Quando il Marchese d'Ayerba fu avvertito, che la famiglia, così uomini come donne, stava raccolta in sala, scese sorreggendosi al braccio di Diego: si assettò sul seggiolone posto in luogo eminente sotto il baldacchino; quinci salutava col declinare del capo i convocati, e dopo alcuno spazio di tempo, con parole rotte, gli ammoniva essere la sua figliuola morta; e siccome la famiglia, massime le donne, presa da pietà e da terrore, incominciava a trarre dolorosi guai, egli con fiero cipiglio gridò: — chetatevi, che io qui non vi chiamai per udire piagnistei; voi altre donne prima che annotti uscirete di casa, e per quanto amore portate a Cristo, guardatevi da riporci più piede; intorno a me non vo' più donne. Diego vi pagherà il salario dell'annata intera, e più cento ducati per una senza distinzione di ufficio. Quanto a voi altri cocchieri e pallafrenieri, avrete il salario dell'annata come le donne, i cavalli vi dono tutti senza fornimenti....

— Anco il cavallo di battaglia....? Interruppe spaventato don Diego maggiordomo e cameriere.

— Il cavallo di battaglia escludo per essere svenato al mio funerale... e accomodandoli a nolo a gentildonne e a cavalieri vi potrete molto agiatamente tirare innanzi — perchè sono i primi cavalli del mondo.

— Diego, dei fornimenti, delle selle, delle carrozze, e di ogni altro arnese di scuderia, niente escluso nè eccettuato, voi procurerete facciasene un falò giù nel cortile. Chiudansi i portoni del palazzo, chiudansi le finestre della facciata; i rimasti in casa vestansi a corrotto e subito: di ora in poi tutti dovranno parlare sommesso; veruno rammenterà la signora marchesa Violante, sotto pena della mia indignazione. Andate via.

Trasognati, come intirizziti dal freddo i servi facevano le viste di partirsene, senonchè il Marchese accorgendosi come omettessero il debito del baciamano o per oblio o per paura, e l'orgoglio non gli consentendo di richiamarneli apertamente da un lato, e dall'altro non sopportando la mancanza del consueto ossequio, ruppe in finto nodo di tosse per modo che taluno di loro avendo volto il capo, vide come il Marchese tenesse levato il braccio mostrando il dosso della mano, ond'ei corse a baciargliela, e dopo lui gli altri; questo parve un cotal po' serenargli la fronte aggrondata.

Rimasto solo il Marchese si cavò di sotto al farsetto la lettera della figliuola, e si rimase un pezzo a considerarla chiusa come se si peritasse a rileggerla; fattosi coraggio l'apriva gittandoci sopra lo sguardo. Breve la lettera e dichiaratrice così:

«Onorandissimo mio Padre, e Signore. Quante volte meco stessa considero le strane e stupende peripezíe accadutemi nella notte passata, vado dubbiosa se più deva maravigliare V. S. Ill. od io medesima inviandole questa lettera nella mia qualità di sposa, e di Duchessa. L'alto grado a cui senza merito, e solo per divina grazia mi trovo assunta, spero m'impetrerà favore presso V. S. Ill., a fine che io possa condurmi al suo cospetto per farle toccare con mano come tutto quello che operai, avvenne per necessità di fortuna, non per falta di reverenza all'autorità paterna, di cui mi professo ossequentissima; e confidando in risposta benigna, le bacio le mani.

«La sottoscrizione poi diceva doña Violante marquesa d'Ayerba, y duquesa de Netuno

Certo cotesta lettera poteva essere composta con parole di leggieri più tenere, od anco più gentili; insinuarsi meglio nel cuore paterno; toccare talune di quelle corde per cui poco o molto la natura commossa vibra sempre; ma io veramente giudico, che nel caso sarebbe stato tutto tempo perso, imperciocchè l'affetto del Marchese d'Ayerba per la propria figliuola in somma si risolvesse in mostruoso e strabocchevole amore di sè; il quale pigliava alimento da tre origini di orgoglio; ed era la prima, che per questa unica figliuola si perpetuasse il nome della casa d'Ayerba, onde il Marchese desiderò ne richiedesse le nozze qualche gentiluomo spiantato, che consentendo a restare confuso, anzi assorto dal suo casato, rifiorisse la razza per modo, che fra due generazioni o tre si sperdesse la memoria del bisogno in cui si era trovato il nobilissimo lignaggio d'Ayerba di un pollone straniero per fargli rimettere un tallo sul vecchio; la seconda traeva radice nello ardore, che talvolta egli ostentava censurare eccessivo, ma che nella sua superbia baronale non sapeva credere soverchio, mercè di cui la sua inclita figliuola dava pegno di mantenere severamente inalterato il sangue d'Ayerba, sicchè poteva addormentarsi sicuro sopra due guanciali, che come purissimo egli lo aveva redato dai suoi maggiori, purissimo del pari sarebbe stato trasmesso da lei ai suoi discendenti; per ultimo se da lui si teneva la figliuola arca di scienza, e si sbracciava a far sì, che altri la reputasse un miracolo, un portento, un mostro quasi, egli era per potere ripetere ad ogni piede sospinto: questa creatura soprannaturale da me nacque, io l'allevai, e sopra tutto, a me s'inchina, da' miei cenni dipende, fa del mio volere sua legge, del mio sole è Clizia; ora questi tre orgogli, rinterzati in un solo, ecco furono ricisi di botto come la midolla spinale del toro dalla spada del mactadore[17] nelle giostre di Spagna; epperò quanto prima gli piacque, ora gl'incresce, anzi la detesta ed odia, nè vi ha speranza di riconciliazione perchè non si tratta già di affetto; il quale comecchè calpestato pur vive, e sbraciandone le ceneri possa divampare; no, dacchè l'orgoglio facendo i conti, la somma non gli torna più, la cosa è ridotta al laus Deo. Non è tutt'oro quello che riluce, avverte il proverbio, e bene; nel modo stesso non ama tutto, uomo che si appassiona, e se noi sapessimo o volessimo investigare la varia, moltiplice e spesso contraria sorgente degli umani affetti, quanti disinganni risparmieremmo a noi, e querele inani, e non giuste o almanco poco sagaci rampogne. Ottimamente quindi il Marchese d'Ayerba affermava la sua figliuola morta.