— Da un pezzo in qua tutto mi cammina alla rovescia, proruppe il Marchese, battendosi della mano la fronte, — tutto! Io vi aveva chiamato per cosa che tornasse in onore e in vantaggio della Chiesa e di voi...
— La Chiesa, Eccellenza, non ha mestiero onori; ella capisce di leggieri, che avendola onorata Dio, ella può molto di leggieri passarsi di onori terrestri...
— Così sia, quanto a onore; circa poi a utilità, signor Curato, io miro che quando i padri nostri instituirono, o fondiamo noi altri cappellanie e simili altri benefizi, la Chiesa suole compartirci a tutto pasto il titolo di benefattori.
— Sicuramente, perchè, che cosa significa benefattore? Significa fare del bene; e bene anzi ottimamente operano quelli che fondano cappellanie e prebende; ma sia benedetta, ciò non accade mica a titolo gratuito; tutto altro, con onere gravissimo all'opposto qual è quello della salute dell'anima del fondatore, il quale sovente, e lo sa Dio, noi proviamo peso da rompere il filo delle reni a un elefante non che a un povero sacerdote. Per me ho sempre creduto e credo, che la Chiesa si mostrerebbe bene avvisata dove mandasse a monte tutti questi carichi, valendosi del rimedio della lesione enormissima: se non se ne giova, certo la muove il pensiero, che il suo regno non è in questo mondo. Rincalza l'argomento in virtù delle decisioni dei sacri canoni, i quali comandano ai sacerdoti di spartire ogni avanzo delle sostanze ecclesiastiche ai poveri; però il danaro per le nostre mani passa come l'acqua nelle grondaie. Non si confonda, Eccellenza, sa ella come si hanno a definire propriamente i sacerdoti? Salvadanai ambulanti dei quattrini dei poverelli....
— Ecco qua riprese don Valente d'Ayerba, = e così dicendo buttava su la tavola un sacchetto di pelle; = questi sono duecento ducati, ch'io intendeva darvi, con altrettanti di vantaggio se non bastano, affinchè parte ve li godeste per amor mio, e parte adoperaste per certa funzione, ch'io avvisava volervi comandare.
— Com'è così, muta specie: io innanzi tratto mi professo figliuolo di obbedienza, e poi la carità, perchè la si possa dire perfetta, deve principiare da sè stesso, e lo ha insegnato il divino Redentore. Troppo in fine io mi do vanto di chiarirmi schiavo svisceratissimo della illustre casa di Ayerba, onde mi attenti attraversare i savissimi e piissimi partiti del nobile signor Marchese don Valente. Orsù via, tregua ai prefazi, ed udiamo un po' che cosa piaccia ordinare a lei, e a me avere in sorte di servirla.
— Voi ammannirete un funerale quanto meglio saprete immaginare sontuoso; le navate, gli altari, tutto insomma dentro coperto di gramaglie, e così pure la facciata della chiesa fuori; non risparmiate torchi, candele e pannelli; se dugento ducati non bastano, e voi... parmi avervelo già detto, spendetecene fino a trecento, e a quattrocento, se bisogna; intorno al feretro mettete scheletri a iosa: giù a piè della cassa il drappellone delle armi di casa d'Ayerba, perchè la gente conosca celebrarsi l'esequie dell'ultimo fiato della casa mia... oh! casa mia...
— Come? Come? Come? Ripetè don Ignazio tre volte di rincorsa, e dicasi il vero, con non mentito spavento... la signora Violante?
— È morta.
— Quando?