La malarrivata gentildonna agitandosi convulsa nelle membra balbettò:

— Non mi tenete... andatevene per amore di Dio...

— Questo non farò mai, lasciarvi nel pericolo!

Pure ella barcollando trasse verso il palazzo, dove ora questa, ora quella delle sue tante finestre s'illuminava quasi Argo, che aprisse uno dopo l'altro i suoi cento occhi; a siffatta vista raunate tutte le sue virtù ella, smesso ogni sussiego, irruppe in corsa scomposta, ansiosa di arrivare prima che il padre, o i famigli fossero sul portone; le danno ale alle piante la paura e la superbia, pare che tocchi appena la terra, eccola a piè della gradinata, a due, a tre salisce gli scalini, — ecco giunge alla porta, — ecco ella è giunta.

È giunta, ma la imposta per ispinta di mano non cede. Caso o malizia, la porta fu chiusa... La Violante si sentì impietrire, e poco dopo con subita vicenda le caldane del sangue avvamparle il cervello; levò gli occhi e le parve, che i grifi sorreggenti l'arme gentilizia di casa sua si fossero trasformati in due Cherubini con la spada di fiamma nelle mani, e che brandendola minacciassero: per istrano gioco della fantasia uno di questi Cherubini le presentava sconvolta la faccia del padre suo, l'altra dell'ava, purissimo sangue spagnuolo, di cui il ritratto rigido gelava l'aria della sala, dove lo avevano appeso. Un mucchio di pensieri la trafissero a un tratto, ed uno più lacerante dell'altro; come spiegherebbe ella la sua presenza in cotesto luogo e in quell'ora? Perchè non si era coricata la notte? Perchè non deposte le vesti sfarzose del festino? Dove la superbia della marchesana d'Ayerba? Finti dunque i sensi severi, finto dunque lo zelo per la tutela dell'onore illibato? Lustre, ipocrisie tutte per aombrare i perduti costumi e le lussurie? Acerbo sentì frugarle addosso il giudizio delle genti, e lo scherno delle compagne che invidiando sopportavano molestamente la sua primazia! Quanto più sublime il grado al quale ella si era levata, tanto più ruinoso il tracollo; — appena della sua reputazione si sarebbero trovati i minuzzoli. Non supplicò la terra, che si aprisse, ma se si fosse aperta l'avrebbe avuto a caro. — E i morti nel giardino? Il cancello aperto? Le ferite, e il sangue? Chi avrebbe dissuaso le genti che la strage fosse per lei, e dalle sue libidini provocata? Chi altri eccetto lei aveva aperto il cancello? La sua ragione allo impeto di così fiere ondate rimase sommersa... già per di dentro alle porte udivansi gli schiamazzi dei famigli accorrenti, e già la stanghetta tratta ella sentiva stridere, o le pareva, quando ella fuori di sè, travolta dal terrore, avvilita strinse con moto disperato il polso di Paolo piuttostochè dicesse, mormorò: — Fuggiamo! —

E non lo disse a sordo; imperciocchè appena le volò la parola dalle labbra Paolo la sollevasse nelle braccia, e quinci a precipizio la togliesse. Quando un poco di calma fu tornata in cotest'anima combattuta non aveva più luogo a rimedio; il dado era tratto, il Rubicone passato. Paolo la condusse a casa sua, senonchè ella sul punto di varcare la soglia riscotendosi domandò:

— Dove mi menate voi, signor Duca?

— Nella vostra casa e mia, signora consorte.

— Tale non vi sono fin qui... Cavaliere, se quanto in questa funestissima notte mi è successo avvenne per colpa vostra, Dio vi rimeriti a misura delle opere; se caso, sia maledetta l'ora in cui non pure il decoro di nobile donna, bensì la modestia di donzella vereconda dimenticai. La soglia di casa vostra non passerò mai se prima non potrò dirvi legittimo marito.

— Violante, se non siete anco mia sposa, voi non me lo potete appuntare a colpa; però ora e sempre siete e sarete padrona dei miei pensieri, dei miei voleri, dell'anima mia. Quanto piace a voi, a me piace: dove desiderate essere condotta?