— E poi oggi o domani bisogna pure che usciamo: anco i frati se non mandassero fuori i cercatori morirebbero di stento.
— Questo è chiaro — esclamarono parecchi banditi d'intorno.
— E il coltello se non si adopera arrugginisce; e leva leva, ogni gran monte scema, di qui il bisogno di tenere le mani perpetuamente in faccende: ora dà retta, Guercino, vien via senza gingillarti; andiamo a unirci col grosso della mia banda, che sta a cinque miglia quinci oltre a buona guardia in una masseria sotto Renzo mio luogotenente: riposáti e nudriti, verso vespro io proporrei andassimo ad assalire Mentana castello di Latino Orsini, dove se ci capiterà di giungere alla sprovvista, io fo conto di averlo a man salva...
— E poi a Roma — irridendo disse il Guercino.
— E poi a Roma — riprese in atto superbo Paolo; da cosa nasce cosa, e sappi che da un legno medesimo sono cavati i banditi e gli eroi; la differenza sta qui, che i primi sono piccini, i secondi grossi.
— Andiamo... e il diavolo dica amen al tuo credo. —
La impresa riuscì a capello; i terrazzani del castello Mentana ebbero di catti a salvare le persone, lasciando le robe e perfino i cibi al fuoco per la cena. La Lucrezia, presa stanza al palazzo dell'Orsino, dette mano ad apparecchiare proprio un banchetto per le feste; rovistò dalle soffitte alle cantine, accese un fuoco da arrostire anco il castello; chi strozzava, chi pelava, altri spillava il vino, trovarono torce, accesero lucerne; anzi per maggior decoro appesero festoni di mortella. Ogni cosa ormai essendo posta in ordine non si aspettava più che Paolo e il Guercino, i quali andavano attorno a mettere le guardie: da un momento all'altro si teneva per sicuro sarebbero comparsi insieme, ma non accadde così, che il Guercino si mostrò primo e solo. Egli da principio camminò di conserva con Paolo attendendo giusto a mettere le sentinelle, senonchè presto si accorse avere fatto conquisto troppo grande per poterlo guardare, come con sicurezza tenere, molto più che la massima parte dei banditi si era dispersa a foraggiare, e a commettere certe altre taccherelle le quali riesce più facile vietare con parole, che impedire co' fatti; onde di un tratto quasi noiato il Guercino si rimase a mezzo e scrollando le spalle disse:
— Che monta pigliarsi tante scese di testa? quello che deve accadere accadrà; s'è vero, che senza la volontà di Dio un capello solo non possa cascare dal capo dell'uomo, è vero altresì, che non gli si può nè anco aggiungere. — Paolo, fa tu, che io me ne vado a cena. —
Paolo si strigò in quattro battute, e corse a gambe dove lo tiravano la luce viva di tante lucerne, e di tante legna accese, che pareva un falò; le canzoni una dopo l'altra si rincorrevano come baccanti scapigliate, e motti giocondi piovevano giù come lacrime di San Lorenzo nelle notti della prima metà di Agosto. Il Guercino sedè in capo alla mensa quasi a posto di onore, Paolo in fondo e Lucrezia in mezzo per tagliare le carni e distribuire le vivande. I convitati non osservarono regola nè misura, in breve la cena diventò stravizzo, correva vino la mensa; e sotto la mensa vi erano pozzanghere; chi si abbracciava, chi si mordeva, ognuno il suo vicino blandiva, scongiurava, o vituperava, secondochè la fantasia alterata glielo veniva raffigurando o per innamorata, o per cappuccino, o per carnefice. Il Guercino aveva mangiato per due e bevuto per quattro: pareva avesse voluto annegare i tristi presentimenti nel vino: di vero la stolida sua vanità pigliando in lui il sopravvento ad ogni altra cura, di un tratto si leva barellando: la manca mano puntella sopra la tavola, con la destra alza il bicchiere e grida:
— Alla prossima morte del porcaio della Marca; viva prete Guercino re della campagna... viva me!