Paolo pertanto facendo il fagnone ricercò il Guercino se intendeva mandare egli trenta fanti per i cavalli: qui ricominciarono le ambagi, perchè se ei li mandasse tutti s'indeboliva per modo da rimanere agevolmente oppresso; se all'incontro concedeva menassero i cavalli trenta uomini della banda di Paolo, egli era lo stesso che mettersi alla sua discrezione; nè al santo intendeva fidarsi se prima non avesse fatto il miracolo, tenendo per regola di governo che in terra di ladri si vuole camminare con la valigia davanti: però come quando si possiedono mezzo cervello e mezzo cuore, o la necessità ce gli dimezza, si apprese alla via mezzana, mandò dieci fanti dei suoi, e ciò anco fece per iscoprire marina; di ragioni per condursi così ne addusse un mucchio, a cui sempre più ne aggiungeva alla stregua che quelle addotte gli parevano grulle e la gaglioffaggine loro aumentava a braccia quadre. Per ultimo fu stabilito che i dieci fanti s'incavallerebbero, e recherebbero a mano dieci cavalli; in tutto venti; di quei di Paolo ne verrebbero dieci, i quali pure menerebbero dieci cavalli e su questi le munizioni che potrebbero portare; e così fu fatto.

I dieci di Paolo e gli altri del Guercino tornarono vestiti tutti di un'assisa, e portarono vesti per gli altri venti; onde subito nacque tafferuglio tra la gente del Guercino, perchè ognuno pretendeva essere primo vestito e incavallato; nè egli trovava via a metterli d'accordo, anzi aggiungeva legna al fuoco, perciocchè preso dalla stizza incominciò a bestemmiare come un turco e a mescere minaccie, ingiurie e pugni; la sarebbe finita per la peggio, se Paolo, cacciatosi fra mezzo non gli avesse acquetati con la promessa di assettarli tutti alla medesima maniera, tale essendo la intenzione del signor duca di Montemarciano, sotto gli ordini del quale avevano a stare. Quando poi volle mettersi a cena fu trovato come non solo mancassero le munizioni da guerra, ma delle vittovaglie altresì si patisse difetto: gli altri brontolarono, Paolo si contentò osservare come la colpa era di Lucrezia che forse si peritava a palesargli la presente strettezza. Alla quale accusa Lucrezia oppose, che quanto a lei non sarebbe stata sul puntiglio, perocchè ormai fossero diventati tutti una sola famiglia; se ci cadde fallo, errò prete Guercino che mulinava sempre pensieri da cavaliere con la borsa da cappuccino. E siccome pareva che il Guercino inasprito non se ne sarebbe rimasto, Paolo troncò le parole dichiarando: che i ragionari non crescevano la cena, bensì la sete; per quella sera si facesse alla meglio, nel dì seguente avrebbero tolta la rivinta. — Si accomodarono per dormire come poterono; il Guercino non trascurò mettere le sentinelle; nè Paolo fece sembiante di accorgersi ch'egli dopo essersi ristretto a colloquio co' suoi più fidati, questi, fingendo vigilare per tutti, esclusero i suoi dalle guardie, sotto pretesto che, stracchi dal cammino, abbisognassero di riposo.

Il Guercino si vergognava dirlo, anzi pure pensarlo, e nondimanco aveva paura: una strana inquietudine gli si era cacciata addosso, nè avrebbe saputo chiarirne la ragione; tanto è, uno sgomento nuovo gli faceva cascare il cuore e gli troncava le braccia; si stese su la paglia con la Lucrezia allato, e prese sonno; ma indi a breve si rizzò a sedere co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, con la manca brancicando la Lucrezia e con la destra tastandosi il collo; i detti suoi piuttosto grugniti, che favellati sonavano:

— Sei tu? Proprio tu, Lucrezia? Benedetto il Signore, mi pareva, che mi stesse al fianco per confortarmi il cappuccino... sarà per un'altra volta; così mi sono sentito stringere il collo, che me n'è rimasto il rastio fin dentro la gola... dopo questa prova quando faranno per davvero, poco più mi toccherà a penare... io credo.

— Dormi in pace, Guercino, che Lucrezia veglia. —

La mattina misero in consulta se quinci avessero a partire o se ridurvi anco la restante squadra di Paolo; al Guercino pareva mal sicuro il primo partito, nè gli piaceva il secondo, e, come suol dirsi, nicchiava.

— Senti, gli disse Paolo, io ti leggo dentro, tu non ci vai di buone gambe; chi ha fatto il carro lo può disfare, rimanti; ti dono i cavalli, le munizioni e ogni altra cosa; ti ho consigliato da amico, mi sono comportato da fratello, ora ingegnati come puoi, che così col tuo fidarti e non ti fidare ci rovineremmo ambedue e con noi questa gente dabbene, che ci seguita...

— No; mi fido... io considero... perchè capisci, giova più un moccolo davanti, che una torcia di dietro.

— Or bè: se in questa selva non hai trovato da nudrire te e la tua banda, come ci procureremo la vettovaglia per due?

— E' parla come Marco Tullio, il bel figliuolo, osservò Lucrezia.