— Dunque non vuoi andare?
— Non posso, non me ne sento il coraggio.
— No?
— No. —
Paolo stese la mano alla tasca delle brache; ma intanto che abbassava il braccio pensò: — lo stagno è lontano, e se costui non mi aiuta, la diventa faccenda seria; proviamo prima, saremo sempre a tempo, — e rialzò la mano.
— Farò da me, ma tu non ti ricuserai a portare il fagotto allo stagno....
— A patto, che veniate anco voi, e non la miri in viso.
Per quanta buona volontà ci mettesse Paolo, non venne a capo di compire le diligenze che aveva commesso a Renzo; si sentiva rifinito, e capace di spargere due cotanti più sangue, che non ne aveva la Violante nelle vene, ripugnava a lavarlo; così abborracciando formò una balla di quanto voleva fare scomparire, la strinse in tre parti: finita l'opera nefaria, saliva Renzo, e si recava l'involto su le spalle dalla parte dei piedi, Paolo da capo. A rischiarare il sentiero Renzo portava un fanale; di studiare il passo non era il caso, che da per tutto regnano solitudine e silenzio. Senza ricambiare una parola fra loro, cupi, foschi come la notte in mezzo la quale procedevano, per sentieruzzi appena battuti arrivarono su la sponda dello stagno: quivi deposero il fardello: Paolo più per abito di sospetto, che per essercene di bisogno si guardò dintorno, e dopo preso un po' di fiato, disse:
— Su, Renzo, agguanta pei piedi... così... adesso dondola... no... ti pigli un trabocco di sangue — no a quel modo... mettiti d'accordo con me... io conto fino a tre... al terzo lascia andare; uno... due... tre... giù... ha fatto il tonfo! Mira un po' se niente sia rimasto a galla...