito, e oppresso, logorava la sua vita in quinquennale carcere contendente il capo a suprema accusa, circondato da milizie, o piuttosto da belve tedesche! E il sor Filippo Gualterio si vanta, ed è caporale dei moderati. Dio ci scampi da questa razza moderati! Se tali opere persuade loro la temperanza, che cosa possa insegnar loro la scapigliata ferocia io non so davvero. Il signor Matteucci, non curata la tristizia dei tempi, richiesto attestò vero il dire del Guerrazzi, calunnioso il Gualterio. Certo il signor Matteucci va chiaro per la sua molta sagacità nelle scienze fisiche, un po' meno per le politiche; ma il Piovano va errato, o giudica, che un dì presso i Toscani svegliati, più delle legazioni, delle commessarie, delle senatorie, delle cavallerie, delle sue stesse sperienze su la torpedine gli meriterà affetto questa lettera dettata generosamente in difesa di uomo generoso che i nemici suoi non contenti di condurlo a morte, s'industriavano coprirlo d'infamia, ch'è la morte dell'anima. Queste cose si sono viste nella civile Toscana! E non pure viste ma tollerate; e non pure tollerate, ma sì per vergogna immortale, celebrate e difese.

A me piace il Guerrazzi quando pertinace nel 47 negò fede al risorgimento italiano per virtù del Papato: prete sono, sicchè come Catone so in quale parte mi stringa la scarpa.

Il Guerrazzi, ingegno educato alle dottrine della scuola italiana, non si adattava alle scapestrate fantasie del Gioberti cui pareva mosso piuttosto da voglia ambiziosa di comparire nuovo, che da studio di essere vero. Ad ogni modo quei suoi ragionari alla rinfusa gli facevano l'effetto di ondate, che rompessero contro le severe e lunghe meditazioni della scuola italiana. Gli è fiato perso; il regno di Cristo non è di questo mondo. Gesù lo ha detto, e gira, e rigira, ci si arrabattino attorno scribi, e farisei, argomentino furibondi e contumeliosi, ovvero pacati ed urbani, la messa tornerà sempre a mattutino; quanto più accosterai la Chiesa alla terra, tanto la dipartirai dal paradiso. — Io l'ho da dire? il risorgimento italiano promosso da Roma mi ebbe l'aria di flauto sonato da chi non sa pigliarne la imboccatura. — Misericordia pei poveri orecchi! Però se il Guerrazzi avesse in uggia le riforme non è a dirsi nemmeno. Le sono lustre per parere, egli diceva; il pecorume se ne stizziva, ed egli lo gridava più forte, che mai, e riducendola ad oro egli argomentava: — Con le riforme torrete voi la potestà mondana al papato? Con le riforme torrete voi dagli ugnoli dello Imperatore di Austria la Italia? Non le torrete. Se durano Roma e Vienna, le riforme o mirano a cosa, che importi o a bagattella; nel primo caso, non isperate che ve le lascino condurre non che a fine, a mezzo. Credete voi, grulli! di gabbare Roma e Vienna mettendo loro il diavolo in corpo, senza che se ne avvedano? Se le approdano a bagattelle, o uomini moderati, pigliatevi i giocattoli di Norimberga per divertirvi, non le vite, e non i cuori dei popoli. Il popolo non è pargolo, che lo possiate tenere fasciato con le manine dentro, e il cercine in capo; il popolo come un forte inebriato, che si desta dal sonno, se lo toccate, assorgerà gridando: armi! libertà! — Se questo presagite; se a questo voi vi apparecchiate; o se questo confidate con ogni supremo sforzo conseguire, leviamoci col nome santo di Dio, che perdere non potremo; imperciocchè morire in tale impresa non hassi a reputare perdere. — Affermarono, che il signor Neri Corsini domandasse primo a Leopoldo lo Statuto, ed è vero; però primo a domandarglielo in Corte, ma non per proprio moto, e dopo, che il Guerrazzi aveva domandato, presente il signor Corsini, per parte del popolo in piazza, e questo confessa il medesimo signor marchese a parole da speziale nella lettera, che scrisse al conte Pietro Ferretti.