— Dunque, nonostante le mie fervide, e ad un punto ossequiose istanze, la Santità Vostra non giudicherà dicevole di porgermi risposta? Si degni avvertire, Beatissimo Padre, il corriere per la Spagna sta su le mosse per partire ed aspetta i dispacci, sicchè si riscuota una volta; che medita adesso? A che pensa? —

Così favellava, secondo il costume della sua Corte, prolisso e sazievole[1] il conte Olivarez ambasciatore spagnuolo a Roma, superbissimo tra i superbi idalghi del suo paese; e quantunque la forma delle parole, e gli atti del corpo comparissero quali il più fisicoso dei cerimonieri del Papa non avrebbe trovato da appuntare, o avrebbe ripreso poco, pure aveva creduto bene arrestarsi sul terzo punto interrogativo, essendo simili punti per propria indole assai sdrucciolevoli alla provocazione.

Veramente non gli si avrebbe potuto dare torto, dacchè il Papa, al quale egli volgeva il discorso, gli stesse davanti immobile e taciturno, come se non si fosse nè manco favellato a lui.

Il Papa era Sisto V che gli dava udienza, il quale secondo il suo costume, tenendosi nè appoggiato nè seduto alla estrema sponda del tavolino con le braccia aperte, e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, mentre con ambo li piedi tesi puntava forte il pavimento: il capo aveva chino, e gli occhi chiusi, nè l'alito stesso lo chiariva vivo, senonchè, alle parole ultime del Conte, egli schiuse l'occhio destro, e lo guardò a stracciasacco quattro volte e sei; quando poi costui ebbe finito, Sisto, quasi tirasse co' denti le parole, disse:

— Ambasciatore, noi pensavamo tra noi, che cosa avremmo guadagnato da un lato, e che cosa perduto dall'altro, facendovi gettare giù su la strada da quella finestra, che avete dietro le spalle.....

Il Conte si voltò di un tratto senza nè anco volerlo, e con terrore si vide dietro una finestra; il Papa, non avvertendo cotesto moto o non lo curando, ripigliava sempre tranquillissimamente:

— E se volete accettare un nostro consiglio, noi, mirate, vi diremmo che ve ne andaste prima che noi avessimo fatto il conto, — perchè, cæteris paribus, mettiamo pegno che in noi la vincerà il gusto di vedere che garbo faccia un ambasciatore di Sua Maestà Cattolica volando per aria. —

Il Conte, curvo fin lì come arco teso, si raddrizzò pari a quello, dopo scoccata la freccia, e, rinvenuta barellando la porta, se la svignò: ricuperato, appena fuori della sala, l'uso delle gambe, correva, correva come se il diavolo lo cacciasse, o gli sbirri lo cercassero, e, nella fuga disonesta, dimenticava spada, cappa e cappello lasciati nelle mani dei camerarii del Papa, i quali, correndogli dietro, non lo poterono arrivare prima ch'ei salisse in carrozza, sicchè ebbero a riportarglieli a casa.

Giunto al palazzo di Spagna, si provò il Conte di vincere la paura con la superbia, e non vi riuscì; anzi l'una e l'altra gli dettero travaglio per guisa che, indi a breve, gli si mise il ribrezzo della febbre addosso, a cui successero le caldane; le quali sempre crescendo lo costrinsero di cercare a tastoni il letto, e a giacervisi sopra, dove prese a vagellare con inestimabile sgomento dei famigliari, che lo giudicarono ammattito: di fatti, egli urlava:

— A me queste cose? A me, ambasciatore di Sua Maestà Cattolica, primo potentato dei due mondi?... Ale! ale! per Dio datemi l'ale, o casco, e mi rompo il collo... mirate come sono alte le finestre... corda! corda! Ma che il padre di questo Papa fosse un funaiolo, ch'egli è così innamorato delle funi?... Non gli basta mandare tanta gente in su, che adesso lo piglia la smania di mandarne altrettanta in giù...? Con questi preti ci vuole un principe di Borbone, a patto che non moia... un duca di Alba, purchè sul più bello non venga richiamato.... Voto a Dio, datemi, Maestà, quattro vecchie bande di Spagnuoli, ed io vi porto il porcaio della Marca a Madrid dentro una gabbia....