— Io! dormiva; ne so quanto voi, ma questo chiariremo poi; frattanto assettiamo la faccenda del funerale...
— Assettiamola. Oh fiore di perfetta nobiltà innanzi tempo reciso! Arca di tutte le virtù cardinali e teologali! Sole scomparso per lasciare sepolti nelle tenebre quanti siamo qui in Napoli!...
— Zitto! Qui adesso non vi ho chiamato a imbastire la orazione funebre, nè la dovrete fare poi.
— Vostra Eccellenza è padrona, anzi padronissima di commettere la orazione funebre a cui meglio le piacerà, e capisco benissimo, che a preconizzare tanta donna ci vuole bene altra dottrina che non posseggo io, e tuttavolta l'ultima predica, che recitai in laude di Donna Polissena principessa di Bisignano Sanseverino, contessa della Saponara, fece trasecolare l'illustrissimo signore Cardinale Arcivescovo, che ebbe la degnazione di picchiarmi su la spalla dicendo: — bravo! da pari vostro, voi non potevate immaginare di meglio. Ma ora che ci penso, Eccellenza, e' mi sembra che noi mettiamo il carro innanzi ai bovi; bisogna pure che provvediamo all'associazione...
— Non importa.
— Come non importa? O che la vuol ella lasciare in casa? Non si ha a seppellire nel sepolcro della nobilissima casa d'Ayerba?
— Non si trova in casa.
— Come, non si trova in casa? Che novità è questa?
— Violante... la mia figliuola, se n'è ita stanotte.