— Reverendo don Ignazio assettatevi là su quel seggiolone di faccia a me; e voi Diego portateci il cioccolatte, e poi lasciateci soli.
Il degno prete, che era di quelli che hanno il diavolo nell'ampolla, notò di posta che il Marchese sbalestrava, però che si accostasse l'ora del pranzo, nè pareva che il cioccolatte c'incastrasse; tuttavia siccome il cioccolatte, a fine dei conti, non può considerarsi come una sassata, così lasciò andare tre pani per coppia, e senza uno scrupolo al mondo si bevve il ciotolone con tal pro da mettere pegno che se l'aríeno lasciato fare, si sarebbe bevuto tutto di un fiato anco l'altro. Siccome il Marchese fin qui, dopo le prime non aveva profferito altre parole, nè sembrava che ne avesse voglia, così il degno parroco ricorse ai luoghi, che chiamerò comuni, ai frati come ai preti, per attirare a sè l'animo di lui; piegò pertanto l'omero manco, e dalla tasca destra dietro la tonaca trasse fuora la scatola forbitissima d'argento, la quale dopo avere ciondolato fra le mani un pezzo, aperse in guisa che stridesse, e così aperta e colma di tabacco di Siviglia la offerì al Marchese d'Ayerba, ma il cervello del Marchese viaggiava lontano di costà un miglio; allora egli toltane una grossa presa se la cacciò su pel naso con tale uno strepito che le trombe del giudizio universale non faranno maggiore; nè ciò giovando piegò l'omero destro, e dalla tasca sinistra della tonaca estrasse il moccichino artatamente piegato a mo' di spola, lo spiegò, lo resse alquanto pe' due angoli superiori, lo guardò, se lo recò sopra le palme aperte, poi ci tuffò dentro il viso tutto, si strinse il naso trombando con tanto rumore da smovere il palazzo dalle fondamenta, ed anco questo non menò a nulla; allora ripiegava su le cosce il suo fazzoletto riunendone i quattro primi angoli nel centro, e poi i secondi, per ultimo lo rotolò rifoggiandolo a spola, e così ridotto con ambedue le mani se ne strofinò il naso a destra e a sinistra con tale e tanta furiosa perseveranza da fare supporre, ch'egli possedendo il naso di rame, avesse preso a cottimo di tirarlo a pulimento; tempo perso, il Marchese correva sempre le poste con la immaginativa; sicchè il curato giudicò venuto il tempo di mettere in opera l'estremo partito, il rimedio eroico, quello che non gli aveva mai fatto fallo, e fu uno starnuto, da rompere i vetri, da schiantare gli usci, da mandare a gambe levate un uomo, uno starnuto cugino carnale dell'urlo della Discordia, che quando si fece sentire in Francia, per testimonianza autorevole di messere Ludovico, oltre i tanti paesi, da lui ricordati, che lo udirono:
»Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno;
»Si strinsero le madri i figli al seno.»
Però il Parroco quando levava gli occhi lacrimosi alla faccia del Marchese era sicuro di averlo per lo manco sbalordito, e s'ingannò, imperciocchè costui continuasse a tenere gli occhi suoi volti in su, privi di sguardo consapevole, battendo le palpebre senza posa, e le labbra movesse a parole delle quali non si ascoltava il suono; premuroso di venirne all'acqua chiara, e trepido tuttavia che non fosse senza pericolo la faccenda capitatagli tra le mani, il Curato scotendolo per le maniche e con gagliarda voce disse al Marchese:
— Eccellenza! insomma, si può sapere, che cosa mai ella voglia da me?
Il Marchese come se altro senso non avesse vivo, eccetto quello dell'orgoglio, rispose:
— Don Ignazio, ricordatevi, che vi ho mandato a chiamare perchè voi mi ascoltiate, non già perchè m'interroghiate; interrogare tocca a me.
— Quanto a questo poi con tutto l'ossequio, che professo a vostra Eccellenza, la Chiesa va innanzi ad ogni autorità, anco a quella del re.