— Certo tu parli come un libro stampato, ma stretti dalla necessità di radunarci grossi di numero, bisogna che tu ceda a me, od io a te: tu a me non vuoi cedere, nè io vo' che tu ceda; mi sei maggiore di anni e godi di reputazione grandissima, mentre me stimano universalmente morto; se mi bandissi vivo, chi ci crederebbe, chi no; mi ci vuole tempo a rifarmi il credito, e adesso ci bisogna un uomo noto, di cui da un lato fidino e dall'altro temano.
— Ma o non possiamo tirare innanzi come abbiamo costumato fin qui?
— Non possiamo, e ti chiarisco. Tu saprai come il signore Alfonso, e Sciarra, e il conte di Ascoli sieno entrati grossi in campagna; chi ha seicento, chi cinquecento uomini, la più parte cavalli; chi ne ha meno se ne tira dietro dugento. La Spagna paga, e questi sono ducati spagnuoli — e qui Paolo mostrò la tasca che gli pendeva al fianco. — Comandamento è che ci teniamo bene edificati i contadini, e quanto loro chiediamo paghiamo; certo questo non quadra con le nostre regole, e prima di farci l'uso cascheremo qualche volta in fallo, ma col tempo e la pazienza ne verrai a capo anco tu; e si vuole eziandio lasciare che vadano pei fatti loro i mercanti e i passeggeri, stringendoci ad assalire le terre e i castelli, insomma mutare forma alla guerra; invece di moverla ai privati pigliarla con lo stato, col Papa...
— Per me mi confesso uomo grosso, pure non mi entra come tu la conti; prima il nostro mestiere in certo modo era cosa di famiglia, ma di ora in poi aiuteremo quei di fuori a legare quei di dentro, e della fune ne avanzerà sempre per impiccarci quando non avranno più bisogno di noi; ora io capisco, che la è ubbia, ma mi pare che sentirmi impiccato da corda spagnuola mi abbia a dolere più che se fosse una brava fune italiana.
— Secondo i gusti; ma il nodo giace qui, che non ci avanza scelta, però che i capitani la vogliono a questa maniera, e tu comprendi, che tra il signor Alfonso, lo Sciarra, Battistella, il Conte e gli altri dal lato manco, e Sisto e il Ghisiliero dal lato destro, nè tu, nè io possiamo durare; necessità non ha legge; tiriamo innanzi e qualche santo aiuterà.
— Io non ci vedo chiaro, aggiunse il Guercino con ambedue le mani pigliandosi il capo; e Paolo:
— Lucrezia, che è donna di governo ed ha sentito tutto, dica la sua; per me sto al suo giudizio.
— Di' la tua, tu donna femmina.
— Ho a dire la mia? Guercino pare trattenga lo scrupolo, che i ducati non escano da buona fonte, io sto peritosa di qualche tranello, che ci covi sotto. Al Guercino dico: ricorda di quello imperatore, me lo hai tu stesso raccontato a veglia, cui il figliuolo rinfacciava cavare i quattrini dal balzello dei pisciatoi; ei gli mise sotto al naso un ducato domandandogli: che odore ha? — I quattrini non hanno odore, chiappali da qualunque parte ti vengano; meno che dal diavolo perchè si mutano in zolfo: a me poi dico: che questo bel figliuolo ci voglia menare alla mazza io non lo credo se prima Cristo non si fa luterano, e caso mai ci si scoprisse traditore, can mai non mi morse che non volli del suo pelo. —
Lucrezia dava il tratto alla bilancia, e la lega fu convenuta: il Guercino però senza dire il numero dei suoi propose a Paolo se ne tornasse dond'era venuto, ed ottenesse dai caporioni un trenta di cavalli, e munizioni da guerra di che pativa difetto. La verità era ch'ei si trovava al verde di tutto, e Paolo gli cascò addosso come la Provvidenza, almeno così la pensava Lucrezia, la quale aveva già detto al Guercino, che se l'andava di quel passo anco una settimana, bisognava dare spesa al cervello e sciogliere la banda; di che il Guercino accorato buttava fuori sospiri da parere un bufalo, che muglia quando è in amore.